martedì 27 marzo 2007
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III - De Gustibus |
Esco per strada e rimango fermo di fronte alla vetrina del negozio di piante. Il fioraio sta confezionando una composizione variopinta. Guardo il mio riflesso e per l’ennesima volta da quando sono uscito dallo studio dentistico tiro fuori la lingua. Il fioraio si volta e pensando che le linguacce siano rivolte a lui mi sillaba un chiaro vaffanculo.
“Ehi!”
Torno alla realtà al suono della voce di Fabio.
“Scusa, sono in ritardo.”
Guardo l’orologio e scuoto la testa. Avevo dimenticato di aver fissato con Fabio e Luca all’uscita del dentista per un caffé.
“Che c’è? C’hai una faccia!”
Non mi dà il tempo di rispondere e continua:
“Luca ha detto di aspettarlo al bar, così intanto ci prendiamo una cosa…”
Apro la bocca per parlare, ma con Fabio non è così facile. Tirandomi per un braccio, continua il suo flusso di parole:
“Andiamo da Cosi, ho voglia di una torta al semolino.”
“Fabio…”
E’ la prima parola che dico dopo l’esperienza surreale che ho vissuto e mi sembra che esca fuori correttamente, senza inceppamenti o problemi di nessun tipo.
“Che poi quella stronza della Giuliana mica mi ha chiamato...”
“Fabio”, ripeto tentando per la seconda volta di dirgli cosa mi è successo.
“Se non chiama entro stasera, ha chiuso con me.”
Passiamo davanti a Ricordi e Fabio mi dice che vuole entrare a prendere un CD. Possiamo?
Non rispondo e rimango a fissarlo inebetito.
“Oh, ma hai perso la lingua?”
Sì, mi viene voglia di gridare, ma ne ho trovata un’altra!
Fabio al solito non aspetta la risposta ed entra nel negozio di dischi lasciandomi sulla porta. Tiro fuori la lingua specchiandomi alla vetrina per il milionesimo controllo. Mi guardo i punti di sutura e mi chiedo come sia possibile. Che poi una volta ho letto che le lingue sono le uniche parti anatomiche che chirurgicamente non si riesce a riattaccare.
Luca passa di lì in quel momento e mi trova a bocca aperta e lingua in fuori.
“Cazzo fai, coglione!”
Luca è quello che tipicamente si definisce uno sboccato. In ogni sua frase infila almeno due parolacce e un’imprecazione.
“Ommadonna, ma ti sei rincoglionito, cazzone?”
“Luca, mi è successo una cosa incredibile.”
Fabio esce dal negozio con una busta in mano e tutte le speranze di raccontare la mia storia svaniscono nuovamente.
“Oh, eccoti, pure tu…via andiamo a mangiarci ‘sta torta.”
Si infila fra me e Luca e ci trascina via.
Entriamo da Cosi e ordiniamo tre caffè e tre fette di torta al semolino.
“Ragazzi”, dico dopo che abbiamo ordinato e ci siamo seduti, “vi devo raccontare una cosa pazzesca. Voi non mi crederete…”
“Un attimo”, mi blocca Fabio, “mi è arrivato un messaggio della Giuliana.”
Spippola il telefono e legge a voce alta:
“Sono stata davvero bene ieri sera, sei un ragazzo speciale con tante doti nascoste. Quando ci rivediamo?”
Luca inizia a ridere accarezzandosi la crapa pelata:
“Grandi doti!!!! La puttana va al sodo e ti fa i complimenti per il tuo nerchione, eh!!!”
Fabio ridacchia, io rimango serio.
La cameriera ci porta quello che abbiamo ordinato. Luca la segue con lo sguardo mentre lei va via sculettando e commenta:
“Troia! Io una botta gliela darei però…”
Un’altra cosa di Luca è che tutte le donne sono puttane, non ci sono eccezioni. Ma una botta lui la darebbe al 90% della popolazione femminile di questo pianeta e se ci fosse vita su Marte anche di quello.
Scuoto la testa e metto in bocca un pezzo di torta. Mastico e non sento alcun sapore.
“’Sta torta non sa di niente.”
Luca e Fabio si zittiscono e riempiono le loro bocche con un pezzo della loro fetta. Luca a bocca piena mi dice:
“Cazzo dici? Il dentista ti ha anestetizzato le papille gustative?”
Fabio ride e aggiunge:
“Ahò bello, è buonissima, come sempre. Ma che c’hai oggi?”
Ingurgito un altro boccone e lo mastico lentamente per vedere se sento il familiare gusto del cioccolato.
Non sa assolutamente di niente.
Bevo un sorso di caffé e non capisco neppure se è zuccherato o no.
Mi alzo di scatto preso dal panico.
“Ahò, ma che ti prende, che c’è?”
Vado al bancone e chiedo alla ragazza a cui Luca una botta la darebbe un panino iperfarcito con melanzane, zucchine e salsa piccante.
Do un morso enorme al panino, ma come mi aspettavo, quando lo mastico e cerco di trovarne il sapore, non sento niente.
La lingua l’avrò anche ritrovata, ma a occhio e croce direi che è difettosa.
sabato 24 marzo 2007
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Legittima Difesa! |
Quando ho partorito mio figlio ho capito che nessuno diceva la verità. Quell’ammasso di cellule senza senso dell’umorismo ha occupato il mio corpo e me lo ha restituito solo quando non gli serviva più. Si è fottuto la mia carne, il mio sangue e si è rintanato dove di solito prende più spazio la merda. E’ cresciuto e io pensavo volesse farmi scoppiare. Invece un bel giorno comincia a organizzare l’evasione e si mette a scavare. A morsi, a pugni, a calci: così allargava la strada. Tutti si preparavano a farlo arrivare nel posto giusto. La cosa più importante era stabilire chi fosse il padre. Poi mi portarono a urlare in un posto senza testimoni. Prima un bel clistere in culo, poi pancia all’aria e cosce spalancate. Non mi hanno lasciato neppure una vita privata. Me l’avevano rubata mentre mi riprogrammavano a fare “colei che ama suo figlio”. La bocca stava paralizzata sull’espressione “soave sorriso” e ogni giorno ripassavo la lezione.
- amore amore amore
- nutrire nutrire nutrire
- curare curare curare
- dare la vita per lui
“Sei felice?” – mi chiedevano. “Certo: essere madre è la cosa più bella del mondo!” – rispondevo con sorriso in funzione [ON]. Lui mi strappava la carne e tutt’attorno si preparava il party dell’anno. Pacca sulla spalla allo spermatozoo efficiente. Carezza riconoscente alla mia scorza d’uovo spezzata.
Di parto si può morire. Ma questo nessuno lo dice. Alcune lo sanno e per convincerle a stare al passo con la produzione hanno inventato un bel sistema: le mamme dormono e qualcuno estrae i figli da un altro buco. Si affetta la pancia che va un tanto al chilo. Come l’uovo di pasqua: lo rompi e esce fuori la sorpresa. L’importante è prenderli tutti. Belli, brutti, sani, malati. Certo sono tutti figli di Dio. Mi chiedevo: se è lui il padre perché cazzo li deve rifilare a tante povere disgraziate come me?
