domenica 26 novembre 2006

Funzionalità e referenzialità nella narrazione

Il titolo è un po' pretenzioso, ma non vi allarmate: non vi torturerò con un polpettone accademico (anche perché non ne sarei capace). Vorrei soltanto riproporre alcune delle questioni discusse lunedì scorso: mi piacerebbe dare ulteriori spunti di riflessione e magari rinnovare la discussione. Dato che con parole mie verrebbero fuori di nuovo informi come un blob, citerò un ex-apprendista*, che esprime bene quel che in gran parte condivido:

"Per ovvio che sia, conviene dunque ribadire che una buona narrazione si basa su un equilibrio delicato tra le sezioni funzionali (quelle dove «accade qualcosa») e le sezioni referenziali (quelle che fanno da «contorno», da «sfondo» e da «approfondimento» dei fatti): far pendere la bilancia in maniera troppo marcata dalla parte della funzionalità significa […] costruire dei semplici elenchi di fatti privi di giustificazioni sociali e psicologiche (un po' come avviene nei peggiori film d'azione); al contrario, puntando tutto sulla referenzialità e riducendo al minimo gli eventi trasformativi, quelli che fanno «cambiare qualche cosa», si corre il rischio di una insostenibile lentezza. Ciò non significa affatto che tutte le storie dal ritmo narrativo incalzante siano aride elencazioni, né che un romanzo dove gli accadimenti siano scarsi sia necessariamente noioso; è solo che più ci si avvicina agli estremi e più è necessario il talento del grande scrittore per gestire una situazione potenzialmente pericolosa.
[…]
Non bisogna essere troppo rigidi in queste categorizzazioni: nelle telenovelas e nelle soap opera (corrispettivi audiovisivi del romanzo popolare) non capita nulla per intere puntate e tutto è giocato sugli stati d'animo dei personaggi, così i libri d'amore della collezione Harmony o Bluemoon, ma anche i grandi romanzi popolari tradizionali (da Dumas a Carolina Invernizio), sono ricchissimi di minuziose descrizioni, sono fitti di informanti. Tutto ciò, se da un lato smentisce l'equazione «funzionale = popolare», dall'altro conferma la possibilità, per un testo funzionale opportunamente concepito, di essere fruito senza bisogno di un profondo lavoro interpretativo."
Un'ultima citazione, sempre dalla stessa fonte. Si riferisce al ruolo chiave dei personaggi nel dare originalità alla narrazione:

"La questione è involontariamente, quanto magistralmente posta nelle parole di un autore dalla composita esperienza letteraria, Daniel Pennac.
[A proposito di Guerra e Pace]
«Di cosa parla? »
«È la storia di una ragazza che ama un tizio e poi si sposa un terzo.»
Quante altre storie potrebbero essere descritte con queste parole? In quante decine o centinaia di romanzi c'è una ragazza che ama un tizio e ne sposa un terzo? Inventare una vicenda dove una ragazza ama un uomo, ma poi ne sposa un altro non richiede alcuno sforzo, alcuna capacità.
Quello che richiede talento è rendere credibile quella storia così costruita e vista; e la credibilità nasce proprio dalla caratterizzazione dei personaggi, dallo smisurato numero di variazioni sul tema che si possono effettuare lavorando sulla fisiononima del personaggio, sui motivi per cui prende certe decisioni, sul modo in cui vive gli eventi, sulle implicazioni sociali dei suoi comportamenti. "

*Alessandro Perissinotto, Gli attrezzi del narratore, BUR - Holden Maps

2 commenti:

bruno ha detto...

fa un po' pensare il gioco fra acceleratore e freno nella narrazione, però sarebbe bello che si diventasse piloti bravi a capire la pista: salta su, senza casco, ma col pieno di benzina, ben che ti va... fai un giro da urlo, l'importante è provare emozione. Se prima ti studi sulla carta il percorso... il brivido ne prerde.

Felicita ha detto...

Ben fatto.