domenica 2 dicembre 2007

I Ciechi - VIII

[Autrice: Sonia]


I - II - III - IV - V - VI - VII - VIII


Il Libro era la sola cosa razionale e tangibile in quel contesto.
Spesso mi si confondevano le idee, ultimamente mi succedeva un po’ troppo spesso. E poi, in questo mondo parallelo che era la città dei sogni non raggiunti, ormai il rumore della vita mi aveva costretto in comportamenti non edificanti… tutte quelle stronzate con quei disperati delinquenti come me che facevano assurdità parlando a vanvera. E le lenti bianche... Ad un certo punto a forza di tenerle mi dimenticavo, mi pizzicavano gli occhi, vedevo opacizzato. Mi spaventavo come un bambino.

Certo, quasi quasi era meglio vedere col filtro del vetro satinato piuttosto che guardare a fuoco questo mondo corrosivo, appiccicoso, deforme. Qui, tra l’alcool e il resto, un resto eccessivo, la realtà e il sogno si confondevano, gli incubi si affacciavano diventando dialoganti, trovando la propria strada, vestivano i panni dei miei fantasmi del passato e i travestimenti del presente. Che banda di disperati deliranti… povera Denise, anche lei come se n’era andata, in tutto quel trucidume, incapace di reagire, lei che amava tanto l’arte, la letteratura, il cinema e la musica…
Camminavo a fatica con la mente a pallini, le vista a macchie, il rimbombo del vicolo e la puzza del cassonetto addosso. Tastavo continuamente la tasca, era lì con me, quel libro. Mi aveva seguito sempre, mi aveva amato poco ma insegnato tanto. O forse nulla, dato il mio stato. Si era scolorito ed ingiallito come la mia vita. Il titolo, enigmatico… non alludeva a quello che la logica faceva supporre. Parlava di natura, minerali e rocce, fauna e flora. I Ciechi erano dei particolari tipi di cristalli traslucidi simili a lenti opaline attraverso le quali si poteva vedere il mondo come in un sogno. Conteneva affascinanti tavole a colori che avevano fatto brillare i miei occhi di bambino. Ora erano stinte, le rocce frantumate, i petali graffiati, le scritte a metà.
E quella dedica, la grafia tremolante e obliqua della Nonna Amalia… cristallo, cuore che arde…sfera di luce…che illusione! Avrebbe voluto un nipote tutto perbenino e buono, soprattutto un bravo cristiano con le mani giunte, gli occhi al cielo e la riga da una parte. La fede, La luce, il cuore che arde….. Si era ritrovata con un somaro agitato e ribelle con le ginocchia sbucciate e i capelli a serpente che, ad una età indegna e non avendo combinato niente di sensato, beveva come una spugna e si faceva di tutto, si infilava le lenti a contatto accompagnandosi ad un consesso di altri disgraziati cerebrolesi tali a lui per poi farsi sgridare come un idiota dal Trucido in persona, manco fosse un istitutore... L’unica cosa era sperare che la Nonna Amalia non potesse mai vedermi dall’Aldilà e quindi niente Aldilà, per favore.. Altro che tavole a colori! Qui era tutto in bianco e nero, anzi di quel grigino topo-morto che fa ancora più schifo. Povera Denise..
Nella libreria I Ciechi stava al contrario per scaramanzia, per sapere sempre dov’era e nell’illusione che l’averlo messo sotto-sopra potesse raddrizzare la mia vita. A volte, quando avevo superato il limite, perso l’illusione di ritrovare me stesso e di capire com’era andata con Denise e i suoi occhi perduti per sempre, vedevo lassù in alto la Nonna Amalia che mi sorrideva con in mano il cristallo della salvezza, un cuore che ardeva in petto tutto trafitto di frecce come quello dei santini, e una luce ipnotizzante tutto intorno.
Ma durava poco, la Nonna era incazzata nera e mi mandava a quel paese in diretta, tutto ciò reggendo in mano fieramente il cuore, il cristallo e la fiamma.
E allora tutta quella storia, sogno e realtà, inseguimenti, specchi, messe nere e occhi bianchi mi sembravano un gioco banale, una fuga dalla vita di tutti i giorni, senza Denise e senza un senso.
In quel preciso momento di sanità mentale temporanea, tanto valeva ritornare a casa, riporre I Ciechi al loro posto, magari per il verso giusto non si sa mai nella vita….magari dopo essersi fatti un bel bicchierino che schiarisce per bene le idee……magari.


