giovedì 29 marzo 2007

Primo

di Alice

I - II

Lei era lì, precisamente dove avevo immaginato fosse, mentre stavamo discutendo al telefono poco prima.
Non piangeva più. Io comunque mi ero accorto del cambiamento del suo tono di voce alla cornetta.
Domandarle il motivo era inutile: non voleva mai dirmi i pensieri che le frullavano in testa e tutte le fantasie che si creava da sola non facevano che peggiorare la mia situazione, senza che potessi intervenire per difendermi.
Lei era lì, immobile. Sono sicuro si aspettasse il mio arrivo precipitoso, poiché molte altre volte l’avevo minacciata a causa della testardaggine che dimostrava nel non voler mai mettermi al corrente dei suoi pensieri.
“Scusa” dissi. La prima parola che mi venne in mente, anche se ero non ero per niente convinto di dovermi scusare. Perché mai avrei dovuto chiederle scusa. Qualcosa avevo fatto, questo era certo, ma perlomeno volevo sapere cosa. Non sopporto chi piange senza spiegarne il motivo.
Lei, zitta.
Io ero rimasto in piedi con la porta alle spalle.
Dalla finestra socchiusa entrava un leggero soffio di vento, non più tanto caldo come i mesi passati, ma piacevole: smuoveva i petali delle rose messe a centrotavola. Erano l’unica cosa che si muoveva in quella stanza. Anche il mio cuore era fermo. Ne sono certo, e di sicuro avevo anche smesso di respirare.

