lunedì 7 luglio 2008

Suonano?



“Il mio uomo balla il tango. La sera quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. E’ qui che fino a notte tarda vengo a vedere il mio uomo che balla. La strada buia, le case alle finestre qualche luce già si spegne, le vie quelle più strette e fatte di pietra, l’ultimo vicolo tiene nascosta l’entrata oltre una tenda lurida, qui dentro balla il mio uomo. Sa che ci sono ma sempre mi ignora, per lui è solo la musica, è solo le tavole che tiene sotto e batte coi tacchi. Mi tradisce ballando con le donne, quelle vere che con lui ballano, che fanno l’amore con lui, mentre tutti guardano, e anch’io.
Dentro c’è fumo tutto attorno e musica sempre, di giorno non sono mai entrata, la luce qui noni si muove bene. Fumo e musica, l’odore e il sapore del vino rosso, e il sudore del caldo della gente, e il cibo. E’ una cappa che fa l’atmosfera dove lui balla ed io guardo, lontana, quando mi tradisce, ma io ho qui con me un pugnale, ho con me un pugnale che nessuno vede.”



- Scendi, lo sai anche tu che questa sera non è fatta per dormire.
- A parole fai tutto facile, i fatti , quelli non li sai reggere.
- Questa sera faremo tutti i fatti che vuoi, ne avremo così tanti che potrai raccontarli per giorni, e solo i più importanti, perché non avresti il tempo per dirli tutti.
- Parole, come sempre.
- Ascolta, suonano il tango. E’ una musica forte ma lontana, la sento appena. Sono le voci di un paese dall’altra parte del mondo. I musicisti di lì, qui muoiono, di nostalgia ed il loro tango ne soffre e ci guadagna. Musica triste di chi vuole fuggire, ma anche tornare, di chi senza casa sa bene cos’è la casa.
- Di chi è senza futuro?
- Questa sera il loro futuro è solo l’applauso alla fine della musica, per ripagare il sudore mentre continuano un poco ancora a suonare le ultime note allo sbando, le migliori, intrise ancora della canzone appena finita.
- Sono solo note.
- Chi compone, chi suona, chi ascolta, le ultime note sono di tutti, soffiate nell’aria come bolle di sapone, si rompono subito, qualche goccia e via. Così si mescolano in un attimo preciso le gioie, il dolore, le valige di noia e di gioia di più persone distanti oceani, e dai destini tanto diversi, alcuni segnati.
- A me interessano solo le faccende di cuore.
- Ma anche di politica, e perché no, di libertà. Ognuno ha il suo modo di esprimerla e chi non l’ha, e chi deve conquistarsela, allora il tango assume significati ben profondi, quando dire le cose come stanno non si può o non si riesce.
Sangue e sudore melanconicamente finiscono in questi suoni che cessano solo quando mancano le forze, ma appena si riprendono, inizia un’altra canzone, un altro giro, tante storie in un unico discorso che tutto comprende.
- Da qui vedo dove suonano, intuisco anche i loro movimenti, ma non bene.
- Senti anche le parole? Cosa dicono, qual è la storia?
- Cantano spesso una canzone, ho chiesto in giro, se qualcuno sa, che mi traducesse, e finalmente un vecchio, sicuramente uno di loro, con parole qualcuna della mia e molte della sua lingua, mi ha spiegato il tango che si intitola:

Mi hombre es un tangero.


“Il mio uomo balla il tango. La sera quando per molti è l’ora di ritirarsi, c’è un locale, brutto da paura. ...”



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martedì 10 giugno 2008

L'eclissi del 1999

Si svegliò improvvisamente che non si era ancora fatta mattina. Una luce appena dorata penetrava dalle fessure socchiuse delle imposte mentre un vago senso di inquietudine si impadroniva lentamente di lui mano a mano che prendeva coscienza.

Che giorno era quello? E perché si sentiva così?

Strizzò gli occhi nel tentativo di distinguere nella fioca luce della stanza la data cerchiata in rosso che spiccava sulla pagina del calendario appeso alla parete di fronte.

11 agosto 1999.

Sì, non c'erano dubbi. Il giorno era quello ed era arrivato. Lo stava aspettando da settimane.
Ne sentiva l'afflato da quando giornali e TV avevano dato voce ad astronomi e scienziati e pagine e servizi erano state dedicate all'evento. E da allora aveva sentito nascere dentro di sé una sensazione di crescente e indefinibile angoscia.

Data funesta: alle 11 e 11 esatte di quell'11 agosto di fine millennio le orbite di sole, terra e luna si sarebbero allineate e quest'ultima, interponendosi tra i due corpi celesti, avrebbe proiettato un'ombra di morte sulla superficie del pianeta.

Già, di morte.

Gli sfuggì un sospiro profondo al pensiero degli oscuri presagi che il fenomeno portava inevitabilmente con sé. Un'aura di catastrofiche previsioni dal buio che precede la fine, la fine del mondo.

Pareva impossibile a credersi in una così bella giornata.
Si affacciò alla finestra.

In effetti era davvero una splendida giornata, il sole brillava sfolgorante in un cielo limpido e terso. Neppure l'ombra di un bianco fiocco spumoso ad intaccarne la superficie di cobalto perfetto. E il mondo pareva più vivo, la terra più animata del solito. Nulla che facesse presagire la fine.
Eppure…

Nel settimo mese dell'anno millenovecentonovantanove dal cielo verrà un grande re spaventoso a resuscitare il Re d'Angolmois prima che Marte regni felicemente", la quartina numero 72 della decima Centuria di Nostradamus parlava chiaro.

Oddio, chiaro… insomma parlava. E si lasciava interpretare. Eccome se si lasciava interpretare.

Il mese indicato come "settimo", infatti, sarebbe stato in realtà proprio quello di agosto dato che l'apocalittico frate preveggente avrebbe scritto quei versi in data antecedente il calendario Gregoriano e nel calendario giuliano usato in quel periodo, l'11 agosto corrisponde proprio all'attuale 29 luglio.

Non c'era da scherzare.
Non ci voleva certo un grosso sforzo di fantasia per capire che il riferimento era tutto per quell'eclissi di fine millennio. Era più immediato di altre volte in cui non era stato possibile ricollegare i versetti ai fatti se non dopo che questi si erano verificati. Ma poi tutto coincideva.

Inesorabilmente. Neppure una grinza.

E poi chi era quel re d'Angolmois?

"L'an mil neuf ans nonante neuf sept moins du ciel diendra vun grand Roy d'effrayeur…".

Il Signore dello spavento. Le parole gli rimbombavano nella testa amplificandosi e facendosi di volta in volta più cupe e minacciose.

Non c'era niente da fare. I versi del profeta non lasciavano spazio a nessuna più ottimistica interpretazione.

Nel momento stesso in cui il sole si fosse tinto di nero sarebbe stata la fine. Era scritto.
E come se ciò non bastasse gli astronomi avevano previsto proprio per questo stesso periodo l’allineamento della luna con i nove pianeti del sistema solare a formare una grande croce con la terra nel punto di intersezione e l'entrata di Marte nella costellazione dello Scorpione, suo domicilio diurno per il suo felice regnare.

Tutto concorreva a confermare quanto previsto da Nostradamus.

Anche Giovanni ne aveva parlato. Sì, Giovanni, l'Evangelista. Quello dell'Apocalisse.

E se lo aveva detto lui…

Narrava che all'apertura del sesto sigillo si sarebbe udito un gran terremoto, il sole si sarebbe offuscato tanto da apparire nero come un sacco di crine, la luna avrebbe preso il colore del sangue, le stelle sarebbero precipitate sulla terra come frutti acerbi di un fico scosso da un vento impetuoso, il cielo si sarebbe accartocciato come un rotolo che si riavvolge, monti e isole sarebbero scomparsi dai loro posti.

