martedì 6 febbraio 2007
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V - Indovina Chi Viene A Letto |
“Ohhhhhhhsììììììììì, dai…fammi godere…non smettere…”
Cristiano guardò le tette della bionda sul video della TV e continuò a spararsi la sega distrattamente. Non gli veniva duro e continuava a menare su e giù un pezzo di carne molliccio.
Aveva pensato che infilare il dvd di “Orgasmi Africani” avrebbe potuto rilassarlo e fargli scacciare i mille pensieri che gli affollavano la testa. Ma le labbra siliconate della tettona sul cazzo del maschione nero non bastavano a distrarlo.
Il campanello della porta suonò lasciandolo interdetto. Guardò l’orologio.
Chi rompe le palle alle undici di sera?
Premette pausa sul telecomando del dvd, si infilò l’uccello negli slip e aggiustandosi i jeans andò alla porta del suo monolocale. Aprì senza nemmeno chiedere chi fosse.
Quando vide la faccia inebetita di sua madre davanti a lui, ebbe la tentazione di sbatterle la porta in faccia.
“Ma…mamma…”, balbettò, “che…che cosa ci fai qui?”
Sua madre non rispose e fece due occhi da cerbiatto per intenerirlo.
Era riuscito a convincere suo padre a farla restare alla villa finché lei non avesse trovato una sistemazione; poi aveva preso il primo treno ed era tornato alla sua vita insulsa.
“Che cosa ci fai a Milano?”, ripeté lui.
“Io…io non sapevo dove andare.”
Fece una pausa, poi lasciò il tono sommesso per riprendere il suo piglio abituale:
“Santiddio, Cristiano, vuoi lasciarmi sulla porta? Fammi almeno entrare così parliamo…”
Cristiano pensò che non aveva poi molte alternative, così si scostò e la fece passare.
Si rese conto troppo tardi che la bionda era ancora nell’immagine sul teleschermo e, a giudicare dal pompino che stava facendo, sarebbe stato difficile farlo passare per un documentario sull’anatomia umana.
Vide lo sguardo di sua madre posarsi sul video, poi lei balbettò qualche sillaba a caso:
“Ma…mi…che…il…”
“Mamma, è un cazzo, non ne hai mai visto uno?”, gli uscì troppo velocemente dalla bocca e subito si pentì.
“Cristiano, togli subito quella…”
Cristiano premette STOP sul telecomando prima che sua madre potesse finire la frase, poi, per la terza volta, le chiese:
“Mamma, cosa sei venuta a fare qui?”
Lei parve dimenticarsi istantaneamente di cazzi e pompini e si tolse la pelliccia come fosse a casa sua buttandola sul divano dove un attimo prima Cristiano si stava masturbando.
“Oddio, tuo padre…quell’uomo è un demonio, non ha un minimo di comprensione…ha aspettato che te ne andassi per cambiare bandiera e cacciarmi.”
Fece una pausa significativa aspettando che Cristiano dicesse qualcosa. Lui rimase zitto, così lei riprese:
“Mi ha detto che se pensavo di starmene ancora alla villa ora che tua nonna non c’è più, mi sbagliavo di grosso.”
La voce le si ruppe. Non fece niente per ricacciare le lacrime dentro gli occhi:
“Mi ha messo un paio di vestiti in valigia e mi ha letteralmente buttato per la strada.”
Cristiano sospirò. Perché doveva entrare nelle beghe di quei due? Che cazzo le aveva detto il cervello a sua madre di prendere il treno e venire a Milano?
“Mamma, ti accompagno in un albergo, domattina ne riparliamo con calma, ok? Ora sono troppo stanco.”
“Cristiano”, disse sua madre tirando su con il naso, “tuo padre mi ha bloccato tutte le carte di credito, non ho più un soldo, sono a mala pena riuscita a comprare il biglietto del treno…”
Cazzo!
“Ti cerco un motel e ti pago io la notte e domani…”
“Un motel?!?”, sua madre si alzò di scatto, “non vorrai per caso mandarmi in una di quelle bettole dove vai tu quando sei in vacanza?”
Ma porcaputtana…
Rimasero a fissarsi per quella che a Cristiano parve un’eternità.