Continuavo a chiedermi cosa stesse pensando. Non mi guardava, non parlava, non si muoveva.
Mi sentivo in imbarazzo, come ad una cena dove tutti, tranne l’unico sfortunato, si conoscono e parlano fra loro.
Feci un passo nella sua direzione, poi un secondo ed un terzo.
Avevo l’impressione che si stesse allontanando da me, tanto sembravano infiniti i passi che mi separavano dalla sua poltrona. Mi sedetti di fronte a lei sul pavimento: gambe incrociate, gomiti sulle ginocchia ed il viso appoggiato sui palmi delle mani. Gli occhi fissi verso i suoi che, vuoti, fissavano il muro.
Stavo cercando di capirla. O almeno ci provavo.
Passai quindi ad osservarla con attenzione: la fronte alta, gli occhi lucidi, privi della solita luce, il naso piccolo, la bocca mezza aperta e le guance rosse rosse per il lungo pianto.
Avevo tante cose in testa. Mi venne da pensare al fatto che non osserviamo mai attentamente le persone che ci sono vicine; ci limitiamo a vivere giorno dopo giorno al loro fianco incrociando spesso il loro sguardo, ma fermandoci raramente a fissarne gli occhi.
Avrei voluto stringerla forte a me, per consolarla e forse non aspettava che questo, ma nessuno dei miei muscoli volle muoversi.
L’espressione del mio viso doveva essere molto sciocca giacché la sua risata improvvisa mi risvegliò dai pensieri.
“Perché ti comporti così?” le chiesi.
“Non pensavo che l’avresti fatto” mi rispose. Come al solito mi ascolta.
“Cosa?” le domandai.
“Di venire fin qui. Domani hai un esame, è tardi ed i tuoi saranno furiosi.”
“Te l’avevo detto. Perché piangevi prima, a telefono? È colpa mia, vero?”
Ci mise un po’ a rispondere, ma quando aprì bocca mi disse che era molto nervosa e stanca a causa della giornata stressante che aveva avuto. Nuova questa.
Allora azzardai una domanda alla quale al contrario di quello che pensavo, rispose subito, turbandomi alquanto.
“Sei sicura che è solo stanchezza. Perché non voglio farti stare male per comportamenti che nemmeno mi accorgo di aver avuto e che non mi dici. Non è che se andiamo avanti così, ti stancherai presto di me?”
“Può essere” rispose. Mi lasciò secco. Poi continuò: “Ma oggi hai fatto un gesto stupendo e ti perdono, quindi non preoccuparti.”
‘Allora qualcosa ho fatto’ pensai ‘è colpa mia!’. Quello che ora mi diceva non concordava affatto con la storia dello stress.
Istintivamente mi gettai verso di lei e l’abbracciai. Ero rimasto in ginocchio sul pavimento, e non me ne ero nemmeno accorto.
Non dissi altro. Pensavo solo che quella sera era andata così. E non ero ancora riuscito a capire cosa sbagliassi con Caterina.
Un movimento dall’interno della casa mi fece tornare alla realtà.
Come stavo bene abbracciato a lei. Non mi ero nemmeno accorto della presenza di Andrea che si era appena affacciato dall’altra stanza.
Non so spiegare se quello che provavo era imbarazzo o gelosia.
Ogni volta che lei stava male, aveva bisogno di un conforto e tutte le sante volte che noi due discutevamo, lui era lì.
È ovvio che essendo il suo vicino di casa, amico di infanzia, compagno di scuola nonché confidente fidato era sempre il primo ad arrivare.
Ma non pensavano minimamente a come potevo sentirmi io? Dopotutto Caterina era la mia ragazza e doveva venire da me per ogni problema.
Che fossi solo un passatempo per lei? Non mi riteneva capace di saperla confortare ed ascoltare?
Che tristezza vederlo lì con quel sorrisetto idiota da vincitore.
Non erano solo mie impressioni come diceva Caterina: quello ci trovava piacere nello screditarmi di fronte ai suoi occhi.
Da uomo e con molta indifferenza mi alzai per andare a stringergli la mano.
“Come va bello?” mi disse. ‘Bello’ mi disse! Che pugno gli avrei tirato su quella faccia a ragazzo per bene. Sempre ben vestito, ben rasato, il primo della classe insomma.
A ripensarci meglio non era poi così brutto: più alto di me, capelli biondi portati sempre più lunghi di come li imponeva la moda ma ben pettinati, occhi verdi e tono di voce prefetto per ogni occasione.
Continuavo a chiedermi perchè Caterina che aveva un vicino di casa come lui era venuta a cercare uno come me e contenta diceva a tutti che stavamo insieme. Non ero poi una gran bellezza: i capelli e gli occhi facevano a gara a chi fosse più scuro ed invisibile di notte e poi impiastricciavo i colori degli abiti vestendomi sempre male.
“Bene. Te?” risposi.
“Tranquillo. Stavo ripassando le ultime cose per domani ma ho sentito Caterina sbattere il telefono e piangere e sono corso subito qui”.
Aveva detto quattro cose che mi avevano messo in cattiva luce e continuava. Ogni sua parola mi dava fastidio. Cosa potevo fare io? Dopotutto per arrivare a casa loro dovevo percorrere più di dieci chilometri.
“Quando ho aperto la porta” disse. Già, lui ha le chiavi di casa di Caterina. Anche questa poi: i genitori fuori casa per qualche giorno e le chiavi di casa le hanno date ai vicini.
“Quando ho aperto la porta” continuò lui “Caterina era sulla poltrona raggomitolata e singhiozzava. Le ho portato un po’ d’acqua e mi sono seduto al suo fianco per consolarla. Ha ripreso a piangere più intensamente di prima. Non sapevo cosa fare e l’ho stretta forte”. Fece una pausa per riprendere fiato.
‘Come puoi restare fermo e zitto quando un altro viene a dirti queste cose?’ pensai. Stavo cominciando ad odiare anche me stesso.
Caterina non poté sentirci perché era in cucina a fare non so che cosa, le sue solite tisane anti-stress o anti-age, di sicuro.
“Grazie” gli dissi. Un’altra volta quel ‘grazie’ del cavolo: e poi a lui.
“Non c’è di ché amico” mi rispose e mi mise una mano sulla spalla. “Ora rientro, sei arrivato, posso tornare ai miei studi. Ciao bello.”.
Quanto mi innervosiva.
“Alla prossima” lo salutai anche io. Certo che fenomeno anche io, pensavo una cosa e gli rispondevo al contrario.
Chiuse la porta e Caterina tornò dalla cucina con tre tazze fumanti.
“Andrea?” domandò.
“E’ tornato a studiare” le dissi ed allungai il braccio per aiutarla.
“Dovresti farlo anche te” mi rispose con tono ironico lasciando scivolare il manico di una tazza tra le mie mani, un’altra la appoggiò per terra e soffiando in quella che le era rimasta in mano mi accompagnò col braccio fino a farmi sedere sulla poltrona, poi si accovacciò sulle mie ginocchia.
Restammo in silenzio finché non finimmo entrambi di bere.
Poi la accompagnai nella sua stanza e rimasi con lei fino a quando si addormentò. Le diedi un bacio sulla fronte e venni via. I pensieri facevano a pugni nella mia testa.
Chiudendo il cancello mi voltai e nella stanza di Andrea una luce era ancora accesa.
“Un punto a suo favore’ mi dissi preoccupato.