Roba da far tremare i polsi.

Si mise a camminare nervosamente avanti e indietro tentando di allentare la tensione che sentiva crescergli dentro.

*

Fu un attimo. Vide la massa dei ghiacci accumulata al Polo Sud scivolare verso l'equatore con travolgente rapidità e le forze della natura, perduto l'antico equilibrio, scatenare tutta la loro furia: i vulcani entrare in eruzione, onde altissime abbattersi sui continenti, uragani di incredibile potenza spazzare l'intero pianeta, centrali nucleari esplodere creando tutt'intorno deserti di morte. E grandi muraglie d'acqua colpire la terraferma e un altissimo e denso strato di cenere vulcanica oscurare il sole e venti potenti come uragani carichi di polvere, fumo e gas velenosi stravolgere l'atmosfera.

Scacciò dalla mente quelle immagini apocalittiche che si erano materializzate nella sua testa sulla scorta incalzante di quei suoi funesti pensieri ma ciò non lo fece sentire certo meglio.
Ripercorse tutta la sua vita fino a quel momento, ripensò alle tante cose fatte, a quanto aveva costruito e aiutato a costruire. Ai suoi figli.

Già, che ne sarebbe stato dei suoi figli?

Sentì dentro di sé ogni energia sgretolarsi come un biscotto tra le dita. Dopo tutta la fatica per tirarli su e per renderli autosufficienti…

Non che non gli avessero dato grattacapi. E che grattacapi…

E anche in quanto ad autosufficienza, a pensarci bene, non erano riusciti un granché. Se non era lì ogni minuto a controllarli con mille occhi finivano subito con il mettersi nei guai. E che guai…

E non sempre lui riusciva a trarli d'impaccio. Faceva del suo meglio, certo. Ma che diamine, aveva anche lui i suoi limiti.

Anche ora, come avrebbe potuto far qualcosa per salvarli? Era impossibile. In mezzo a quel cataclisma non ci sarebbe stato più alcun posto veramente sicuro.

Alzò gli occhi verso il grosso orologio che dominava la parete di fronte scandendo il trascorrere inesorabile del tempo. Le 11 in punto. Mancavano ancora pochi minuti soltanto e poi la luna avrebbe stretto il sole nel suo abbraccio mortale.

Decise di salire più in alto. Da lì avrebbe potuto seguire tutte le fasi dell'evento. Fino alla sua conclusione. Non restava altro da fare.

*

Ora la luna aveva già iniziato ad intaccare la sfera solare e sempre la superficie oscurata della stella andava aumentando.

Le 11 e 5 minuti. Il sole si era ridotto ad una lamina sottile, sempre più affilata mentre sulla terra l'aria si era fatta fredda e la luce spettrale.

Già gli uccelli avevano smesso di volare e non si udiva più nessun canto. I leprotti dei prati erano corsi a rifugiarsi tra la vegetazione, i cervi a nascondersi nel bosco.

Ecco uscire dai loro nidi le creature della notte. Pipistrelli alzarsi in volo, gufi e barbagianni posarsi sui fili elettrici tesi sopra le case, falene percorrere ubriache le loro orbite attorno ai lampioni che la calante intensità della luce, oramai del tutto smorzata, aveva fatto accendere.

Si alzò un vento gelido e sottile che penetrava fin nell'anima, acuendo quel senso di fine imminente che già si era impossessato delle menti.

Le 11 e 10. Ora mancava pochissimo. Ancora un piccolo scatto e la luna avrebbe ingoiato anche l'ultimo barlume rimasto. E sarebbe stato il buio. Totale.

Una frazione di secondo e l'occhio di luce scomparve, mentre lungo il perimetro del satellite un sinistro diadema luminoso ne incoronava il volto annerito.

Lunghissimi, interminabili secondi di silenzio perfetto. Non un verso, non un suono, non una parola. Tutto era immobile.

Poi…

Poi come era cominciato, lentamente, inesorabilmente, la luce si aprì un varco e dalla parte opposta da dove si era spento l'ultimo raggio di sole, un nuovo guizzo apparve.

Piano si formò uno spicchio i cui estremi andavano allontanandosi con il passare dei minuti fino ad aprirsi in un ampio sorriso. L'inchiostro che poco prima aveva dilagato tingendo di nero la superficie dell'astro si ritirava. Tornava la luce.

Gli uccelli ripresero a volare mentre il loro canto tornò a riempire l'atmosfera. I leprotti dei prati abbandonarono i loro rifugi tra la vegetazione, i cervi uscirono dalla boscaglia. Le creature della notte tornarono ai loro nidi. I pipistrelli rientrarono nelle grotte, i gufi e i barbagianni lasciarono i fili elettrici tesi sopra le case, le falene interruppero le loro orbite attorno ai lampioni che il ritorno della luce, che oramai aveva nuovamente invaso la terra, aveva fatto spegnere.

Il vento gelido e sottile si placò.

Guardò giù. Tutto era calmo come nei minuti precedenti l'eclisse. Nessuna massa dei ghiacci accumulata al Polo Sud era scivolata verso l'equatore con travolgente rapidità e le forze della natura avevano mantenuto l'antico equilibrio. Nessun vulcano era entrato in eruzione, nessun'onda gigantesca si era abbattuta sui continenti, nessun uragano di incredibile potenza aveva spazzato il pianeta. Le centrali nucleari erano intatte e anche il deserto era più vivo che mai. Nessuno strato di cenere vulcanica oscurava il sole e non c'era traccia neppure dei ventilati uragani carichi di polvere, fumo e gas velenosi che avrebbero dovuto stravolgere l'atmosfera. I mari erano calmi, le montagne immote.

Tutto perfettamente sotto controllo.

Grazie al Cielo era tutto a posto.

Dio tirò un sospiro di sollievo.

Anche per quella volta era andata bene. Scese dalla nuvola sulla quale era salito per osservare l'eclisse e andò a prepararsi per ricevere le preghiere di riconoscenza che gli sarebbero presto giunte per aver salvato la terra e a smistare i voti per grazia ricevuta e le offerte che gli uomini nel frattempo gli avevano tributato per il timore della fine imminente.

Sedette alla sua scrivania e si mise di buona lena.

Lo aspettava un duro lavoro.

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mercoledì 6 febbraio 2008

Una Vita che sono Due - IV

La donna è ancora lì, seduta di fronte a me, nella stessa posizione
“Tutto bene?” mi chiede
“Si, tutto bene. Ci sono riuscita. Quanto tempo è trascorso? ”
“Quasi cinque minuti. Era un incubo vero?”
“Eh, insomma. Ma non si preoccupi, per me è abbastanza normale”.
Sembra non mi ascolti più. Sta armeggiando dentro una borsa e, come per magia, ne tira fuori un thermos e due tazze. Le riempie, me ne porge una. Forse è tè, forse una tisana o non so cosa, l’odore comunque è buonissimo. Restiamo qualche minuto, o forse ore, in silenzio a sorseggiare la nostra bevanda calda.
E’ lei che parla per prima:
“Le va di raccontarmi?”
“Si”, rispondo “…certo. Non so bene se era proprio un sogno o qualcosa che mi è accaduto davvero, comunque…”

Quando finisco il mio racconto, dalla chiesa arriva il suono delle campane: dodici rintocchi.
“E’ già mezzogiorno”.
“Gia, e io devo andare a casa. Peccato, mi sarebbe piaciuto trattenermi almeno per un altro sogno”.
“Che problema c’è, prenda ciò che vuole, lo porti a casa e ci vediamo domenica prossima.
“Dice sul serio, posso? “
“Certo che può”
Affondo le mani nella cassapanca e tiro fuori alcuni oggetti, a caso. La donna li sistema in una scatolina di cartone: “Ecco fatto”.
Ci salutiamo, ripercorro velocemente la piazza.
Il ragazzo dei cestini e il suo amico stanno chiacchierando con due ragazze. Mi vede, mi fa un cenno con la testa e gli scappa anche un occhiolino. Sorrido a mezze labbra, abbasso la testa e allungo il passo.