Mio figlio io lo odio. Come si odiano quelli che ti tolgono ogni cosa. Quando lui è nato già i miei diritti non esistevano più. Mi avevano dato solo un periodo di vacanza prima di cominciare. Poi basta. Finita. Non ho mai capito come sono arrivata a fare un lavoro del genere. Senza colloquio. Con un datore di lavoro in incognito che metteva in bocca a tutti ordini perentori:
- Bada a tuo figlio!
- Non senti che piange?
- Non sei una buona madre!
- Insegnagli l’amore… ore!
- Stai attenta a cosa vede in televisione… one!
Io non sono brava a seguire le regole. Però ho scoperto che se rompevo l’uovo prima del tempo ero già un’assassina. Se volevo regalarlo a qualcun’altra: quella si scansava oppure mi faceva sentire talmente di merda da farmi desiderare di morire. Mi sono chiesta: se non faccio figli non servo a niente? Allora ho partorito. Con dolore. E non è quel male che si vede nei film dove qualcuno ti dice: respira! E tu sfiati come un pallone che si sgonfia. No, non è stato proprio così. Piuttosto somigliava ad una enorme cagata. Immaginate uno stronzo infinito che si stacca dalle viscere. Ano e vagina diventano un buco solo. E mentre il parassita sloggia si scorda di rimettere in ordine. C’e’ chi lo fa di mestiere: ripulire i resti, rammendare. Due punti di sutura e tutto torna al posto giusto. Pronta per farne un altro. Ancora uno.
- Bisogna fargli la compagnia! – fa il ventriloquo con la bocca della mia parrucchiera.
Certo, come no. Due cicatrici, due cordoni ombelicali, due culi da pulire, due pance da saziare, due corpi da tenere in vita, due egoisti da soddisfare. Un figlio è già troppo. Così combatto tra riti, funzioni e sensi di colpa.
Mio figlio è un despota. Ha fame, ha sete, si ammala, si riempie di cacca, piscia, rigurgita, vomita. Non è un tamagotchi. Se non fai quello che vuole muore per davvero. Ed è colpa tua, mia. Mai di qualcun altro. Poi “ha bisogno d’affetto”. Non basta dargli da mangiare, da bere, pulirlo, curarlo. Bisogna stare sempre con lui. Non trascurarlo mai. Oppure tutto quello che farà nella sua vita è colpa tua, mia. E’ sempre colpa mia. Quella mattina non smetteva mai di piangere e io volevo solo leggere due pagine di un libro, guardare un po’ di televisione, uscire a prendere un po’ d’aria. Faceva sempre così. Ogni volta che veniva la mia amica urlava come un pazzo e mi toccava prenderlo in braccio e stare tutto il tempo con lui. La mia amica non è mai ritornata. Non avevamo più nulla da dirci. Con le bugie l'amicizia finisce. A lei avevano detto di non dire mai che non sopportava i bambini e a me di non dire mai che mio figlio lo volevo morto.
Io capivo anche che non potevo andare in giro con mio figlio. Disturbava e mi guardavano tutti come per dire: “Che madre di merda! Ma perché non ti tieni il figlio in casa, invece di portarlo dove si discute, si fuma, si fanno cose da grandi…?” Poi c’erano quelle che facevano le solidali. Due grattatine al mento e via. Mai che mi facessero una telefonata, una visita. Non lo capivano che è come stare in carcere: C'e' bisogno di sapere cosa succede là fuori. Serve ripassare l’italiano perché altrimenti non si sa più parlare. Ricordare una risata, essere coinvolta nelle cose perché altrimenti la vita se ne va e hai come l’impressione di non poterla riacchiappare più. Ma il figlio me lo dovevo sucare io, anche se era tutto fuorchè mio. Dicono che è stata una mia scelta. Se è vero, non mi rendevo conto… Non lo sapevo. Nessuno mi ha mai detto la verità. Avevo una sola traccia: ogni tanto percepivo che mia madre di me se ne fotteva. Però mentiva. Le avevano detto di fare così.
Mio figlio non finisce mai. Non chiude, non sta zitto. Non smette mai di chiedere. E fuori c’e’ anche un tempo di merda. Che freddo. Era passato a trovarmi uno. O una. Non è importante. La notizia è che mi ha toccato e io volevo chiudere le orecchie e aprire gli altri sensi. Avevo licenziato quello che se ne occupava prima: sopportava di fare da se’ solo se mi occupavo del figlio. Altrimenti dovevo stare concentrata anche su di lui. Chiedergli di tenersi il bambino per concedermi qualche ora di libertà mi costava un eternità in ricatti e ritorsioni. Quell’uomo era così, non sopportava di essere spodestato. Come mio figlio: strillava se lo lasciavo solo. Gli chiesi di collaborare e lui trovò più semplice scappare.
Mio figlio è in piedi, nella culla. Sta urlando e io voglio finire questa cosa. Mi piace, cazzo. Mi sta toccando e sento umido. Ha finito e mi lascia così.
- Non me la sento di continuare. Il bambino guarda... Ci vede.
- Non me ne fotte niente. Allora cambiamo stanza.
- No, devo andare. Mi sento a disagio.
- Non andare, non lo vedi che sto per morire?
Evidentemente no. Mio figlio non ha problemi, sta bene. Allora deve starmi a sentire: “Che ti ho fatto di male io? Mi spieghi perché mi vuoi uccidere? Non lo sai che ci sono mamme che spengono i figli con i calmanti? Cosa devo fare io?”
Mio figlio un giorno sarebbe diventato uno stronzo più grande. Che altro può diventare uno che nasce con il solo scopo di uccidere sua madre? Quella mattina faceva freddo. Io ero rimasta a letto. La porta appena chiusa. Continuai da sola. Ogni carezza riportava in vita un grammo del mio corpo. Sentivo la mia pelle a spicchi, poco per volta. Avevo portato mio figlio accanto a me e ancora non smetteva di piangere. Poggiai una mano sulla sua bocca e l’altra continuava a procurarmi piacere. Acchiappavo la mia carne pezzo per pezzo. Volevo romperla per entrarci dentro. Il mio respiro era più rapido. Quello di mio figlio di meno. Sentivo i miei muscoli tendersi, piegarsi. Diventavo più forte. Così ho ricominciato ad esistere. Così mio figlio moriva.
Io o lui. Non ho avuto scelta. In ogni caso sarebbe stata colpa mia.Questa è la verità.
mercoledì 21 marzo 2007
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II - L'Importanza delle Lingue |
Quando mi risveglio, per un attimo non capisco dove mi trovo. Poi riconosco la poltrona, la lampada sopra la mia testa, gli strumenti; mi tornano alla mente il dentista con la faccia da tartaruga e la sua assistente e allora ricordo.
La mia lingua!
Provo a muovere le gambe e le braccia e ringrazio il cielo che entrambe adesso rispondono agli impulsi che arrivano dal mio cervello.