E ora che cazzo faccio?
La voce di sua nonna gli risuono in testa: dai a tua madre una seconda possibilità. Inaspettatamente gli uscì di bocca:
“Mamma, puoi dormire qui per stanotte.”
Gli sembrò che sua madre non avesse capito, quindi glielo ripeté.
“Vuoi che dorma qui stanotte?”
“Dire che voglio mi pare eccessivo, ma non ho abbastanza soldi per pagarti la suite imperiale dell’Excelsior, quindi…”
Sua madre si guardò intorno come a chiedersi dove avrebbero dormito in due in quel buco. Cristiano le lesse il pensiero e indicando il divano disse:
“Diventa un letto matrimoniale.”
Fece una breve pausa e aggiunse a malincuore:
“Dovremo dormire insieme.”
Sua madre tornò la donna di sempre:
“Santiddio, Cristiano, ti ho messo al mondo io, non credo proprio che avremo problemi.”
Cristiano sospirò e pensò che a questo punto avrebbero potuto pure concludere la serata guardandosi “Orgasmi Africani” insieme.
martedì 23 gennaio 2007
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Una Vita Noiosa |
La mia vita è noiosa. Di certo non mi lamento; con tutto quello che succede al giorno d’oggi e con quanto si sente dire in giro, molti vorrebbero essere nei miei panni. Vivo a Firenze da molti anni ormai, anzi, per quel che posso ricordare, ho sempre vissuto qui. Mia madre mi ha abbandonato subito dopo che sono nato e per diverso tempo ho vissuto in modo randagio vagabondando e passando da un posto all’altro. Poi Tommaso e Claudia, lui dentista, lei giornalista, mi hanno tolto dalla strada, mi hanno preso sotto la loro protezione, mi hanno dato un tetto sotto cui stare e del cibo con cui sfamarmi. Cosa volere di più? Per uno come me abituato a vivere alla giornata per strada è senz’altro più di quanto si possa sperare. Non avrei niente di cui lamentarmi, ma rimane un dato di fatto: la mia vita è noiosa.
Questo è quanto ho continuato a ripetermi per mesi finché ho capito che dovevo fare qualcosa a riguardo, trovare un diversivo e lasciare che Tommaso e Claudia vivessero la loro vita e affrontassero il loro matrimonio senza di me.
Ho iniziato questo processo di distaccamento con gradualità; in realtà distaccarmi da loro non è stato un grosso problema: dicono tutti che sono di compagnia, ma fondamentalmente sono molto indipendente e abituato a starmene solo. Ho cominciato a presentarmi a casa solo per mangiare e dormire e, nei confronti di Claudia, che è sempre stata quella della coppia più attaccata e affezionata a me, ho iniziato a comportarmi in modo più freddo. Lei ha notato subito il cambiamento; ogni tanto mentre stavo mangiando veniva vicino a me, mi guardava con i suoi occhi azzurri e mi carezzava con le sua mani lunghe e affusolate, chiedendomi cosa ci fosse che non andasse. Allontanarsi dalle sicurezze della vita di Claudia e Tommaso è stato un primo passo molto importante per il mio cambiamento, ma chiaramente non era sufficiente: non sono le sicurezze quotidiane che rendono la vita noiosa.
Ho preso allora una decisione estrema; ho deciso di tornare dove avevo vissuto a lungo: la strada. Tornare alle origini mi ha provocato una reazione strana: vedere nuovamente quei posti, sentire quegli odori. Pensavo di trovare quella zona di Firenze trasformata, ma in sei anni non è cambiato poi molto: le strade sono sempre le stesse, il quartiere degradato, la via principale piena di travestiti e prostitute. Mi sono aggirato furtivo tra quella fauna notturna cercando una faccia nota, un viso amico. Le prostitute sembravano non notarmi intente come erano a mostrare il loro corpo a potenziali clienti che si fermavano con la macchina ai lati della strada.
Poi ho visto Miranda. E’ stato quando lei ha rivolto lo sguardo verso di me e mi ha riconosciuto che è scattato qualcosa. Ho capito che quella notte in qualche modo sarebbe stata diversa, avrebbe segnato l’inizio di una nuova vita per me e qualcosa finalmente sarebbe cambiato.