Quando rientro a casa mi domando perché mai non sono rimasta fuori. Mi racconto un po’ di balle, la verità è che avevo voglia di tana.
Rovescio la scatolina sul tavolo della cucina, guardo gli oggetti sparpagliati, ne prendo in mano uno. E’ una foglia secca…



La foglia


“Dove sono, come sono arrivata in questo posto.
Sono già stata qui...ma quando?”

Un vialetto alberato, le foglie cadute formano un tappeto soffice, la luce sembra quella dei cieli dipinti nelle chiese.
Sto camminando ad occhi chiusi ma ugualmente riesco a vedere ciò che mi circonda, sento il profumo degli alberi, percepisco la loro voce, il calore del sole scalda la pelle del viso
Procedo a passo lentissimo. O forse sono ferma... Mi siedo, anzi, vedo il mio corpo che si siede su una pietra ai bordi della strada. Da quella posizione scorgo ciò che prima mi era sfuggito: nascosta dai rovi, l’ingresso di una grotta scavata nella parete della collinetta
Non l’ ho mai vista ma è come se la conoscessi bene. Forse sono passata di qui in sogno. Oppure… un dejà vu ma certo! Ecco, tra venti secondi mi alzerò, toglierò una foglia dalla punta della scarpa, riprenderò a camminare, arriverò fino all’ingresso della grotta e...

“... Adesso basta! Non vi vedo ma sento benissimo la vostra presenza. Chi siete? Perché mi seguite? Non potete, questo è il mio sogno, andatevene!
No. Aspettate, non volevo essere scortese. Seguitemi, se volete, ma sappiate che non potrete più tornare indietro: resterete, come me, prigioniero del ricordo di questo incanto e passerete di qui ogni giorno, tutti i giorni, per l’eternità...”


Contemporaneamente…

Il movimento del mare annuncia una tempesta. Il vento che adesso sta dolcemente spazzando via le foglie dalle strade del borgo tra breve diventerà una furia... è sempre così
Un vecchio fuma il suo sigaro, seduto ad un tavolino nell'angolo più nascosto del bar
La testa dritta, la mano sinistra ben serrata sul pomello del bastone, lo sguardo perso nel vuoto, al di là della linea che separa il mare dal cielo
Davanti ai suoi occhi scorrono immagini che arrivano da molto lontano:

Un vialetto di campagna,
il profumo dell’erba bagnata,
la voce degli alberi , il sole sul volto.
Una giovane donna è seduta su una pietra
ai bordi della strada.
E’ assorta, sta pensando chissà a che cosa.
Guarda di fronte a sé, si alza, toglie una foglia
dalla scarpa, si avvia verso l’ingresso di una grotta.

All’improvviso si volta, gli dice qualcosa, poi riprende a camminare.

Lui la segue…

La tempesta è arrivata ma il vecchio resta lì, fermo. Non sente e non vede più nulla se non le immagini che gli attraversano la mente e che hanno riempito la sua vita ogni giorno, tutti i giorni: Il ricordo del profumo di primavera e di un vialetto alberato che in un tempo molto lontano ha percorso. E quella grotta, dove lei sparì per non tornare mai più.

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giovedì 27 dicembre 2007

Consigli per il Natale: Mi raccomando: Tutti vestiti bene.



Anche quest‘anno il Natale è riuscito a prendermi rincorrendomi per i centri commerciali e fra le luminarie del centro. Centri e centro! Coincidenza?
Anche quest’anno tutti a benedirsi : “Se non ci vediamo più ti faccio gli auguri, e alla tua famiglia”, poi ci si continua a vedere e ad ogni volta “Se non ci vediamo…”.
I bimbi invece parlano dei regali che sicuramente Babbo Natale gli porta, per non sbagliarsi scrivono l’elenco di questi in ordine di importanza, forniscono una copia a mamma, una a papà, nonni, zii e chiunque possa avere a che fare con loro.
Me ne è capitato uno con indicati anche i prezzi, come per le liste nozze.
Infine, come ogni anno, negli ultimissimi giorni mi sono mosso anch’io per quei regali che è bello fare, che è giusto fare, quasi necessario.
Qualcosa di carino, utile e ad una cifra ragionevole: facile vero?

Fra questi anche l’autoregalo, e come spesso capita: un libro. Quale?
Quelli da leggere che già possiedi, non valgono.
Quelli già letti e che sai essere belli, ancor meno.
Passi il tuo tempo in librerie zeppe di gente e libri, ma l’ispirazione non arriva e allora ascolti un vecchio consiglio che da mesi rimane pendente: Mi raccomando: Tutti vestiti bene: David Sedaris: Oscar Mondatori.
La vigilia è dedicata ad albero e presepe: finché non è mezzanotte si è sempre in tempo.
E’ Natale.
Fino a mezzogiorno si aiuta in cucina, poi a tavola con una quantità elevata di cibo, vino e parenti.
Il pomeriggio, invece, è dedicato alla lettura, seguo il consiglio di chi scrive, ti insegna a scrivere e ti dice che leggere: non si può chiedere di meglio.
Il libro ha un giusto numero di pagine e lo tieni facile in mano, tanto che con l’altra riesci a rispondere ai vari sms di auguri che arrivano e che di anno in anno, giocando al rialzo, si fanno sempre più lunghi e articolati.
Passa il Natale, e passa anche questo libro… questo libro... deludente.
Autobiografico, fatto di aneddoti che seguono una certa logica fino solo a metà volume, poi fanno quello che vogliono. Sono il primo a dire che la trama non è importante, anzi, ma se la togli, bisogna metterci dell’altro, un’invenzione, lo stile tuo, qualcosa per bilanciare?
L’io narrante è un ragazzo gay nato in una famiglia strana nel mezzo di un paese strano: l’America. Se gli americani in sé non li si capisce bene, anche gli autori loro connazionali non è facile prendergli le misure, come per gli orientali, giapponesi in testa. Eppure per un verso o per l’altro ci affascinano, e molto. Io degli americani, gli autori intendo, mi piace come riescono spesso a descrivere misere vite di povertà e stenti con la leggerezza e il disilluso ottimismo che ad un europeo sono preclusi. Gli esempi sono tanti e famosi.
Queste storie deprimenti, basta un nulla e riescono a far sorridere, ma soprattutto insegnano a scrollare le spalle invece di piegarle. Sono storie che finiscono bene, o male, o così così, ma non è questo che importa, non ho ancora individuato cosa esattamene è importante, però capisco che deve esserci un qualcosa che lo sia.
Lo stesso sconclusionato Sedaris (emule?) ironico quanto non basta, architetta gli aneddoti della sua vita suggerendoti di cercare il perché le cose accadono. Se hai capito questo dai grandi scrittori americani, perché non dovresti arrivarci leggendo anche di questo ragazzo gay che, se fosse stato etero, la storia non ci avrebbe guadagnato né perso?
Il meccanismo è lo stesso, mezzo accennato, uno sforzo e ce la fai.
Sarà, ma per gli altri questo gioco mi veniva quasi spontaneo, mentre per Sedaris… non ci ho voglia!

