mercoledì 8 novembre 2006

Le vacche

Tutte in fila, come vacche che si rifiutano di dare il latte, pronte per essere macellate. L’omino marchia la pelle con l’anestesia. Pochi capelli, cinquant’anni portati male, occhio allusivo. Ha il camice bianco e per lui siamo puttane. Si attarda sul corpo della più giovane. Le carezza il braccio “per prevenire la comparsa di un ematoma!”

Mentre la volontà scompare, il mondo si chiude su risa e suoni di gente che aggeggia dentro di me. Dispiaciuta, sono dispiaciuta. Soprattutto sono arrabbiata. Con me stessa, certo. Potevo stare più attenta, alla mia età poi. Noi poveri non possiamo permetterci questi lussi. La mia è una generazione disgraziata: a quarant’anni ancora dipendi dalla mamma e dal papa’.

Ma la rabbia non è tutta per me. La donna che ho incontrato al consultorio era gentile, carina. Aveva l’ansia da personale sotto organico chiamato a fare perenni straordinari. Faccia da pronto soccorso in stile con un “fermi tutti, qui ci penso io!”

Non mi è sembrata una che desse giudizi morali. Certo non parteggiava per me: Fissò il mio intervento con l’infornata di molte settimane dopo. Soltanto una prima che scadesse il tempo.

Giorni di merda quelli. Come stare su una barca con il mare in tempesta. Capite come stavo io? Non c’era niente, dolce o salato, che riuscissi a trattenere. Male dappertutto e la depressione dipingeva tutto di nero.

Ho perso il lavoro e per poco non perdevo anche il compagno. Sarebbe stato grave. Uno di sinistra non si trova dietro ogni angolo. Denunciava di sentirsi trascurato mentre lo buttavo fuori dal letto. Perché le femmine in cinta agli uomini sono sempre piaciute. Il mio malessere per lui era un dettaglio risolvibile. Bastava che all’improvviso lui prendesse a trattarmi come una bambina idiota. Compassione piuttosto che rispetto e corresponsabilità.

Al consultorio avevo visto altri uomini. Uno ottemperava. Roba di doveri da protocollare e archiviare. Ce n’era un altro. Pareva uno delle poste. Fatta consegna, via. Lei era probabilmente la badante della madre, o la sua.

Riapro gli occhi su una brutta stanza d’ospedale. Mi rimandano a casa che sto ancora rincoglionita. Ferita chiusa, possibilità chiusa, utero aperto. Rimane così: spalancato. In medicina si richiude a sprangate. La pillolina postoperatoria sembra innocua ma provoca crampi che nessuno si preoccupa di anestetizzare. Doglie similparto per settimane.

I dottori fanno i pusher solo per dolori consentiti e soprattutto spontanei. Quelli autoindotti non si attenuano: “Bisognava pensarci prima!”

Urlo l’utero che si richiude, accidenti a lui. Urlo il mio uomo eccitato mentre guarda il mio seno “grosso”. Urlo il mondo intero.

Proprio come fare una passeggiata!

4 commenti:

filsero ha detto...

Ecco il week end, finalmente : ore libere, da far fruttare a piacere. E durante la settimana, il piacere che mi ero programmato io era questo: leggere, anzi rileggere finalmente con tanta attenzione tutti i racconti pubblicati, e scriverci su dei commenti. Le riletture le ho gustate minuziosamente, ma ora...a vederli così sulla pagina, questi racconti, mi sembra così difficile commentarli. Quando li ascolto è diverso: sono fluidi, quasi mi incoraggiano a suggerir loro altri percorsi, altre forme. Qui invece li vedo come scolpiti, sicuri e fermi nelle loro linee. E mi sembra così difficile!

di*maremma*e*di*bugie ha detto...

Ciò che mi sento di osservare è che mi godo molto di più un racconto se mentre lo ascolto posso anche leggerlo.
Ho un capacità di distrazione notevole e se non ho il testo scritto che mi "àncora" basta una parola o un pensiero evocativo a portarmi via.
Vero pero' anche quello che scrive Francesco: questi racconti mi sono sembrati così belli che non mi è venuto nessun commento da fare!
Letti risultano più "vivi": l'unione delle due cose secondo me è perfetta.
A domani

BluePrincess ha detto...

Il mio week end invece è stato abbastanza incasinato. non sono riuscita a leggere nulla e mi dispiace. ho letto adesso e sono felice che voi abbiate registrato questi commenti. sono d'accordo con voi. l'ho detto al nostro incontro: se non ho il testo davanti è complicato per me riuscire ad esprimere un giudizio e a gustare quello che altri leggono. invidio chi è in grado di farlo. davvero difficile commentarli. innanzitutto qui bisogna forse vincere il pudore che ci viene dal rispetto per l'opera altrui e dall'incertezza per la nostra. il mio pensiero ricorrente è: "chi sono io per dire se questa cosa va bene oppure no?" non ho preparazione tecnica, ma solo il mio punto di vista personale, il mio gusto del bello, del pieno, del vuoto. l'arte poi è davvero una questione soggettiva. la scrittura tra queste lo è in maniera particolarmente diversa da tutte quelle arti che oltrepassano l'area visiva sino ad arrivare dritte nella testa di ciascuno di noi con una sensazione fatta di colori, immagini, riflessi. la suggestione data dalla scrittura per me è un viaggio con ciascuno dei personaggi di cui leggo. e chi può dire con chi è più giusto fare un viaggio e con chi no?
ciascuno di noi probabilmente si lascia trascinare o segue la storia che più ci emoziona. di una frase che non mi torna mi verrebbe da dire solo come io avrei immaginato di scriverla. ma e' una cosa troppo soggettiva. oltretutto i racconti mi piacciono e così come sono stanno bene. sono coerenti dall'inizio alla fine e mi piacciono :)
ci serve una seduta di autocoscienza per incoraggiarci, via!

filsero ha detto...

Eh sì BluePrincess...Abbiamo la sindrome degli apprendisti. (Attenti perché ora qui ci infilo una sbobba di discorso.) Forse dovremmo semplicemente pensare che l'autore non solo non si sentirà offeso per i nostri commenti, ma anzi gli faranno piacere (tranne eventuali impietose offensive stroncature! O anche queste, se è in buona e non ha ancora guardato l'ultimo estratto conto), li troverà utili o meno utili, ma ne terrà conto con gratitudine (ad esempio, concederà al suo critico una morte rapida e indolore), perché è proprio questo che l'ha spinto a diventare apprendista: il dialogo critico, cui ognuno contribuisce con la sua soggettività e il suo punto di vista (e magari con un vinello buono, per blandire gli animi): è giusto e non può essere altro che così e, se non lo fosse, non servirebbe a niente il dialogo (sono così perentorio solo quando chiedo lo scontrino e quando dico banalità). Forse sbaglio a generalizzare... allora particolarizzo: (ma si può dire?) questo è quel che vale per me!! Ma spero di essere in buona compagnia… ;-)