D’istinto apro la bocca e cerco con le dita il pezzo di carne che il dentista mi ha strappato con le tenaglie. Inaspettatamente la lingua è lì. Me la tocco e me la ritocco incredulo.
Ma come è possibile se un attimo prima…“Ah, allora è vivo?”, l’assistente spunta da dietro una porta con in mano gli strumenti sterilizzati.
La sua voce è vispa e arzilla e naturalmente ha stampato in faccia un sorriso che le va da un orecchio all’altro.
“Doveva essere davvero stanco per addormentarsi mentre il dottore le faceva l’otturazione. L’ho visto succedere molto di rado.”
Sono senza parole, ma non senza lingua.
Mi sono addormentato? Non riesco a ricordare il momento in cui la realtà ha lasciato il posto al mondo onirico.
“Io..”, balbetto non sapendo che dire.
“Oh, non si deve scusare, può capitare…Se ora vuole alzarsi, l’accompagno alla reception per prendere il prossimo appuntamento.”
Non è un invito, è un ordine. Io mi alzo mio malgrado dalla poltrona e un po’ traballante e del tutto frastornato faccio per seguire la ragazza.
Mi fermo di colpo perché con la coda dell’occhio vedo qualcosa che attira la mia attenzione. E’ una scatolina di metallo piena di…cosa sono? Sembrano fette di arista cruda tagliate molto spesse.
La sederona si volta e nota dove è diretto il mio sguardo. Con una prontezza sorprendente per la sua stazza mi scavalca e corre verso il contenitore chiudendolo con un coperchio. Per una frazione di secondo il sorriso è sparito e un’aria stizzita e vagamente contrariata ha invaso il suo faccione. E’ stato un attimo, ma l’ho notato.
Torna a sorridere amabilmente e mi dice:
“Se vuole seguirmi…”
Vado verso l’uscita in silenzio ma non riesco a smettere di pensare a quelle fette di arista. Cerco di scacciare dalla mia testa l’idea che fossero lingue. Perché lingue è quello che sembravano, magari strappate ai precedenti pazienti. Senza accorgermene torno a toccarmi la lingua per convincermi che dentro la scatola di metallo c’erano davvero fette di arista. La lingua è sempre lì e scuotendo la testa mi dico che la notte devo dormire di più invece di ubriacarmi con quei cazzoni di Fabio e Luca.
“Se le va bene ci vediamo martedì prossimo, così il dottore termina l’intervento…alle 18:00 come oggi le va bene?”
Faccio di sì con la testa, prendo il promemoria che la receptionist mi mette in mano e ancora inebetito per questa esperienza surreale esco e prendo l’ascensore.
Premo “T” e mi volto verso lo specchio ad osservarmi. Ho gli occhi cerchiati e le pupille iniettate di sangue.
Sì, decisamente devo dormire di più.
L’ascensore arriva al piano terra e faccio per aprire la porta. Poi ci ripenso, mi volto di nuovo verso lo specchio e tiro fuori la lingua.
Tutto ok, mi dico. E’ lì al suo posto.
Poi mi guardo meglio. Non so come mai, ma c’è qualcosa di diverso. Non che passi le giornate a fare linguacce allo specchio, ma c’è davvero qualcosa di strano. Cerco di stendere la lingua più che posso e la allungo all’inverosimile.
E’ in quel momento che li noto.
I punti di sutura sono piccoli, ma non invisibili: questa non è la mia lingua.
martedì 20 marzo 2007
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Due, tre, forse quattro |
Due, tre, forse quattro passi, metri, manciate di palmi… la distanza misurata ad occhio, braccia e battiti del cuore che pulsa nelle vene delle tempie facendo rimbalzare gli occhi.
Una faccenda di famiglia da risolvere con lotta, aspra, breve, violenta, fatta di pugni a volare senza mira, di calci senza rincorsa e di morsi che non mollano la presa finché non si smuove la carne sotto i denti o non riesci più a tenere l’apnea per evitare di respirare il sangue che sprizza.
Due, tre, forse quattro minuti di bestiale violenza, rapidi, immediati, come le fiammate di SputaFuoco e assordanti come il fragore del cannone che espelle l’UomoProiettile.
Tutto pareva come sempre, stanca routine di allenamenti fra odore di paglia e schiocchi di frusta. Tutto salvo il guizzo nell’occhio di Matilda, nervosa quella sera, oltremisura.
Salto, posizione, inchino: le solite figure fatte controvoglia; il caso di smettere? Sicuramente si, ma per Regina era lavoro e questo, bene o male, lo si doveva pur fare, con Betty, appesa alle sbarre, a farle compagnia.
Poi, d’un tratto l’ inevitabile, imprevedibile balzo di rabbia, Regina a terra, Matilde sopra di lei.
Per Betty solo una cosa, senza pensare.
Due, tre, forse quattro vampate di calore prima che arrivi Raul a porre fine. Betty si trascina barcollando: è tutto finito in un abbraccio infinito di Regina.
Due, tre, forse quattro secondi, poi più nulla.
ANSA: Aggredita da una tigre, domatrice salva grazie al sacrificio di scimmietta ammaestrata.
venerdì 16 marzo 2007
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I - Senza parole |
“Non avrà mica paura, vero?”
Faccio segno di no con la testa ma è una mezza bugia. Non ho paura, sono letteralmente terrorizzato.
“Non abbiamo mai ucciso nessuno.”
Il sorriso dell’assistente non mi tranquillizza per niente.
“Il dottore arriverà tra un attimo.”
Cerco di sorridere a mia volta ma faccio fatica a far funzionare i muscoli del viso che servono a distendere le labbra.
Guardo le mani veloci della ragazza che sistemano gli attrezzi sul ripiano e una morsa mi stringe lo stomaco. Cerco di distarmi e provo a immaginare la vita privata dell’assistente paffutella al di fuori dello studio dentistico. Si volta verso di me come per verificare che sia sempre lì e mi indirizza un altro grande sorriso. La osservo meglio: mi sembra che abbia sì e no vent’anni e mi chiedo se è una con abbastanza esperienza da mettermi le mani in bocca. Di certo nella sua di bocca infila cibo a dovere: ha un sedere che fa provincia.
Il dottore entra in quel momento. E’ più giovane di quanto credessi, ma mi dà l’impressione della persona seria. Il viso mi ricorda una tartaruga. Ha un paio di occhiali rotondi che rendono i suoi occhi piccolissimi. Si presenta, mi stringe la mano e chiede all’assistente se ha già preparato l’anestesia. Il tutto senza accennare neppure l’ombra di un sorriso. Sì, è uno serio.
“Dov’è che ha dolore esattamente?”
Non mi fa rispondere, mi ficca le mani in bocca e mi siringa la gengiva. Percepisco un lieve dolore nel momento della puntura, ma mi rilasso ripetendomi che d’ora in avanti non sentirò più niente.
“E’ questo dente”, rispondo indicandomi il premolare destro superiore. Lui nemmeno mi guarda, mi dà le spalle e armeggia tra i suoi attrezzi.
Quando si volta vedo che ha in mano uno strano bisturi.
“Adesso praticheremo una gengivectomia per facilitare l’estrazione.”