Buon Natale a tutti.

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domenica 2 dicembre 2007

I Ciechi - VIII

[Autrice: Sonia]


I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII


Il Libro era la sola cosa razionale e tangibile in quel contesto.
Spesso mi si confondevano le idee, ultimamente mi succedeva un po’ troppo spesso. E poi, in questo mondo parallelo che era la città dei sogni non raggiunti, ormai il rumore della vita mi aveva costretto in comportamenti non edificanti… tutte quelle stronzate con quei disperati delinquenti come me che facevano assurdità parlando a vanvera. E le lenti bianche... Ad un certo punto a forza di tenerle mi dimenticavo, mi pizzicavano gli occhi, vedevo opacizzato. Mi spaventavo come un bambino.

Certo, quasi quasi era meglio vedere col filtro del vetro satinato piuttosto che guardare a fuoco questo mondo corrosivo, appiccicoso, deforme. Qui, tra l’alcool e il resto, un resto eccessivo, la realtà e il sogno si confondevano, gli incubi si affacciavano diventando dialoganti, trovando la propria strada, vestivano i panni dei miei fantasmi del passato e i travestimenti del presente. Che banda di disperati deliranti… povera Denise, anche lei come se n’era andata, in tutto quel trucidume, incapace di reagire, lei che amava tanto l’arte, la letteratura, il cinema e la musica…
Camminavo a fatica con la mente a pallini, le vista a macchie, il rimbombo del vicolo e la puzza del cassonetto addosso. Tastavo continuamente la tasca, era lì con me, quel libro. Mi aveva seguito sempre, mi aveva amato poco ma insegnato tanto. O forse nulla, dato il mio stato. Si era scolorito ed ingiallito come la mia vita. Il titolo, enigmatico… non alludeva a quello che la logica faceva supporre. Parlava di natura, minerali e rocce, fauna e flora. I Ciechi erano dei particolari tipi di cristalli traslucidi simili a lenti opaline attraverso le quali si poteva vedere il mondo come in un sogno. Conteneva affascinanti tavole a colori che avevano fatto brillare i miei occhi di bambino. Ora erano stinte, le rocce frantumate, i petali graffiati, le scritte a metà.
E quella dedica, la grafia tremolante e obliqua della Nonna Amalia… cristallo, cuore che arde…sfera di luce…che illusione! Avrebbe voluto un nipote tutto perbenino e buono, soprattutto un bravo cristiano con le mani giunte, gli occhi al cielo e la riga da una parte. La fede, La luce, il cuore che arde….. Si era ritrovata con un somaro agitato e ribelle con le ginocchia sbucciate e i capelli a serpente che, ad una età indegna e non avendo combinato niente di sensato, beveva come una spugna e si faceva di tutto, si infilava le lenti a contatto accompagnandosi ad un consesso di altri disgraziati cerebrolesi tali a lui per poi farsi sgridare come un idiota dal Trucido in persona, manco fosse un istitutore... L’unica cosa era sperare che la Nonna Amalia non potesse mai vedermi dall’Aldilà e quindi niente Aldilà, per favore.. Altro che tavole a colori! Qui era tutto in bianco e nero, anzi di quel grigino topo-morto che fa ancora più schifo. Povera Denise..
Nella libreria I Ciechi stava al contrario per scaramanzia, per sapere sempre dov’era e nell’illusione che l’averlo messo sotto-sopra potesse raddrizzare la mia vita. A volte, quando avevo superato il limite, perso l’illusione di ritrovare me stesso e di capire com’era andata con Denise e i suoi occhi perduti per sempre, vedevo lassù in alto la Nonna Amalia che mi sorrideva con in mano il cristallo della salvezza, un cuore che ardeva in petto tutto trafitto di frecce come quello dei santini, e una luce ipnotizzante tutto intorno.
Ma durava poco, la Nonna era incazzata nera e mi mandava a quel paese in diretta, tutto ciò reggendo in mano fieramente il cuore, il cristallo e la fiamma.
E allora tutta quella storia, sogno e realtà, inseguimenti, specchi, messe nere e occhi bianchi mi sembravano un gioco banale, una fuga dalla vita di tutti i giorni, senza Denise e senza un senso.
In quel preciso momento di sanità mentale temporanea, tanto valeva ritornare a casa, riporre I Ciechi al loro posto, magari per il verso giusto non si sa mai nella vita….magari dopo essersi fatti un bel bicchierino che schiarisce per bene le idee……magari.


FINE

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I Ciechi - VII

[Autrice: Valeria]


I - II - III - IV - V - VI - VII

L’istinto mi fece portare la mano ai genitali per assicurarmi che ci fossero ancora. Mai mi ero soppesato i coglioni con tanto piacere!
Questa gente era fatta peggio di me e il loro fottuto specchio era solo un'olografia della solita foto di Denise. I capelli, i vestiti e la posizione erano quelli della foto. Mi mossi alzando un braccio. L’immagine riflessa rimase immobile, poi con uno scarto di qualche secondo seguì il mio movimento.
Mi voltai verso i presenti con espressione trionfante, sicuro che avrebbero accolto la sconfitta con dignità. Ma eravamo rimasti in pochi.

I soliti due pesci lessi dall’aria finto angelica, la vecchia presa dal suo ruolo e l’uomo "non male" dalle caviglie fini e dal pastrano fuori moda. Avrei voluto assomigliargli un po’, almeno nell’aspetto, forse Denise si è lasciata affascinare da questo stronzo con le lenti bianche. Invece di stare con me e vivere felici; io sempre sbronzo e lei sempre cotta e magari anche incinta. Sarebbe stato bello invitare questo stronzo a cena una sera e vomitare l’anima sul tavolo appena arrivava. Denise avrebbe potutto farsi un bel trip davanti a lui e magari dargliela per una dose. La gente così cerca l’emozione; allarga sempre il portafogli davanti a quelli come noi.
Mi incominciò a montare la rabbia. Quella cieca appunto, ma per davvero. Quella che non aveva bisogno di espedienti pseudo paranormali per trovarsi ad uccidere qualcuno. Si era cavata gli occhi la mia donna e questi erano ancora in libertà a giocare con gli specchi. Non sapevo ancora se erano stati loro o lei stessa a immaginare e mettere in pratica quello sconcio che a me era toccato trovare riverso sul pavimento della camera.
Con un largo sorriso mi rivolsi alla vecchia che sembrava davvero affranta dal mio comportamento. Mi guardava come si guarda un bambino che non vuole giocare al gioco che gli adulti gli vogliono imporre. "Oh, vecchia non lo vedi che so’ io? Ti ricordi i’ Riccardo? Sono sbronzo ma non son mica cotto come la Denise sai!"
Si erano tutti coalizzati contro di me e non mi riusciva di farmi capire o di uscire da questa situazione. Uno degli angeli deficienti mi porse un bicchiere ed io lo presi come faccio sempre e lo buttai giù. Persi coscienza e mi risvegliai con il solito odore pungente della spazzatura del bidone dei rifiuti dietro al bar. "Ecco adesso mi ritrovo" pensai soddisfatto e feci per alzarmi. Con la mano a tastoni trovai il bordo del cassonetto e sollevai la testa fuori. Era buio pesto. Tanto buio da sembrare ancora più buio della notte, un buio compatto. Mi spaventai e cominciai ad urlare.
Dall’ingresso posteriore del bar arrivò il trucido in persona a tirarmi fuori. "Sentimi bene Riccardino, se non la finisci chiamo il centodiciotto e l’unità psichiatrica mobile! Non si può continuare così hai capito?! E togliti quelle cazzo di lenti a contatto bianche che ti metti, quando sei completamente sbronzo te le dimentichi e ti spaventi! Tu mi sembri il Marilin Manson davvero!"
"Ma che l’hai visti te? Quello spilungo con i’ cappello e i’ pastrano? C’era pure la vecchia coi vestitini a fronzoli ..." ma il Truce è già rientrato nel bar a lavorare. Quando fa così so che per qualche giorno non mi devo far vedere perché gli metto il nervoso. Così, dopo essere rimasto qualche tempo con la schiena comodamente poggiata al muro, mi allontano e vado verso casa. Poi mi accorgo di avere qualcosa nelle tasche. È il solito libro vecchio e sdrucito.