Miranda, che per quanto ricordavo in realtà si chiamava Carlos ed era brasiliano, mi ha fissato a lungo come cercando negli archivi della sua memoria il file relativo a me. Poi nei suoi occhi si è accesa una luce, si è avvicinata a me allontanandosi dagli altri trans e ha esclamato: “Non ci posso credere!!! Tu?!?!” Il tono della sua voce era esattamente come lo ricordavo: basso e roco da fumatore. Ci siamo venuti incontro. L’ho guardata meglio: portava i soliti abiti vistosi con cui l’avevo vista l’ultima volta che ero stato lì, sei anni prima. La parrucca liscia era di un nero luminosissimo che metteva in risalto gli occhi azzurri truccati pesantemente con diverse tonalità di blu. Era sempre magrissima e sempre bellissima. A stento avresti detto che si trattava di un uomo. “Oddio, sono passati degli anni”, ha continuato Miranda, “ma riconoscerei quei due fari che hai al posto degli occhi ovunque! Come potrei scordare due occhi verdi come i tuoi!” Miranda è sempre stata fissata con i miei occhi. Io trovo che siano normalissimi; i suoi azzurri e profondi sono molto più belli, ma ricordo benissimo che anche la prima volta che ci eravamo incontrati Miranda aveva passato i primi 10 minuti a elogiare i miei. E’ rimasta per qualche secondo ferma e zitta, indecisa se abbracciarmi o meno. Poi mi ha stretto fra le braccia e io ho sentito l’odore del suo trucco e dei suoi vestiti misto al sudore della sua pelle.
Alla fine si è staccata da me e mi ha guardato nuovamente: “Oddio, hai un’aria così sbattuta! Ma stai bene? Senti, sto per staccare, stasera non è una gran serata, perché non vieni da me che ti do qualcosa di buono da pappare…” Miranda mi ha sempre parlato con questo tono, il tono con cui le madri si rivolgono ai propri figli. Così Miranda ha staccato, ha salutato le altre prostitute che dividono la strada con lei e mi ha portato a casa sua.
Anche la casa mi era familiare; c’ero già stato almeno due o tre volte. L’ambiente era piccolo, ma Miranda lo aveva reso molto intimo e carino. Aveva gusto per l’arredamento. Mi sono adagiato mollemente sul divano; Miranda è sparita nel bagno per una ventina di minuti e quando ne è uscita era di nuovo Carlos. Si è diretto in cucina continuando a parlare e raccontarmi la sua vita e in quel momento ho capito che c’era qualcosa peggiore di una vita noiosa come la mia: la vita insulsa e solitaria di Miranda. Realizzare questa cosa avrebbe forse dovuto farmi sentire meglio e qualcun altro al mio posto dopo questa inebriante scoperta sarebbe corso di nuovo a casa da Tommaso e Claudia. Ma la mia reazione è stata diversa: non so bene il motivo, ma la rabbia che ho provato inizialmente per la vita inutile di Carlos si è trasformata ben presto in una sensazione diversa. L’adrelina ha cominciato a entrarmi in circolo e ho capito di essere eccitato: la vita senza senso di un derelitto come Carlos mi eccitava e mi esaltava. Ho realizzato che ero stato portato nuovamente lì con un preciso compito; forse potevo fare qualcosa per lui e per me, qualcosa che avrebbe reso la mia vita meno noiosa e la sua meno inutile.
Quando Carlos è uscito dalla cucina con il latte che aveva preparato ha notato che qualcosa era cambiato nel mio sguardo. Si è bloccato sulla porta con il latte in mano, ha smesso di parlare e mi ha fissato dritto negli occhi. Penso che in quel momento abbia capito perfettamente quello che stava per accadere e se non fosse stato per il fatto che non mi avrebbe mai creduto capace di tale azione sarebbe scappato a gambe levate. Ho ricambiato il suo sguardo e i miei occhi verdi si sono piantati nei suoi occhi azzurri percependo la sua preoccupazione. E’ stato come un afrodisiaco e la mia eccitazione è salita ancora di più.