Gengivectomia? Estrazione? Io pensavo fosse una carie.
Guardo interrogativo il viso da tartaruga del dentista, ma da quel volto non trapela niente e l’espressione è sempre la stessa.
Mi volto verso la sederona a cercare conforto. Lei sorride ancora, ma la sua espressione è cambiata. Quel sorriso ha un non so che di sbagliato.
Prima che possa pensare di fare qualsiasi mossa, mi ritrovo le mani della cicciona sulle mie braccia. Mi coglie alla sprovvista e non capisco cosa voglia fare. Mi divincolo ma lei non molla e continuando a sorridere in quel modo sbagliato mi tiene fermo alla poltrona. Non riesco a ribellarmi, è come se non avessi più forze.
“Dottore, l’anestesia sta facendo effetto”
Ma non dovrebbe addormentarsi solo un lato della bocca?
Il dottore aziona il bisturi e l’assistente mi lascia le braccia ormai pesanti e inermi e mi allarga la bocca. Provo ad alzare un braccio, a muovere le gambe, a chiudere la bocca, ma solo i miei occhi sembrano rispondere ai comandi del cervello e si muovono da una parte all’altra dell’orbita cercando di capire cosa sta succedendo. Poi il bisturi è dentro la mia bocca e io sento un odore di pollo bruciato. La sederona raccoglie con l’aspiratore i pezzi di gengiva che mi cadono sulla lingua. Voglio urlare, scappare, ma sono completamente immobilizzato. Quando il bisturi cessa il suo lavoro, il dottore prende qualcos’altro dai suoi strumenti e solo quando si volta nuovamente verso di me vedo le tenaglie. Aspetto impotente che l’attrezzo mi strappi il dente, ma questo momento non arriva mai.
Accade qualcosa di peggiore. Le tenaglie mi afferrano la lingua e sento tirare con una forza tale che penso mi si staccherà tutta la testa. Il dottore tira come un dannato e la sederona si mette dietro di lui e lo aiuta . Mi chiedo perché non senta dolore, forse è l’anestesia. Non finisco di formulare questo pensiero che percepisco qualcosa.
Non è dolore, è un rumore. E’ come quando preparo gli straccetti di cavallo e sfilaccio il pezzo di carne aiutandomi con le mani.
Poi il dottore e la sua assistente finiscono per terra con un tonfo sordo, guardano entrambi le tenaglie che lui stringe fra le mani. Vedo la tartaruga che sorride per la prima volta e gli occhi mi finiscono sul loro trofeo grondante di sangue.
Provo a urlare, ma credo di aver perso la lingua.
Il resto è buio.
martedì 13 marzo 2007
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Per non saper né leggere né scrivere¹ - Non essere stanchi |
di Enzo Fileno Carabba
Quando ho cominciato a tenere corsi di scrittura non sapevo a cosa andavo incontro. Ho imparato molte cose. Di solito uno, senza rendersene conto, frequenta persone simili a lui. Per esempio persone che hanno in comune il fatto di aver preso il treno, qualche volta, o persone più o meno convinte che i libri siano una splendida cosa, o persone che non vengono picchiate spesso. Invece tenendo corsi in tante scuole diverse, in tanti ambienti diversi, ma molto diversi, ho incontrato ragazzi sapienti, ma anche ragazzi i cui contatti coi libri sono veramente minimi. Ho incontrato ragazzi che vanno in deltaplano ma anche ragazzi - non pochi - che non hanno mai preso il treno, oppure non sono mai stati a Firenze pur vivendo a pochi chilometri da Firenze.
Infatti non è vero che nella nostra era tutto è più vicino e più veloce. Ci sono barriere enormi. E non parlo di ragazzi che, in qualche sperduta catapecchia, vengono travolti da bombe democratiche, ma di ragazzi molto vicini a noi, in termini di chilometri.
Io spesso porto cassette con film che hanno come protagonista Dracula. Il ragionamento è questo: vedere come una storia che tutti conoscono viene affrontata nel libro e nei film. Ma una volta sono andato in una classe in cui nessuno conosceva la storia di Dracula, a parte la versione comica di Aldo Giovanni e Giacomo (peraltro pregevole) e una pubblicità in cui compare un vampiro. In compenso quando ho interrotto la cassetta ed è apparso il Tg2 in diversi si sono messi a urlare: "Tg2 Tg2!" come riconoscendo una divinità tribale. Lo so che sembro cattivo, solo che è andata così.
Ho sfiorato vite belle e terribili. Ho fatto lezione a ragazzi che, appena arrivati da paesi lontani, non so cosa capissero di quello che dicevo.
Non è detto che le scuole dove il livello culturale è più alto siano anche le scuole da cui escono i racconti migliori. Non sempre. Per scrivere bisogna scommettere, osare, lasciarsi andare, produrre scintille. Se giudichi con troppa intelligenza è la fine, quello che scrivi si ferma, smette di respirare, muore. Non è facile. Questo coraggio può essere liberato dall'esterno, ma cova nel cuore dei singoli.
Quando andavo a scuola come alunno, a parte che mi sembrava non sarebbe finita mai, ero colpito dal fatto che molte persone erano sempre stanche e ritenevano di ricevere, dalla vita, molto meno di quanto meritavano. Questo valeva sia per i professori che per gli alunni, dato che come si sa si influenzano a vicenda, a volte in modo miracoloso, altre volte in modo devastante. Sarà la scuola, pensavo. Oggi so che non è così. Dopo, molti continuano a essere stanchi e scontenti: per il lavoro, o per la mancanza di lavoro. O per questo, o per quell'altro. E così via per tutta l'esistenza. È una costante universale, e coloro che nonostante tutto, caparbiamente, si sottraggono a questo modo di percepire la vita sono - ai miei occhi - dei piccoli eroi.
Io per parte mia, nonostante sia passato molto tempo, sono ancora così sollevato che la scuola sia finita che il mondo mi appare in una luce meravigliosa.
L'importante è non essere stanchi.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
venerdì 9 marzo 2007
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VIII - Eurostar 9450 - Un anno dopo |
“E’ occupato?”
Deja-vu.
Cazzo sono, lo sportello delle informazioni?
“No, prego”, rispose Cristiano spostando lo zaino sulle sue cosce. L’uomo lo scavalcò impacciato sedendosi di schianto. Era un omone grosso e sudaticcio, che si passava di continuo un fazzolettino di carta tutto sbertucciato sulla fronte bagnata.
Cristiano smise di guardarlo e tornò a leggere il suo libro, ignorando quello che accadeva intorno a lui.
Ma come succedeva al solito quando era in treno, non riuscì a concentrarsi per molto e rialzò lo sguardo dando un’occhiata alla ragazza che gli stava di fronte.
Cazzo, che carina!
Lei sentendosi fissata alzò lo sguardo a sua volta. Cristiano le sorrise. Lei ricambiò vagamente con un sorriso imbarazzato, poi non sapendo bene cosa fare o guardare, iniziò a rovistare nella sua borsa alla ricerca di un oggetto non ben identificato.