FINE

9 commenti:

Gian marco ha detto...

I sogni di Denis erano sempre più frammentati. Senza nulla sapere di cio che appena dietro di lei nell'Universalissimo macrocosmo, si ricordo di ricostruire la sua storia filogentica, quella del suo mondo, del cielo e del riso, della terra e del fuoco. Archetipi antichi che sarebbero serviti a riconciliarla coi demoni che l'alcol invece di scacciare riportava con estrema solerzia nella parte alta dello stomaco.

Gian Marco Gregori ha detto...

Faceva freddo a Cervinia, soprattutto a Natale quando sciavo al Plateu Rosa ad un altezza di 3000 m sul livello del mare. Scoprii col tempo che ogni mattina, quando si trattava di vestirsi Dio era lapidario. Di qui non se ne esce vivi diceva. Una routine che non mi permetteva di vivere come Dio comanda. Così quando incontravo il gruppo a Plain Mason mi saliva la depressione perchè avrei voluto sprofondare nella neve gelata piuttosto che sentire il vento gelido che mi scavava le guance Era sofferenza, lo sport è sofferenza sei non sei in grado di tenere una competizione. Ricordo quel giorno che affaccendato a timbrare il biglietto dello skilift presi in pieno la testa di una tipa che stava con me nel corso. Con gli sci intendo.
“Stronzo”. Io le avevo detto con sguardo perso che fu inavvertitamente una mossa non voluta. Ero disperato, io non volevo proprio urtarla ma quello “stronzo” fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Poco dopo un’incazzosa che sciava magistralmente mi disse di non preoccuparmi e che avrebbe parlato con la ragazza di Prato. Capivo che le facevo pena perché non risposi con le rime alla fighettina. Lo fece lei.
“Zoccola…ma che cazzo ti ridi a fare. Scimunita di una Vagina dentata”
La fighettina di Prato rimase immobile e arrossì quando Zoe parlò.
Vagina dentata….mah.!
Zoe, 12 anni, io Richi 12 anni due anime gemelle. Lasciai il maestro e il gruppo. All’epoca credevo che i soldi fossero un’entità infinita quindi era normale mollare un corso con un monteore specifico giusto la seconda lezione.
“Non preoccuparti Ric che ti insegno io” disse Zoe.

Due anni dopo io e Zoe frequentavamo lo stesso liceo in centro a Milano. Eravamo due cool perchè tessevamo amicizie e conoscenze di ogni genere nel nostro giro. Distribuivamo i biglietti con consumazione a scuola ai fighetti con le loro ragazzine e il proprietario del Terrier ci dava la percentuale. Eravamo i migliori, a qualcuno pagavamo la consumazione così per tenercelo buono. Il cruccio della discoteca non mi mollò mai, anzi per anni avrei frequentato i locali più trasgressivi ma anche i più strettamente conformi che esistevano in città, tanto per restare popolare.
Avido di fama, sempre concitato cercavo ogni ora di accalappiare qualche stronzetto, così lo abbindolavo per un po’, gli dicevo di portare la cugina Sara, la sorella di Pepo. Fa ridere ma in città i nomignoli sono una costante anche se io pensavo che RICHI fosse solo un’abbreviazione, mentre Dodi, Pepo, e Neni erano profondamente milanesi.
Zoe aveva un fratello più grande che per un certo periodo aveva vissuto a San Francisco. Quando tornò a Milano uscimmo con lui un paio di volte. Ci portò al Rolling Stones a vedere i Litfiba quando ancora facevano New Wawe e Pelù e Ghigo andavano d’accordo.
Marcone suonava in una cantina con degli amici tuttaltro che fighetti. Erano dark, nel senso che ascoltavano roba inglese come I Cure o i Joy Division. Quando suonarono A forest in un locale nel lodigiano mi venne la pelle d’oca.
Zoe si vestiva in modo particolare. Aveva acquistato in fiera una borsetta di cuoio con un occhio di Sciva stampato in bella mostra. Quella sera ero ubriaco e Zoe mi disse che suo fratello era sparito.
Lo cercammo tutta la notte.
Papà chiamò da Israele e mi fece una ramanzina sul fatto che non aveva piacere che frequentassi Zoe. Intanto i carabinieri avevano trovato Marcone bello che morto in un prato vicino alla Barona.
Cristoiddio! Si era fatto del male. Giurai che avrei tirato dritto per la mia strada.