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domenica 18 novembre 2007

I Ciechi - VI

[Autore: massi]

I - II - III - IV - V - VI

“Di nuovo qui.”
Di nuovo? Non ho mai visto questo posto.
Mi guardai intorno. Avevo seguito i due ragazzi nella sfera senza stare a pensarci troppo. Ma ora che ero dentro, avevo la sensazione di aver fatto qualcosa di poco saggio. Mi trovavo in un enorme salone con il soffitto altissimo. Colonne di marmo sorreggevano la volta dipinta. Alzai la testa per osservare l’affresco: un cristallo luminoso fra lingue di fuoco.
“Finalmente, di nuovo qui”, ripeté la donna che mi stava di fronte. Era sulla sessantina e capii subito che si trattava di lei. Gli uomini che avevo inseguito le stavano di fianco, uno a destra e uno a sinistra. Dietro c’erano decine di persone che se ne stavano in silenzio a fissarmi.
“LUI ti stava aspettando. E‘ giunto il momento di ritrovare la luce”, disse Fabienne, “hai portato il libro?”
Mi toccai la tasca dei jeans per verificarne la presenza come in trance. Poi una porta si aprì e lui entrò. Era come lo avevo visto nel sogno. Si avvicinò a me con passo sicuro come se ci vedesse perfettamente. Si tolse gli occhiali rivelando la sua cecità e sorridendo mi disse:
“Era ora che tornassi da noi.”
Finalmente trovai la forza per parlare:
“Chi siete? Cosa volete da me?”
Fabienne si scambiò uno sguardo fugace con i due ragazzi. L’uomo si avvicinò ancora di più a me e posò la sua mano sulla mia spalla. Desiderai toglierla, ma in qualche modo mi trasferiva calma e serenità.
“Non ti ricordi di noi?”
Scossi la testa. La sua voce aveva un suono ipnotico, come il tocco della sua mano.
Fabienne si avvicinò a sua volta, mi prese per mano e mi disse:
“Davvero non ricordi?”
La voce di Fabienne ruppe l’incantesimo del cieco, mi scossi e mi scansai da entrambi ponendo una distanza tra me e loro.
“Ricordare cosa? Io so solo che mi state perseguitando. Nei sogni, di notte, di giorno. Non riesco più a dormire, non distinguo più il sonno dalla veglia. Cosa mi avete fatto?”
Fabienne tentò di avvicinarsi, ma l’uomo la fermò con la mano e disse:
“Ricordi quando ci siamo incontrati per la prima volta?”
Tentai una risposta a caso:
“All’uscita del bar del Truce.”
L’uomo parve sorpreso:
“No, al bar del porticciolo.”
“Non so di cosa sta parlando, non conosco nessun bar del porticciolo!”
“Ti sbagli”, continuò l’uomo, “avevi fissato con Fabienne. Hai parlato con lei. E quando lei se n’è andata, io ti ho rivolto la parola. Ricordi?”
Rimasi in silenzio. Ripensai al sogno con Denise e azzardai di nuovo una risposta:
“Denise è andata in quel bar. Non io. Lei ha parlato con Fabienne per dirvi che mollava tutto, che non voleva più saperne di voi…”
Notai che Fabienne mi fissava con una strana espressione in viso. L’uomo si infilò nuovamente gli occhiali scuri e disse:
“Non perdiamo altro tempo. Procediamo!”
I due ragazzi mi si avvicinarono e mi presero per le braccia.
“Lasciatemi…lasciatemi…”, urlai con quanto fiato avevo in corpo.
Poi guardai Fabienne e le vomitai addosso tutte le accuse che mi vennero in mente:
“Sei stata tu! E’ tutta colpa tua.”
E con sguardo carico di disprezzo che lui non poteva vedere dissi all’uomo:
“Voi avete ucciso Denise, voi avete ucciso mio figlio.”
Sentii le lacrime che facevano capolino.
“Tesoro”, rispose Fabienne venendomi accanto, “del bambino abbiamo parlato più volte. O lui o te…”
“Che diavolo c’entro io. Avete assassinato Denise!”
Fabienne mi prese per un braccio con forza e mi portò davanti a uno specchio.
Nel mio riflesso vidi i lunghi capelli neri e ricci che mi ricadevano sugli occhi. Poi sentii la voce di Fabienne:
“Tesoro, tu sei viva.”
Fece una pausa e aggiunse:
“Sei TU Denise.”

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martedì 30 ottobre 2007

I Ciechi - V

[Autrice: Alice]

I - II - III - IV - V


Il Truce mi salutò col solito cenno del capo da oltre il bancone.
Poche le persone nel locale.
Avevo fatto la strada a piedi, questa volta.
Durante il percorso non riuscivo a smettere di guardarmi intorno; scrutare ogni individuo; tentare di cogliere ogni movimento estraneo alla vecchia strada che separava la nostra casa dal bar.
Niente di diverso.
Il sole si intravedeva a tratti tra le nuvole fitte; dovevano essere le quattro del pomeriggio o poco più.
Ero confuso.
Mi resi conto che i miei movimenti si susseguivano solo per inerzia.
Presi il bicchiere già pronto per me sul bancone e mi appoggiai di schiena e con tutti e due i gomiti.
Ero indeciso se ripetere i gesti fino a ricostruire l’ultima immagine del bar che mi tornava alla mente, e allo stesso tempo incerto se ritenerla sogno o realtà.
Giravo la testa in ogni direzione da cui provenisse un minimo rumore, per poi tornare a fissare la porta dell’ingresso.
Raccapricciante quanto tutto mi sembrava normale: come se il tempo fosse tornato ad un anno prima. Aspettavo che Denise entrasse da un momento all’altro nel bar, i capelli sciolti a incorniciarle il visto e la sua solita allegria contagiante, il consueto bacio di saluto al Truce con un balzo sul bancone e poi di corsa da me, a riempirmi la testa con il racconto di tutta la sua giornata.
Mi resi conto di aver spostato lo sguardo sulla foto appesa alla parete, questa volta non riuscivo a vederla molto nitida. Non erano le lacrime che mi impedivano di mettere bene a fuoco: mi ero ripromesso di non piangere più, dovevo prima riuscire a capire. I miei occhi continuavano ad essere coperti da quella finissima patina che mi faceva guardare tutto con estraneità.
Agguantai il bicchiere e lo scolai d’un fiato, ne presi un altro e poi ancora un altro. Me li trovavo accanto al gomito senza nemmeno chiederli, li portavo alla bocca e ingurgitavo il loro contenuto con movimenti tanto scattosi quanto incontrollati.
All’improvviso, azzurro.
Mi ridestai come da un lungo letargo fatto di pensieri accavallati.
Fuori dal locale, sulla strada un ragazzo con una camicia familiare aveva appena attraversato la strada.
Precipitandomi d’impulso verso l’uscita, cominciai a correre dietro al mio obiettivo, ormai diventato un piccolo punto di cielo in fondo alla via.
Correvo talmente concitato da non rendermi conto dello sforzo enorme che stavano facendo le mie gambe.
Saltavo marciapiedi, scansavo passanti e automobili, dritto verso la meta.
Tutto intorno a me sembrava rallentato, pensavo a Denise ormai come un’ossessione: lei che mi fissava come in quella maledetta foto; mi chiamava, continuava ad essere la protagonista dei miei sogni angosciosi, cercava forse di trascinarmi con lei verso la luce?
Mi fermai. I punti azzurri erano diventati due e mi sembravano sempre più lontani ma immobili. Dietro di loro un monumento sontuoso, enorme, a forma di sfera. Quando il sole fece capolino da una nuvola illuminandolo notai che era completamente di vetro ed emanava un bagliore fortissimo.
Eppure non mi ero mai accorto della sua presenza in questa parte della città.
Le due figure di uomini si fermarono davanti a quell’apparizione luminosa, si voltarono verso di me ed entrambi, con un minimo movimento delle braccia fecero segno che li seguissi.
Mi incamminai incerto, tra turbamento, confusione, paura ed un’eccitazione quasi isterica, sentendomi del tutto inerme.
Tolsi il libro ingiallito dalla tasca del pantalone, lo fissai tenendolo chiuso.
Nella testa mi tornò a mente la frase pronunciata dall’uomo con gli occhi bianchi e scritta nel libro, incomprensibile, ma incisa dentro di me come una poesia imparata a memoria.