Cristiano ridacchiò fra sé e sé. Ormai ci era abituato. All’inizio si era sentito offeso e ci rimaneva male, ma aveva imparato ad andare oltre a quelli sguardi misti di compassione e paura. Compassione e paura per la sedia a rotelle su cui sedeva.
Gli tornò alla mente la dottoressa Franchi e per un attimo si ritrovò nell’ospedale dove era rimasto circa un mese. La voce vellutata della dottoressa gli aveva parlato con freddezza:
“La paralisi è permanente. Potremmo tentare un’altra operazione e sentire anche pareri di altri specialisti, al giorno d’oggi la medicina…”
“Dottoressa, siamo sinceri, mi guardi negli occhi e mi dica se esiste la minima possibilità che io torni a camminare.”
La sua voce era suonata così distaccata e lui stesso si era stupito. Gli occhi azzurri e stanchi della dottoressa Franchi lo avevano fissato per qualche secondo, poi la voce morbida aveva parlato nuovamente:
“Lei non potrà più camminare.”
Gli aveva spiegato cosa era successo alla sua spina dorsale e alle sue vertebre lombari, aveva usato mille termini medici cercando di illustrargli la nuova vita che avrebbe dovuto condurre. Cristiano aveva ascoltato sì e no. Quando la dottoressa aveva terminato, lui le aveva sorriso, l’aveva ringraziata e le aveva chiesto di lasciarlo solo.
“C’è sua madre qui fuori che vorrebbe stare un po’ con lei. E’ rimasta qui tutta la notte, sa?”
“Le dica che vada a riposare. Voglio stare solo adesso, davvero.”
La dottoressa aveva fatto un cenno di assenso con la testa e poi era uscita in silenzio. Quanti giorni aveva passato a urlare dentro di sé e maledire tutto e tutti? Quante settimane, quanti mesi erano passati prima che si stancasse di piangere e bestemmiare? Non lo ricordava, ma a un certo punto, non aveva più voluto stare solo. A un certo punto aveva voluto che sua madre stesse accanto a lui con i suoi Santiddio e le sue pellicce costosissime. E aveva iniziato a vivere la sua nuova vita a due ruote.
Il cellulare squillò.
“Mamma?”
“Tesoro, dove sei?”
A fare la maratona di New York.
“Sono appena ripartito da Firenze. Tra un’ora e mezzo arrivo.”
“Io sono già in stazione, tesoro. E quegli angeli di ragazzi sono tutti qua per aiutarci.”
Angeli? I tipi dell’assistenza handicappati?
“Ok, mamma, ci vediamo tra poco.”
“Santiddio, Cristiano, ma non potresti essere un po’ più espansivo e meno musone?”
Certo, appena scendo dal treno, mi alzo e mi metto a ballare.
E’ bello sapere che certe cose non cambiano mai.
“A fra poco, mamma.”
“Ok, tesoro, a dopo.”
In realtà qualcosa ogni tanto cambia: sua madre non ha mai capito quando era il momento di tagliare corto. Adesso sì. Adesso sa quando deve stare zitta.
“Scusi”, fece la ragazza carina all’omone sudaticcio accanto a lui, "Quando arriviamo a Roma, mi può dare una mano a tirare giù la valigia?”
C’è un bel vantaggio a viaggiare in treno se sei paralitico: non devi preoccuparti di prepararti per scendere né della valigia. Fanno tutto quelli dell’assistenza.
“Certo”, rispose l’omone e i due si sorrisero.
Cristiano si sentì escluso. Di nuovo si ritrovò a pensare come il suo handicap spaventasse le persone. Ma del resto i due parlavano di azioni che lui da solo non era più in grado di compiere.
Fu in quel momento che la ragazza che stava passando nel corridoio gli finì addosso per la brusca frenata del treno.
“Merda!”, esclamò, “mi scusi, io…”
Cristiano la aiutò a tirarsi e su la riconobbe:
“Erika!”
Lei si tirò indietro il ciuffo e lo fissò. Le erano cresciuti i capelli, ma era quella di sempre.
“Cristiano!”, esclamò lei visibilmente contenta di vederlo. Poi lo sguardo le cadde sulla sedia a rotelle e allora il sorriso le morì in faccia.
“Ma…”
Cristiano le fece un cenno come per dire di non parlare.
“Quando hai tempo per un caffé ti racconterò.”
“Ma, come…cioè, è una cosa…”
“E’ permanente”, disse Cristiano guardandola. Per un attimo quegli occhi azzurri gli ricordarono la dottoressa Franchi.
“Oddio, Cristiano, io…”
“Stai sempre a Milano?”
“Sì.”
“Allora, passa da me una sera e facciamo due chiacchiere, magari lunedì prossimo.”
“Sì, cioè non so, lunedì devo andare con Luca…”
Si fermò. Cristiano sorrise.
“Quando hai tempo, non ti preoccupare. Il mio numero ce l’hai. O hai buttato anche quello?”
“No, no…”, disse lei, “ho buttato via tante cose, ma non il numero…”
Si sorrisero. Cristiano sapeva che lei non sarebbe mai passata a trovarlo.
“Allora ci vediamo”, disse lui dopo qualche secondo di silenzio.
“Sì”, rispose lei, “buon viaggio”
Erika se ne andò traballando nel vagone accanto. Poi vide che la ragazza di fronte a lui lo guardava.
“E’ la tua ex?”
“Eh?”
“Dico, stavate insieme?”
“Sì”, rispose Cristiano.
“E’ carina.”
“Sì”
“Com’è successo?”
“Oh, lei si è innamorata di un altro.”
“No, dicevo la sedia a rotelle. Un incidente?”
Cristiano non seppe il motivo, ma gli occhi gli si riempirono di lacrime. Le ricacciò dentro con uno sforzo sovraumano.
“Sì, un incidente.”
“Mi dispiace”, disse lei.
E dopo un attimo:
“Io sono Monica.”
Cristiano le strinse la mano.
Lei gli sorrise di nuovo e per la seconda volta a Cristiano venne da piangere.
L’omone sudato si alzò e scavalcandoli andò in bagno.
"Cristiano", si presentò lui.
“Sì, ho sentito che ti chiamavi Cristiano, non ho potuto fare a meno di ascoltarti mentre parlavi con lei.”
Cristiano la osservò meglio e penso che era davvero bella.
“Pensi che passerà a trovarmi una di queste sere?”
Monica si strinse nelle spalle:
“Penso di sì”
“Onestamente.”
Lei ci pensò un attimo, poi rispose:
“No, non credo.”
Cristiano sorrise e fece di sì con la testa.
“Facciamo così”, disse Monica all’improvviso, “ io sto a Milano, che ne dici se vengo io a trovarti?”
Cristiano la guardò sbigottito.
Monica rise:
“Ti va?”
Cazzo se mi va.
“Mi va.”
Chi l’ha detto che sui treni non si incontra mai nessuno di interessante, e chi l’ha detto che non ti danno mai il posto che chiedi? E soprattutto, chi l’ha detto che tutta la gente prova compassione e paura se sei costretto su una sedia a rotelle?