“Un’altra volta!” urlò mia madre.
“Quando metterai la testa a posto e capirai che per far strada nella vita e diventare qualcuno devi fare l’università e passarli, gli esami!” continuò mio padre, più furioso ad ogni frase.“Sempre la stessa storia. Devo pagarti gli studi perché tu continui a fare il fannullone tutto il giorno e non ti impegni come si deve! Guarda me e tua madre: abbiamo due lavori rispettabili. Te! Teee! Mi vuoi dire cosa hai intenzione di fare nella tua vita oltre che non studiare mai!”.
Era talmente accaldato dallo sforzo di aggredirmi che pensavo gli scoppiasse la testa con tutti i pochi capelli che gli erano rimasti sopra.
“Ma io faccio del mio meglio. Se è successo è perché era destino.” Dissi in mia difesa.
“Si?? Allora dì al tuo destino di farti impegnare di più.” Mi rispose lui.
Credevano forse che mi divertiva bocciare un esame.
Ero in classe, guardavo le mie mani mentre, impacciate, sudaticce, erano immobili sul foglio bianco del compito in attesa che dal cervello, dalla mia testa arrivasse un segnale.
Ho fatto cilecca, e allora? Dovevo dare colpa alla mia mano o al mio cervello?
“Dopotutto è colpa tua.” Mi dicevano i miei.
Loro però non si accontentavano dei miei risultati. Non erano contenti di niente che facessi io: la scuola, il tempo che passavo o meno a studiare, il mio abbigliamento; l’unica cosa di cui non si erano mai lamentanti era Caterina, come persona intendo, perché comunque secondo loro passavo troppo tempo con lei a distrarmi.
“Ma allora non devo vivere ma studiare, e basta” risposi. L’avessi mai detto! Ecco che ricominciò col solito discorso che lui alla mia età era riuscito a fare tutto: ‘conciliare’, come diceva, studio amore e anche la-vo-ro.
Ogni volta che ripartiva con questa solita lagna aumentava il tono di voce per sottolineare ogni singola sillaba.
Basta, non potevo più sopportarlo per quella sera.
Presi la bicicletta e, alla stazione, il primo treno che passava.

2 commenti:

massi ha detto...

La prima volta che ho sentito leggere questo racconto al giardino mi è piaciuto.
Rileggendolo adesso mi piace ancora di più. Ha un bel ritmo e il personaggio che narra, Andrea e Caterina sono caratterizzati molto bene.
Non so, se dovessi fare un appunto cambierei l'incipit. O meglio, taglierei il blocco iniziale e partirei direttamente con "Lei era lì, immobile. Sono sicuro si aspettasse..."
L'altro punto che mi convince meno è quello del colloquio con i genitori...non so, è più una sensazione che altro, ma quando leggo quella parte il mio interesse un po' cala...
Ma l'io narrante è forte. E mi piace da morire quello che pensa e dice quando entra in scena Andrea. Mi pare di avertelo già detto...ho a che fare con gli Andrea di questo mondo tutti i giorni. Così belli, intelligenti, perfetti, che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto e che sembrano esistere solo per dimostrare quanto brutto, stupido, inadeguato e terribilemnte imperfetto sono io...
Mi piace il personaggio di Andrea che relaziona con Caterina e il protagonista e spero torni presto in scena.
Continua, mi raccomando...aspettiamo il seguito!

filsero ha detto...

A me sta simpatico il protagonista. Quando gli sfugge il "grazie" ad Andrea è stupendo, un bel momento anche quando ripensa a se stesso davanti al foglio bianco del compito. E' un inetto, uno che deve sempre fare i conti con i suoi atti mancati. Mi son sempre piaciuti i personaggi con queste caratteristiche: il Pietro di Con gli occhi chiusi, Zeno e altri. Forse perché riesco bene a immedesimarmi in loro :-/
Il racconto mi piace soprattuto a partire dall'ingresso di Andrea, quando i pensieri lasciano più spazio al confronto diretto tra gli altri personaggi e il protagonista: sono anche i punti in cui credo la sua personalità si faccia più chiara e delineata. Anche Andrea è molto riuscito, con il suo "Ciao bello" sembra inarrivabile, ma il nostro prima o poi gli farà le scarpe (spero!)