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domenica 14 ottobre 2007

I Ciechi - IV

[Autrice: ChiaraG]

I - II - III - IV - V


Scivolare nel dolore era la prima cosa che avevo fatto. Ma non erano solo i ricordi a perseguitarmi. Continuavano ad apparirmi delle scene, delle situazioni, in cui Denise aveva a che fare con delle persone che non riuscivo a vedere in faccia… i miei occhi, quando tentavano di metterle a fuoco, rimanevano quasi scottati. Ma allo stesso tempo, dei loro volti… riuscivo ad avere una consapevolezza incredibile. Come se un senso diverso dalla vista me li facesse vedere. Come se potessi conoscerli attraverso il tocco della mano, accarezzando zigomi, naso e mento: soffermandomi sulle guance imberbi, quasi fossero appartenute a un ragazzo, ma trovandomi poi ad inciampare lungo rughe nette, che attraversavano una pelle morbida, liscia, molle come quella di un vecchio. Volti diversi, ma uguali nella loro diversità.
Denise invece la vedevo benissimo, spesso mi guardava con quel suo modo che non ho mai scordato, tanto che mi ero convinto che stesse cercando di comunicare con me, che mi stesse chiedendo di far qualcosa. Sarebbe stato troppo facile credere di essere diventato pazzo. Quasi l’ho sperato. Ma queste visioni che si materializzavano all’improvviso, questi strani sogni che continuo a fare, questi personaggi che non vedo eppure vedo… tutto è troppo strano eppure tutto sembra come retto da un unico filo, bianco, di seta.
Quando i medici mi dissero che Denise era incinta, quasi non mi stupii. Non so spiegare il perché, ma non mi meravigliai affatto, come se mi fosse stata rivelata la più banale delle verità. La sera stessa feci il primo sogno in cui lei ne parlava con Fabienne, parlava del bambino… in realtà credo che ne stesse parlando a me. Subito dopo sognai il bambino: mi chiamava, come se volesse giocare con me… ma quando mi avvicinai per prenderlo… vidi che aveva gli occhi bianchi. Come due grosse palle d’alabastro smaltato. Tra l’altro è strano, ma in questi giorni quasi non riesco a vedere il verde dei miei occhi, quando mi specchio. Insomma, quando i medici mi dissero che Denise era incinta, chiesi loro di vedere il bambino. Mi risposero che era meglio di no. Mi chiesero se ero io, il padre. Chi può mai esserne sicuro?, risposi, con una battuta sarcastica che certo non si addiceva al momento.
Quando Denise me ne ha parlato, nei vari sogni, ho avuto la netta sensazione che lei ne era sicura. Era sicura che ero io, il padre. Voglio ancora illudermi che non avesse fatto niente di più, con quei maledetti ciechi… ma qualcosa mi dice che quello non era mio figlio. Non solo per gli occhi bianchi (sono certo che se i dottori me lo avessero fatto vedere, la realtà avrebbe confermato il mio sogno); qualcosa mi fa credere che quel bambino l’abbia uccisa dall’interno… nei sogni in cui Denise diceva a Fabienne di volerlo tenere, lei le rispondeva di no, che non era possibile. Ma ora lo so, era solo un modo in più per metterle confusione in testa, per indebolirla, per privarla delle energie… per toglierle la gioia di vivere. E assicurarsi che, con una tale imposizione, Denise non avrebbe abortito. Se fosse stata libera di scegliere… beh, non so se l’avrebbe tenuto. Ne avevamo parlato pochi mesi prima: entrambi volevamo aspettare ancora un po’. Lei era molto impaurita dall’idea di una maternità. Ma le parole di Fabienne erano servite a ottenere quello che sembravano voler impedire: il bambino ero cresciuto nella pancia di Denise, e il male si era sviluppato in ogni meandro, in ogni centimetro cubo del suo corpo.
Di chi era il figlio, quello? Cos’era successo davvero?
Questo libro forse potrà dirmi qualcosa di più… devo trovare un senso, devo capire dove si annoda questo filo… questi ciechi, queste persone dagli occhi bianchi che vedo ovunque, che non mi lasciano solo di notte e anche di giorno trovano il modo di farsi vivi, cos’hanno davvero da dirmi?
Ma prima di tutto voglio andare al bar del Truce. C’è qualcosa che mi rimanda continuamente lì, nei miei sogni e nelle mie allucinazioni. Non riesco più a capire se davvero ci sono tornato, da quando Denise è stata uccisa. Mi sembra di non aver fatto altro che andare e uscire da quel posto, in questi giorni, ma in realtà non so se sia vero… non so se ero io in carne ed ossa, se era solo la mia mente o se era Denise che ha creato tutta questa recita per me… come non riesco quasi a capire se sono sveglio, adesso, o se sto ancora dormendo… se i miei occhi vedono le cose con chiarezza e mi dicono la verità, o se invece mi stanno ingannando e mi mostrano il mondo dall’interno di un concavo schermo bianco.

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giovedì 20 settembre 2007

I Ciechi - III

[Autrice: Di Notte]

I - II - III - IV - V

Fabienne mi aveva buttato giù dal letto alle sette per dirmi che doveva vedermi, in tutti i modi entro oggi. Fissammo per le sei, al bar del porticciolo. Ero in anticipo di qualche minuto.
Lui era seduto su una delle poltroncine di vimini sistemate intorno ai tavolini all’esterno del bar; l’estate era appena iniziata. Aveva un cappello cencioso, con una grande tesa. Immaginai che avesse un bel fisico, che fosse un bell’uomo. Dico immaginai perché aveva un trench lungo fin sotto il ginocchio che, anche se di cotone, trovai un po’ esagerato, vista la stagione. Notai che le mani, belle e affusolate, erano leggermente abbronzate; teneva le gambe accavallate e potei scorgere che anche le caviglie, che si intravedevano sotto il pantalone bianco, erano state baciate dal sole. Stava immobile con il viso rivolto verso il mare, oltre l’orizzonte. Gli occhiali scuri riflettevano le vele spiegate delle barche che navigavano lente e leggere di fronte al porto. Gli passai accanto, mi disse “Salve”. Risposi “Ci conosciamo?”. “Può darsi...” mi disse “il suo profumo non mi è nuovo”.