Cristiano non è religioso, non va mai in chiesa e quando gli capita di andarci per i funerali bestemmia di fronte alla porta di ingresso. Ma ora crede fermamente che gli angeli esistono. E forse ne ha appena incontrato uno.
“MI VA”, ripeté un po’ più forte ridendo insieme a Monica.
venerdì 2 marzo 2007
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Indirizzi |
All’uscita dell’autostrada dopo l’autogrill, la tangenziale trafficata, una, due, tre alla quarta uscita, dopo il distributore a destra, la seconda casa sempre sulla destra, ci abitavi tu. Un paradiso perduto con il giardino e Fox che all’inizio mi abbaiava contro, tua sorella piccola che parlava sempre, anche da sola, i tuoi genitori che ora non sono più.
La strada che porta al lago, quando arrivi al bivio dove c’è quel ristorante che fa anche da pizzeria, giri a sinistra e continui dritto fino alla piazzetta, quella della chiesa, qui parcheggi dove trovi posto e a piedi ti infili in quella strada chiusa, quel palazzo infondo, all’ultimo piano, il bilocale che era il nostro nido. Solo io, solo tu, mobili avanzati tutti spaiati, il tuo ordine che cozzava con il mio disordine, le risate in piena notte che disturbavano i vicini.
Nella parte nuova della città, di fronte al tribunale, nuovo anch’esso, il palazzo in vetro, al penultimo piano il quadrilocale che ci sembrava enorme fino a che siamo diventati tre sempre rimanendo uno.
La strada in cima alla collina, al terzo tornante la clinica, quinto piano in fondo al corridoio, vicino ai bagni, le lenzuola bianche, la flebo appesa, viavai di infermiere, tu distesa ed io che ti tengo la mano, o viceversa, è un po’ buio, non ricordo.
La strada che porta al cimitero, anzi il cimitero stesso, settore D numero 251, per terra una lastra di marmo grande come il nostro letto, è l’ultimo letto ed ora stiamo sognando entrambi lo stesso sogno.
domenica 25 febbraio 2007
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Per non saper né leggere né scrivere¹ - Produrre energia |
di Enzo Fileno Carabba
La lettura e la scrittura hanno a che vedere con l'energia. Nel senso che ci vuole una grande energia, per scrivere un racconto, bello o brutto che sia. E ci vuole energia (meno, ma ci vuole) per leggerlo. Anche nel senso che il fatto di scrivere e leggere estrae da qualche territorio sepolto della tua mente risorse che non sapevi di avere. In un certo senso non le avevi proprio, prima di metterti a scrivere o a leggere. Non è che le consumi, le produci. Quando la cosa funziona, si genera una forza nuova, profonda, insospettata.
In generale, non mi sento certo nella condizione di dire "ragazzi, si scrive così e così, punto e basta". Nessuno può farlo. Non esiste una tecnica universale, non esistono le Dodici lezioni per scrivere di bene in meglio. Ce ne vogliono almeno tredici.
Io poi non cerco nemmeno di dire cose intelligenti sui testi. Magari non ci riuscirei neanche se lo volessi. Ma non voglio. Perché non è così che funziona. Funziona quando riesci a creare un clima per cui le persone scrivono, anche a forza di dire scemenze, al limite.
La premessa di ogni discorso su lettura e scrittura coincide con la conclusione: la libertà. Con questa alta parola intendo semplicemente significare che, alla fine, ognuno deve leggere quello che preferisce e scrivere come gli pare. Ma per avere delle preferenze quel tipo deve prima sapere che la lettura e la scrittura esistono, e che non è vero che chi legge o scrive lo fa perché non ha successo con le ragazze o con i ragazzi (incredibilmente, molti lo pensano).
C'è una cosa che come tutte le cose importanti sembra banale. Riguarda la capacità di plasmare quello che si scrive, soprattutto riguarda la disponibilità a farlo. È questo il cammino da tentare: lavorare sui racconti, convincendosi che non si è se stessi solo durante la prima stesura - come misteriosamente pensano i più - ma si è se stessi anche durante la seconda stesura. A volte alla nona stesura si è ancora più se stessi di prima. Ma in un modo diverso, nuovo, soprendente. Io credo che questa disponibilità al lavoro conti più del risultato finale: perché indica l'apertura verso possibilità sepolte.
Scrivendo puoi entrare sempre più dentro te stesso, ma puoi anche immaginare altre vite, puoi balzare nella testa di qualcun altro. E non è detto che le due vie non coincidano.
Sceivere è un lavoro lento, richiede concentrazione, e in un mondo dove tutti vogliono affannosamente far sapere di esistere, velocemente, a qualsiasi costo, è una bella sfida. Credo che sia un esercizio di forza e umiltà, anche se a volte può sfociare nel narcisismo.
Per quanto la partenza di un racconto possa essere dolorosa e terribile - intendo l'esperienza che ci sta dietro - il punto d'arrivo, se la magia riesce, è sempre l'energia e la vita.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
martedì 20 febbraio 2007
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VII - L'uomo insensibile |
Quando Cristiano aprì gli occhi, la prima cosa che vide fu Erika completamente vestita di bianco.
Oddio, sono morto e mi trovo in paradiso.
Richiuse gli occhi, li riaprì e si rese conto che la persona che gli stava davanti non era Erika. Era una donna di mezza età, con un camice bianco.
“Come si sente?”, la voce della donna era morbida e vellutata.
“Dove…dove sono?”
“E’ in ospedale, ha avuto un incidente, ricorda? Io sono la dottoressa Franchi.”
Cristiano ripensò alla macchina, a sua madre che parlava, che urlava il suo nome, poi il volo.
“Sì, ricordo…stamani…in tangenziale.”
“Veramente è stato ieri mattina.”
Cristiano la guardò interrogativo.
“Siete finiti fuori strada e avete fatto un volo pazzesco, la macchina si è cappottata un paio di volte e alla fine si è schiantata contro un albero.”
La dottoressa fece una pausa.
“L’ambulanza l’ha portata subito qui. Le sue condizioni erano gravi e abbiamo dovuto operarla di urgenza.”
“Ma…io…”
Cristiano si bloccò e guardò il volto della dottoressa Franchi.
“Mia madre…dov’è mia madre?”
La dottoressa spostò il peso da una gamba all’altra, si avvicinò al letto e prese una mano a Cristiano.
E’ morta, ora mi dirà che mia madre è morta.
“Sua madre…”, la dottoressa si interruppe al suono della porta che si apriva. Si voltò a guardare chi entrava e Cristiano fece lo stesso.
Sua madre era ferma sulla soglia, con un braccio ingessato e una faccia da funerale.
“Cristiano…”
“Mamma, come stai?”
La dottoressa rispose per lei:
“Sua madre sta bene. Si è rotta un braccio e fratturata un paio di costole ma sta bene. Non è vero signora Elmetti?”
Sua madre fece sì con la testa e fissò Cristiano con aria rassegnata.
“Sto bene, sì…io sto bene.”
Allora perché avete quelle facce?
“Allora perchè avete quelle facce?”