Nel 90’ o 91, non si parlava d’altro che di Laura Palmer e di chi l’avesse uccisa ecc.. Avrei giurato che Bob fosse il padre.
Comunque ognuno diceva la sua. Ancora oggi dopo quasi ventenni rabbrividisco quando penso al nano dietro le tenda color sangue che sbiascica il nome dell’assassino. Twin Peacks era folle come del resto lo erano quegli anni.
Avevo con me un Walkman che tenevo sparato con pezzi dei Beasty Boys, Jesus & Mary Chain, Pogues, Cure, Cult, Clash, Joy Division, R.E.M., Smith, Patty Smith, Sugarcubes, Sonic Youth e Velvet Underground.. Spesso andavo in solitudine alla montagnetta invece di seguire le lezioni. Il sabato avevo smesso di fare il p.r. e dopo il casino del lutto mamma mi tenne tranquillo perché io non acquisissi coscienza di quello che era successo veramente, cioè che Marcone non morì per un incidente.
Fu un errore perché Zoe si appoggiò a me, ricordo quando mi chiese di giurarle che non avrei mai toccato la schifezza che lo uccise.
Devo dire che trovavo strano giurare su un argomento delicato come quello. Oddio, sicuramente avevo inquadrato la pericolosità di certe droghe ma non avrei mai giurato di stare lontano che so, dalle canne. Non fosse altro che la cultura beat e poi la flower power generation mi affascinavano non poco. Credevo prima ancora di sperimentare uno stile di vita di condivisione, nella forza di certe idee così da concentrarmi su un’adolescenza un po’ sbarazzina, già che i miei non mi stavano addosso, anzi se ne fregavano proprio.
Il preludio all’autodistruzione fu credere che da solo me la sarei cavato. Cazzo, avevo troppi liquidi per poter farmi nel senso di essere un uomo arrivato, un ragazzo poco problematico ecc. I servizi sociali, quelli come me non se li cagava proprio perché provengo da famiglia altolocata.
Tale fu la forza d’odio per me stesso che senza rendermi conto me ne stavo lassù solo a contemplare il traffico della fumosa Milano. Quando uno sbirro in moto si accostò e mi vide solo, così tanto ragazzino alle 9 del mattino con tutti quei barboni che mi stavano addosso per qualche sigaretta, ecco che in quel frangente mi chiese da dove venivo e i documenti. Avevo appena sedici anni e da quel giorno nessuno chiese più di me, come stavo veramente e dove volessi rifugiarmi.
E’ piuttosto complesso spiegare perché un adolescente di buona famiglia preferisca andare alla montagnetta e pensare di vivere in una comune, oppure come funzioni la mia psiche malata e i suoi contorti conflitti interiori.
Mi rendevo conto che essere ebreo aveva un casino di discriminanti. Bè… almeno per chi ha una certa sensibilità si può rilevare un problema per via dell’Olocausto e del senso di persecuzione. A dire il vero questa persecuzione o questo antisemitismo di cui molti si lamentano, in città non lo percepivo assolutamente. Anzi è proprio la mia gente che tende a fare lobby anche se non si dovrebbe dire.
Quei cazzutissimi paranoici che pensano che essere ebrei significa essere il popolo eletto che inevitabilmente viene perseguitato…bè…quelli sono infognati veramente nel vittimismo generazionale.
Mamma diceva che Papà sarebbe tornato fisso in Italia perché Israele era ormai zona pericolosa o perlomeno alcune zone, come Gaza o la Cisgiordania., ma non fu proprio così che andarono le cose.. Dopo il periodo da p.r. passavo il tempo libero con un’altra ragazza, Martina che successivamente avrei frequentato per molto tempo. Ci passavamo un sacco di libri.
Un anno di liceo lo feci a San Diego, dove seguii i corsi presso un college privato. Fu un anno davvero pieno e complesso. Imparai che i miei coetanei americani erano piuttosto ignoranti rispetto alla cultura europea. I fine settimana ci ritrovavamo a bere birra in una collina non lontana dal college. Un ragazzo austriaco guidava una Buick presa a nolo e ci scorrazzava per le spiagge di La Jolla.
Ricordo che San Diego è davvero un posto solare, ma non solo nel senso meteorologico. Gli abitanti hanno una certa vena positiva e propositiva che si percepisce subito. Più per curiosità che per desiderio feci la mia prima esperienza sessuale con una di quelle ragazze che si pubblicizzavano sui giornaletti che trovavo in giro. Hans chiamò due tizie che , se tutto va bene, avranno avuto 18 anni appena. Sta di fatto che vennero in camera mia dove c’erano due letti. Hans attaccò i Doors e le tizie cominciarono a strusciarsi e a ballare fuori tempo avvinghiate a dei pali immaginari.
“Hei Hans, whats’up?”
“Hooooooo, yessssss, gonna be a grate nite !”
Questo era Hans, un mitteleuropeo all’antica che dalla civilissima Austria esportava rutti e peti, poi bè c’è la grande cultura di Vienna della quale lui era portatore sano.