Io non uso profumo, risposi. “Appunto” disse lui “per questo l’ ho riconosciuta subito”. Mi parlò senza mai voltarsi. Non mi guardava ma mi sentii ugualmente osservata. Arrivò Fabienne, ci sedemmo al tavolo accanto, ordinai una spremuta e lei il solito americano, probabilmente il quinto o sesto del giorno.
“Cosa c’è di così urgente?”
“Ti stai allontanando, ho avuto ordine di parlarti per capire il perché…”
“L’ordine di parlarmi? Senti Fabienne, io voglio lasciare.”
“Non puoi andartene adesso, ti ricordo che hai giurato.”
“Lo so, ma sono confusa, aiutami per favore, non me la sento più di andare avanti. Non so più quale vita è la mia veramente. Il sogno e la veglia si incrociano di continuo, e io non so più chi sono… Doveva essere quasi un gioco e invece mi sta consumando.”
Il cameriere arrivò con le bibite, l’occhio gli cadde nella mia scollatura che, da una prima scarsa, in un mese era già una terza abbondante. Imbarazzante, non ci ero abituata: il “davanzale” non è mai stato il mio pezzo forte, gli uomini hanno sempre preferito il mio lato B. Mi aggiustai la camicetta – ormai troppo stretta - sul davanti e incrociai le braccia ma, invece di celare l’insolito gonfiore, ottenni un risultato tipo push up. Il cameriere fece un sorrisino di traverso, lasciò le bibite e lo scontrino e, finalmente, si levò dai piedi.
“Hai parlato col tuo bello, eh?”
“No, ti giuro. Però è sempre più difficile nascondere. Sta soffrendo per me. Ultimamente, quando la notte apro gli occhi per orientarmi, lui è lì che mi guarda. Mi sta osservando... Stamani mi ha detto che vuole sapere che mi sta succedendo, è molto preoccupato. E anche io lo sono... soprattutto adesso che...”
Fabienne mi fulminò con i suoi occhi viola
“Adesso che... Finisci, dai!”
“Aspetto un bambino.”
“Ah ah ah.”
“Perché ridi, smettila , mi stai facendo paura.”
“E brava la mia piccina. E lui lo sa?”
“Lascia perdere.”
“Glielo hai detto o no?”
“No... non ancora.”
“Non dirgli nulla, è inutile. Tu sai cosa devi fare. Vero?”
L’uomo del tavolo accanto ci chiese da accendere. Fabienne gli passò l’accendino. Il fumo della sigaretta mi solleticò il naso e mi dette fastidio... a me!, che fumavo due pacchetti di sigarette al giorno!! Quando l’uomo le restituì l’accendino, lei gli disse qualcosa sottovoce, non capii cosa e comunque non ci feci troppo caso: avevo altro a cui pensare. Fabienne tornò a guardarmi: “Allora?” mi chiese.
Mi sporsi col busto in avanti, le braccia appoggiate sul tavolino e le mani incrociate.
“Allora un bel niente! Ascoltami bene Fabienne... io lo tengo”, parlai scandendo bene le parole e guardandola dritta negli occhi con voce ferma ed un coraggio che non credevo più di avere.
“Sai bene che non puoi.”
“Certo che posso, basta che tu mi aiuti.”
“Non credo di poterlo fare. Sarà bene che ne riparliamo... “Si mise ad armeggiare nella borsa. “Tieni, questo è per te” disse “...ora devo andare.”
Mi porse un libro, vecchio e ingiallito. Lo rigirai tra le mani, sembrava scottasse. Guardai il titolo e iniziai a tremare. “Che vuol dire!? “ urlai a Fabienne che era già lontana. Non rispose. La guardai andarsene e provai un profondo senso di smarrimento. Avrei dovuto alzarmi e andarmene, invece decisi di fermarmi ancora un momento per calmarmi e riprendere fiato. Il sole tiepido del tardo pomeriggio mi accarezzava le guance, lo sciabordio delle barche appena mosse dal lieve movimento del mare mi cullava come una musica dal ritmo sensuale. Mi abbandonai sulla poltroncina, lasciai andare la testa all’indietro con la faccia rivolta al sole, chiusi gli occhi e le mani andarono da sole a posarsi sulla pancia ancora invisibile
“Non hai scelta.” La voce mi arrivò come un sussurro, direttamente nell’orecchio. Mi spaventai, avevo dimenticato la presenza dell’uomo con il cappello. Mi voltai di scatto e con il cuore in gola dissi: “Prego?” Avrei giurato che fosse ad un palmo dal mio viso, invece era ancora al suo tavolo. Si girò verso di me e si tolse gli occhiali. Rimasi come paralizzata nel vedere i suoi occhi: vuoti, spenti. Oddio! Era cieco! Il bicchiere che avevo in mano cadde ai miei piedi; mi abbassai per raccogliere i vetri e quando rialzai la testa, lui non c’era più. Non poteva essere sparito. Mi guardai intorno e lo vidi: stava camminando verso la fine del porticciolo, in mezzo a due ragazzi che lo seguivano, a testa bassa, ad un passo di distanza.

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sabato 15 settembre 2007

I Ciechi - II

[Autore: Daniel Bloom]

I - II - III - IV - V

Mi svegliai nel mio letto in un bagno di sudore completamente vestito, con un forte mal di testa. Avevo fatto il peggior incubo della mia vita. Il bar del Truce, la foto di Denise, quei ragazzi con le cravatte e quel tipo con gli occhi bianchi. Non era stato un semplice sogno allucinante, questa volta avevo la sensazione di aver vissuto un’esperienza macabra e irreale.
Detti un’occhiata al cronografo: era il 24. Cristo, avevo dormito quasi due giorni.
Feci un giro nella stanza e mi guardai allo specchio appeso alla parete. Avevo la barba lunga, i capelli spettinati. Il mal di testa mi spaccava le tempie. Entrai nella camera di Denise. Era ancora a soqquadro dopo che la polizia era venuta a fare gli accertamenti. Ancora non riuscivo a capire chi poteva averla ridotta in quello stato. La sua morte era stata una delle cose più macabre che la mente umana avesse mai potuto concepire. Trovata in quel lago di sangue senza occhi. Chi avrebbe mai potuto ridurla così.
Denise. Ci eravamo conosciuti tre anni prima, eravamo in biblioteca la prima volta che la vidi. Quei suoi occhi profondi, i suoi morbidi capelli neri e ricci. Ero sempre stato così timido ad approcciare le ragazze... però quella sua aria così intelligente e dolce mi dette il coraggio di parlarle.
Così diversi e così simili. Il cinema, la letteratura, la passione per la musica. Fu un amore immediato. Tutti e due tanto insicuri e curiosi. Le prime uscite e poi la convivenza.
Anni bellissimi, passati insieme prima che quella maledetta idea fissa le prendesse anima e corpo.
Denise era stata sempre attratta dal paranormale, io ci avevo sempre scherzato su, però quella sua mania era diventata via via un’ossessione.
Da circa un anno Denise era diversa, quei suoi occhi così dolci avevano acquistato una fissità inquietante.
Non riusciva più che a parlare di ricevere “la luce”. Tutto era iniziato da quel corso di astrologia dove aveva conosciuto Fabienne. Da quello che mi diceva doveva essere una tipa un po’ stramba. Una signora sulla sessantina. Inizialmente ne parlava con ironia come una vecchia fuori di testa, poi Denise cominciò a parlare di lei come di uno spirito superiore. Quei discorsi mi preoccupavano e lei smise di parlarmene.
Per un certo periodo pensavo che mi stesse tradendo. I suoi ritardi erano sempre più frequenti. E poi quelle strane riunioni del martedì sera da cui tornava certe volte sconvolta.
Pensavo che fosse solo uno di quei periodi di crisi che ogni tanto attraversava.
Mi guardavo intorno la casa era ridotta ad un immondezzaio. Avrei dovuto fare un po’ d’ordine, ma non sapevo come raccapezzarmi.
In un angolo appesa alla parete una sua foto: la stessa dell’incubo. Mi mancò il fiato. Mi accorsi che erano almeno due giorni che non toccavo cibo. Cercavo di riorganizzare le idee. Era troppo tardi per telefonare a qualche amico. Anche il giorno dopo non sarei andato in ufficio. Era una settimana che non mi facevo vedere. Stavo pensando di scappare via.
Non potevo stare in quelle condizioni. Dovevo darmi una mossa. Farmene una ragione.
Di dormire non se ne parlava nemmeno. Cercai qualche libro sullo scaffale. C’erano ancora i libri di Denise ben ordinati. I miei invece erano alla rinfusa i libri di economia insieme a quelli di psicologia e qualche testo di letteratura. La biblioteca di Denise era per lo più di libri di esoterismo e parapsicologia. Edizioni strane di case editrici misconosciute.
Ripensavo a quel sogno: il bar del Truce, quegli strani personaggi che mi guardavano con quell’aria irreale. Più che ci pensavo e più avevo la sensazione di averlo vissuto veramente.
Continuavo quasi ipnotizzato a guardare le costole di quei volumi. Ad un certo punto mi accorsi che un libro era stato messo al contrario. Era un libro vecchio con la copertina ingiallita e scolorita. Si intravedeva un enigmatico titolo: I Ciechi. Un brivido mi percorse la schiena.
Come in preda alla febbre lo aprii e sulla prima pagina era scritta con grafia tremolante e obliqua una dedica: Il cristallo della salvezza è nel cuore della fiamma che arde in eterno, lo vedrai racchiuso nella sfera di luce.
Tutto il sogno come un film alla moviola, nitido preciso e denso, riapparve alla mia mente.