“Signor Bonfanti”, riprese la dottoressa Franchi, sempre tenendogli la mano, “il volo che avete fatto le ha causato una frattura molto grave delle vertebre lombari. L’abbiamo operata immediatamente, ma…”
Cristiano si tirò su e fece per muovere le gambe. Non sentì niente.
“Dottoressa…”
“La lesione è molto grave, ha subito un danno midollare che per adesso non possiamo...”
“Non sento le mie gambe, non sento…non sento niente.”
“Stia calmo, ora le spiego cosa…”
“NO, cazzo, non voglio stare calmo!”
“Tesoro”, si intromise sua madre.
“Stai zitta!”
“Signor Bonfanti, non le nascondo che…”
“Uscite!”
“Cristiano…”
“USCITE! Vi ho detto di uscire da questo cazzo di stanza! FUORI!”
“Tesoro, capisco che sei sconvolto, ma non ti rivolgere alla dottoressa in questo..”
La dottoressa Franchi la interruppe:
“Signora, usciamo, lasciamo suo figlio un po’ solo.”
“Ma dottoressa, io…”
“Venga, ci prendiamo un caffé.”
La dottoressa prese la madre di Cristiano sotto un braccio e la trascinò fuori. Prima di uscire si voltò verso il letto e guardò Cristiano con i suoi occhioni azzurri.
Cristiano si sorprese a pensare che quegli occhi erano tanto belli quanto stanchi. Per un attimo pensò di chiederle scusa per come le aveva urlato contro. Ma prima che potesse articolare due parole, la dottoressa era già uscita e lui rimasto solo nella stanza.
Si toccò le cosce. Niente.
Si tirò una botta col pugno. Niente.
Con le mani prese a martoriarsi i polpacci. Niente.
“Maledizione! No, NO, NOOO!”
Cristiano iniziò a martellarsi con tutta la forza che aveva entrambe le gambe. Tirò pugni e pizzicotti e botte di ogni tipo, ma non sentì niente.
“Cazzo, cazzo, cazzo…”, urlò alla stanza vuota.
Poi si fermò esausto. Il respiro era veloce e ansimante. Cristiano provò per l’ultima volta a muovere un piede, ma non ci fu niente da fare.
Sentì le lacrime agli occhi e tentò di ricacciarle, ma non ci fu modo. Iniziò a singhiozzare e pensò che, no, non si trovava in paradiso come aveva creduto svegliandosi e vedendo la dottoressa vestita di bianco.
Quella era l’anticamera dell’inferno.
mercoledì 14 febbraio 2007
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Per non saper né leggere né scrivere¹ - L'era del tanghero |
di Enzo Fileno Carabba
Anche voi leggete libri sempre più corti, ammettetelo. Più brevi e più semplici. Quando ne leggete uno complesso vi sembra di aver fatto qualcosa di formidabile. Vi guardate in giro con un sorrisetto fiero aspettandovi che qualcuno vi dica bravo (aspetterete un pezzo). Di solito lo leggete d'estate, e a settembre lo raccontate a tutti. A settembre siete pieni di buoni propositi. Tutti a settembre venite da me e mi riassumete fino alla nausea libri meravigliosi. Dovrei espatriare, a settembre.
Però le ulteriori letture meravigliose e originali che avevate progettato sulla spinta dell'eroico periodo estivo si perdono con i primi freddi. Oppure, se la vita vi costringe a fingere di conoscere tutto (che esistenza miserabile, però) adottate tecniche di lettura veloce, una cosa perversa per cui sarete puniti nell'adilà.
Ah no? Mi dite che non è così?
Se non è così, se leggete mostruose quantità di libri complicatissimi come facevate qualche anno fa, allora me ne rallegro, vi faccio i miei complimenti. Vuol dire che siete bravi, ma anche fortunati. Siete dei privilegiati, la mamma vi rimbocca le coperte, avete ereditato i pozzi petroliferi della nonna Abelarda, vendete missili per guerre preventive, o mine antiuomo per diffondere la civiltà definitiva. Sono contento per voi. Mandatemi dei soldi. Fatemeli avere al più presto.
Sul versante della scrittura è la stessa cosa. Se prima scrivevate, ora scrivete di meno. Non dite di no. A meno che non siate diventate degli autori di best seller, o non siate dei nababbi per conto vostro, voi scrivete sempre meno. Se mai avete scritto.
Quando dico voi, intendo in qualche modo gli addetti ai lavori, gente che più o meno ha sempre gravitato attorno ai libri. Gente che è cresciuta leggendo, o scrivendo.
Se voi stete ridotti così, e io sono uno di voi, figuriamoci gli altri.
La verità è di questi tempi la nostra vita non è concepita per leggere e per scrivere. Soprattutto non è concepita per leggere, perché per leggere ci vuole una grande generosità, una grande disponibilità, mentre a volte chi scrive è mosso solo da un feroce narcisismo, perfettamente in linea con i tempi.
È il ritmo della nostra esistenza che è micidiale. Non c'è bisogno che te lo dica io però te lo dico lo stesso. Se entri in un ufficio qualsiasi, tanto per dire, sei accolto da vari strati di suoni meccanici e nevrotici che fanno da sottofondo a attività insensate che ci sembrano della massima importanza. Quei suoni non li avvertiamo neanche più, ci sembrano normali. Invece sono il sintomo di un ottundimento collettivo.
Noi siamo una civiltà in cui il massimo piacere per la maggior parte degli uomini è trovare parcheggio. È quando troviamo un posto nel groviglio cittadino che veramente esultiamo, anche quelli che leggono Seneca (io non ne conosco, comunque).
Noi siamo una civiltà che per la prima volta della storia si vergogna degli oggetti che produce: bottiglie di plastica, lattina, pannolini che resistono millenni, e così via.
Noi siamo una civiltà che ha prodotto persone che hanno paura a entrare in posti dove il telefonino non ha campo. E a volte si tratta di baldi giovani che amano gli sport estremi, cosidetti estremi.
Questo per parlare dei piccoli segni.
Sembra che un'intelligenza maligna orchestri le noste vite per impedirci di coltivare la capacità di concentrazione.
Cosa volete che leggiamo e che scriviamo.
Tengo corsi di scrittura, in poche parole faccio scrivere racconti e poi ci ragioniamo su. Prima insegnavo solo agli adulti. Da qualche anno lo faccio anche nelle scuole superiori. Ho visto che per la maggior parte delle persone, concentrarsi a lungo è impossibile. Nessuno segue più un ragionamento completo. Ma non perché sono scemi, non sempre almeno. È come se il ragionamento non fosse più richiesto, non fosse più utile.
Un ragionamento vuole che da un punto A, passi al punto B, poi al C e infine al D. Questo non è più possibile, o avviene solo in circoli ristretti, sempre più simile a sette. Normalmente tutti si avventano sul punto A, per dimostrare di esistere, seguendo un modello di comportamento televisivo, quando non restano segregati dietro muri di apatìa.
A proposito della televisione, mi rendo conto che non è originalissimo tirarla in ballo. Ma non è più il tempo per essere originali. Un mio amico sostiene una tesi interessante: la televisione andrebbe bene se per guardarla tu dovessi, mettiamo, piegarti su un tubo che esce da terra. Se la televisione comportasse un minimo sforzo, anche solo fisico, invece dello stravaccamento in poltrona che tu ben conosci, allora andrebbe bene.