Una di loro me lo prese in mano e mi fece un pompino astronomico che ancora adesso mi provoca una certa agitazione. Poi Ci fu il rapporto completo. Non fu propriamente un successo ma almeno potevo dire di non essere più vergine.

Ogni tanto chiamavo a Milano Zoe e Martina. Ci si diceva quattro stronzate sui concerti. Quando dissi loro che avevo visto i Sonic Youth in una bettola giù a Mission Bay non stavano più nella pelle.
Non avevo mai sentito una cosa del genere prima d’ora, ci avevano dato dentro, soprattutto i pezzi di Kool Thing e Daydream nation.
Un giorno io e Hans, che oltretutto era un bel tipo, andammo in uno di quei locali caratteristici molto americani, con la scritta BUD cold beer luccicante. Dentro c’era un gruppo folk che cantava pezzi di Spreengsteen. Con gli occhi lucidi per via della birra uscimmo dal locale che era ormai passata la mezzanotte. Avevamo rimediato due studentesse con un macchinino tipo quello che guidava Bruce Willis in Pulp Fiction nella scena in cui si patacca ad un incrocio. Sta di fatto che ebbi la mia seconda esperienza con Hanna, come Deryl Hanna, l’attrice.
continua...

filsero ha detto...

Grazie Gian Marco per il commento... sembra quasi che ti sei sintonizzato con le atmosfere dei Ciechi!
E il tuo racconto dove continua...?
A presto!

Di Notte ha detto...

Mah! non so cosa ne pensiate voi... Ma io me lo sono riletto tutto, con calma e senza la bramosia della prima volta.
Così, come si legge un libro trovato sulle bancarelle dell'usato, comprato per curiosità con l'intento di leggerlo in mezz'ora al massimo, la sera stessa, prima di dormire .
Insomma, non mi è dispiaciuto per nulla.
Come state tutti?
Siete ancora nei paraggi?
Battete un colpo se ci siete.
G

Anonimo ha detto...

ciao gianna,

io tra un impegno e l'altro sono sempre nei paraggi e mi piacerebbe che ci riuscissimo a rivedere per 4 chiacchiere e qualche nuova idea... speriamo ci si apresto un'occasione...

massi

Di Notte ha detto...

caro Massi,
ho in mente una cosa per un nuovo racconto; ho già buttato giù l'idea e mi piacerebbe parlarne con i miei compagni di merenghe.
E' da tanto che ci penso e qualche notte fa è arrivato l'inizio.

News: ho notizie di David, bisogna che lo intortiamo per un ape o simili, uno di questi giorni

G

Anonimo ha detto...

volentieri... sentiamoci... io sono un po' preso con i corsi, ma se ci organizziamo... per esempio domani sera... baci, massi

cantiere ha detto...

Bello, anche io l'ho letto d'un fiato, e poi l'ho riletto più piano, ritrovandolo. Scritto bene e coinvolgente.

cantiere ha detto...

cantiere
www.avanzi.splinder.com