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domenica 2 settembre 2007

I Ciechi - I

I - II - III - IV - V

Non sono mai stato convinto che il primo incontro avvenne in modo del tutto casuale. No, non ero stato scelto a caso. Qualcosa dovevano pur sapere, o forse l'avevano intuito. Forse mi notarono già all'ingresso del bar, oppure no...
No. Ero già segnato da prima, da quando scesi dall'autobus. Forse addirittura da quando uscii di casa. Sì, forse fu allora che videro la mia faccia tumefatta dalla disperazione. E mi seguirono.

Bevevo da solo, in piedi, senza guardarmi attorno. Guardavo le foto appiccicate alla parete, la ricoprivano interamente come un enorme poster. In quelle foto la vita del locale era rimasta impigliata, aveva perduto qualcosa di sé, prima di trascorrere. Qualcosa di ancora vivo, di attuale.
La foto di Denise era al centro del collage, la fissavo cercando di animarla tra i ricordi. Tutte le altre immagini le ruotavano intorno, facce che si confondevano e svanivano come fili di fumo. La sua era nitida, ferma, con la risata e lo sguardo rivolti a me.
Sentii una presenza alle mie spalle, mi voltai. Erano due ragazzi, vestiti in modo troppo serio per il bar del Truce: camicia azzurra perfettamente stirata, due penne nel taschino, cravatta blu tanto lucida da sembrare di plastica. Mi sorridevano, con un sorriso inspiegabile. Non potevano sapere quel che mi era crollato addosso negli ultimi due mesi, ma se l'avessero saputo, se ad esempio fossero stati due conoscenti, due vecchi amici, avrei pensato che il loro fosse un sorriso di compassione.
Ma come potevano sapere.
Uno di loro aveva in mano un blocco per gli appunti, spesso e rigido. Feci per aprire bocca, non so bene per dire cosa. Immagino qualcosa di aggressivo: non era il momento giusto per socializzare. Ma prima che fiatassi, il ragazzo con il blocco mi toccò leggermente un braccio con la mano e mi sussurrò all'orecchio una frase che non riuscii a comprendere, ma il cui tono mi stupì, talmente era dolce e rassicurante, come una melodia creata apposta per sciogliere il dolore. Con gli occhi mi fece un cenno e mentre li seguivo verso l'uscita sentivo ancora la mano premere sul mio braccio, come se mi guidasse gentilmente. Come se fosse un gesto del tutto naturale, l'altro ragazzo mi prese il bicchiere e lo poggiò su un tavolo, poco prima di uscire.
Da subito, normalmente avrei reagito male, li avrei spinti, al Truce che sudava dietro al bancone avrei urlato che aveva due checche nel suo locale, di preparare subito due calci in culo. Invece niente, ero troppo ubriaco, troppo sconvolto per la morte di Denise.

E quei due ragazzi mi apparivano talmente sereni e sicuri. Poi c'era quella voce. Perché tanta dolcezza? Cosa mi aveva detto?
Fuori mi appoggiai al muro, il ragazzo che mi aveva parlato prese una penna dal taschino e cominciò a scrivere sul blocco, mentre l'altro iniziò un oscuro monologo. Rispetto a quella che mi aveva incantato, la sua voce era più dura, ma anche questa molto rassicurante. All'inizio non capivo nulla dei suoi discorsi, poi pian piano compresi che parlava del mio dolore, di quanto avevo sofferto, di come potevo liberarmi dalla gabbia che mi opprimeva, dovevo soltanto trovare la luce. La luce.
Come fai a sapere cosa provo? Quale luce? domandavo. Non faceva caso alle mie domande, che forse nemmeno pronunciavo, forse mi limitavo a pensarle, non ricordo. Comunque, presto non domandai più. Mi bastava ascoltarlo, e avevo l'impressione di stare meglio. L'ubriachezza mi abbandonava senza pericolo, senza panico. Ogni volta che spostavo lo sguardo verso il ragazzo che scriveva, lui aveva gli occhi nei miei e mi sorrideva, con la stessa compassione di prima. Ora però mi appariva del tutto comprensibile.
Tra i due ragazzi vidi avvicinarsi un'altra persona. Aperto sulla stessa camicia azzurra e sulla stessa cravatta blu, indossava uno strano cappotto lungo, di panno ruvido, troppo pesante, e un cappello la cui tesa larga e floscia nascondeva parte del viso. Nonostante fosse ormai notte, portava un paio di occhiali da sole. Si fermò a un passo da noi e rimase là a lungo, immobile, mentre il ragazzo continuava a parlarmi. I suoi discorsi si facevano sempre più difficili, pieni di allusioni, di simbolismi incomprensibili. Ma a me sembrava di stare meglio, grazie a quelle parole.
Il cristallo della salvezza è nel cuore della fiamma che arde in eterno, lo vedrai racchiuso nella sfera di luce.
L'uomo con gli occhiali strinse una spalla del ragazzo, che subito smise di parlare. Lui e il suo compagno si fecero leggermente da parte e l'uomo passò in mezzo a loro, avvicinandosi tanto a me che potevo sentire il calore umido del suo respiro. Sembrava mi odorasse. Fiutava con avidità il sangue di una preda. Poi si tolse gli occhiali da sole, lentamente, lentamente. Io non pensavo, avevo smarrito tutti i pensieri. Guardavo stupito quegli occhi. Erano completamente bianchi. Senza iride, senza pupille. Perfettamente bianchi. Eppure sembrava mi vedessero, che vedessero anche quel che io non riuscivo a pensare. Vieni con noi, mormorò l'uomo. E così feci.

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