Dicono: ma se vuoi la spegni.
NON È VERO! Maledette teste a pinolo! Dato che tutti la guardano, anche se tu non la guardi sei comunque circondato da quelli che la guardano. Sono loro che comandano, i tangheri ti dicono come vivere. "È l'era del tanghero" dice il mio amico.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
martedì 13 febbraio 2007
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VI - Milano - Roma Solo Andata |
Il suono dell'acqua che proveniva dalla doccia gli ricordò Erika. Quando al mattino lei si svegliava presto e lui poltriva tra le coperte e lei in bagno si preparava per uscire.
Quanto tempo era passato dall'ultima volta che era successo? Meno di un anno, ma gli pareva un'eternità.
E ora nella doccia c'era di nuovo una donna: sua madre.
Cristiano ripensò alla notte appena trascorsa. Non aveva dormito niente. Lei aveva russato come un trattore, mentre lui si era rigirato nel suo lato del letto, ripensando all'ultima settimana, a sua nonna, alle parole che gli aveva detto l'ultima volta che l'aveva vista.
Sentì sua madre canticchiare sotto la doccia e tutti i buoni propositi di provare a iniziare un rapporto con lei andarono a farsi benedire.
“Mamma!!!”, provò a urlare.
Ma il rumore dell'acqua copriva ogni altro suono.
No, non posso ospitarla un minuto di più; una notte è stato anche troppo. Appena esce da quel cazzo di doccia, se ne deve andare.
D'istinto afferrò il cellulare e cercò nella rubrica un numero che aveva composto di rado ultimamente. Inviò la chiamata e ascoltò il segnale di libero con apprensione, come ogni volta che parlava con lui. Al quinto squillo sentì la voce imperiosa di suo padre rispondere:
“Bonfanti”
Non avrà neppure il mio numero in memoria e gli sarà apparso una sequenza di cifre per lui sconosciute.
“Papà?”
“Chi è?”
Madre Teresa di Calcutta! Chi cazzo ti chiamerà papà se non il tuo unico figlio?
“Papà, sono Cristiano”
Silenzio.
“Papà?”
“Cristiano, sono in cantiere e sono abbastanza occupato, quindi se non è davvero urgente ti prego...”
“E' davvero urgente”, lo interruppe Cristiano.
Di nuovo silenzio.
“Dimmi”, disse alla fine suo padre.
Cristiano inspirò profondamente e parlò veloce mangiandosi le parole:
“La mamma è venuta da me, a Milano.”
Cristiano sentì delle voci confuse in sottofondo e poi suo padre:
“Porcatroia, Roberti, vuole portarmi quei preventivi del cazzo prima che faccia notte?”
A Cristiano sembrò che le voci che risposero fossero deferenti e impaurite. Come la sua.
“Dimmi”, tornò a dire suo padre.
“Ti ho detto, papà, dopo che hai cacciato la mamma, lei si è precipitata qui a Milano da me.”
“E allora?”
“E allora?!?!?”, Cristiano sospirò, “avevamo stabilito che poteva rimanere alla villa finché non trovava una sistemazione migliore...”
“Pare che l'abbia trovata...”, ironizzò suo padre.
“Intendevo a Roma, non a Milano”, rispose Cristiano stizzito.
“Senti, io ho da fare, Cristiano, vedi tu come fare...non posso mica risolvere tutti i tuoi problemi?!?”
“I miei problemi?”, la voce gli tremò.
Cazzo, papà, questi sono i VOSTRI problemi.
“Arrivo subito, ditegli che arrivo.”
Suo padre non lo stava neppure ascoltando.
“Papà?”
Silenzio.
“Papà?”
“Eh?!?”
“Senti, papà, ti prego, fai stare la mamma alla villa ancora per un paio di settimane, giusto il tempo per organizzarsi.”
Fece una pausa:
“Per favore”, aggiunse.
Il silenzio che seguì fu interminabile e Cristiano pensò che la comunicazione fosse caduta. Poi:
“Senti, Cristiano, mi chiamano, devo andare. Dì a tua madre che può tornare alla villa, ma la voglio fuori dai coglioni entro una settimana, ci siamo capiti?”
“Sì, ci siamo capiti.” Poi si sentì in dovere di aggiungere:
“Grazie.”
Ma suo padre aveva già chiuso la comunicazione senza nemmeno salutare.
Cristiano rimase per qualche secondo a fissare il cellulare.
“Santiddio, questo bagno è così angusto, come si fa a lavarsi e vestirsi come Dio comanda!”
Cristiano guardò la madre sulla porta del bagno. Il vestito che indossava sembrava appena uscito da una lavanderia.
“Mamma, fai la valigia. Torni a Roma.”
“Cosa?”
“Ho chiamato papà, ha detto che puoi tornare alla villa...”
“Cristiano non ho intenzione di tornare in quella casa per esserne cacciata di nuovo come fossi una poco di buono...”
Cristiano sospirò:
“Puoi rimanere una settimana, ma nel frattempo devi trovarti una sistemazione. Non ho intenzione di richiamarlo fra 10 giorni per elemosinare al posto tuo.”
“Sei sempre il solito Cristiano. Sei brusco e scontroso. Come se io non avessi mai fatto niente per te in tutti questi anni.”
Cristiano si morse la lingua così forte che temette di staccarsene un pezzo.
“Mamma”, disse infine, “ti accompagno alla stazione, andiamo...”
“Ma...come? Così? Subito?”
“Mamma, niente storie. Ti porto alla stazione e ti metto sul primo treno per Roma.”
Dopo 20 minuti erano in macchina sulla tangenziale. Sua madre non era stata zitta un momento:
“Comunque tuo padre è del tutto inaffidabile. Se almeno potessi contare sul fatto che..:”
“Mamma”, sospirò Cristiano superando una seicento, “riesci a stare cinque minuti in silenzio e ringraziare il cielo che ho convinto papà a...”
“Cristiano, hai solo fatto una chiamata, non fare di un granello una montagna. Avrei anche potuto sistemare tutto da sola. Ti sei impicciato senza nemmeno chiedere; non hai mai pensato che forse non volevo tornare alla villa, che forse ho bisogno di un cambiamento? Sei come tuo padre, sei...”
“Mamma, ti prego, fai silenzio! Non mi provocare ulteriormente.”
“Santiddio, Cristiano, non mi rispondere così. Sono sempre tua madre e...”
Cristiano si voltò di un quarto a guardarla e non seppe se buttarla giù dall'auto in corsa o strangolarla con la cintura di sicurezza.
“Ti ho messo al mondo, Cristosanto, non credi che...CRISTIANOOOOOOOOOOOOOO!!!”
Cristiano tornò a guardare la strada ma era troppo tardi. La curva era ormai a ridosso e la macchina sfondò il guardrail e volò in aria.
L'ultimo pensiero di Cristiano fu che, come con Erika, tutto stava per finire.