Ricordo di essergli saltato addosso con una tale velocità che Carlos ha lasciato cadere il latte colto più dalla sorpresa che dallo spavento. Ma quando ho iniziato a colpirlo ripetutamente e ferocemente al viso, lo stupore nei suoi occhi si è trasformato in autentico terrore. Carlos era esile; ha tentato più volte di liberarsi dalla mia presa e scaraventarmi via, ma la mia furia e la mia eccitazione erano incontenibili. Mi sono attaccato alla sua gola, mi sono accanito sulla sua giugulare. Non ho avuto bisogno di nessuna arma: uccidere Carlos è stato semplice. E più vedevo il sangue zampillare, più mi eccitavo e volevo vederne ancora. A quel punto ho fatto una cosa che non immaginavo nemmeno lontanamente di essere in grado di fare. Ho dato un morso alla gola di Carlos e la sua carne era così tenera, così morbida che l’ho strappata via con foga. Ho tenuto in bocca quel pezzo di carne calda mentre i suoi occhi azzurri (gli occhi di un bambino, ho pensato in quel momento, Carlos avrà almeno 18 anni?) mi fissavano increduli ed esanimi. Poi ho provato a masticarla e il sapore era così buono che l’ho ingoiata. So che molti di voi lo troveranno sconveniente ma devo dire che quel primo pasto di carne umana è stato una vera rivelazione. Mi sono cibato del corpo di Carlos finché non sono stato sazio. Poi ho notato il latte rovesciato per terra; ormai il bianco era diventato un tenue rosa. Avevo sete, così ho leccato il latte misto al sangue di Carlos direttamente da terra. Poco educato forse, ma molto soddisfacente.
Quando mi sono sentito sazio e dissetato, ho iniziato a calmarmi e stare meglio. Ho guardato il corpo mutilato di Carlos giacere in quella pozza di sangue e latte e ho pensato che era stata un’esperienza così emozionante, inebriante e così poco noiosa. E sono anche convinto che per Carlos era stato…come dire… liberatorio.
Non credo di aver commesso alcun crimine uccidendo Carlos; penso piuttosto di averlo liberato da un’esistenza squallida e triste. Per questo motivo ho iniziato a tornare sul viale prima una volta alla settimana, poi sempre più spesso, per scegliere ogni sera una o uno di loro da liberare. Le prostitute ora hanno paura, ma io sono un tipo insospettabile e uso le dovute precauzioni. A Firenze non si parla d’altro che del fantomatico killer che uccide le prostitute, i travestiti e le marchette. I giornali mi hanno ribattezzato il “Mutilatore”. Non capiscono che nonostante ci sia una motivazione di base egoistica per quello che faccio, io sono più che altro un “Liberatore”.
Spesso tornando a casa da Tommaso e Claudia (dove dormo solamente, il cibo me lo procuro io stesso ormai) li sento parlare in salotto. Credono che non li senta e a volte mi sembra che si comportino come se non ci fossi o non capissi. Claudia continua a dire a Tommaso che sono diventato strano, lui la rassicura. L’altra sera tornando a casa ho sentito che Tommaso parlava di questi omicidi efferati che stanno sconvolgendo Firenze. Diceva che l’opinione pubblica è sconvolta e non si spiega come l’assassino riesca a entrare indisturbato nelle case delle prostitute.
Talvolta gli uomini sono così ciechi: se solo Claudia e Tommaso mi guardassero con più attenzione capirebbero immediatamente che ho a che fare con tutte quelle morti. Claudia dice che prima o poi lo prenderanno questo maniaco e allora pagherà per tutto quello che ha fatto. Tommaso dice che fosse per lui lo ucciderebbe nello stesso modo orribile in cui uccide le sue vittime.
Io non so… sono certo che presto le autorità capiranno che sono io. Se mi prenderanno, mi uccideranno? Io non sono così preoccupato: del resto si dice che i gatti abbiano nove vite.
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Tommaso si svegliò con un raggio di sole che gli batteva sul viso e cercò con la mano Claudia nel letto. Non c’era. Si alzò e scese in cucina dove la trovò intenta a preparare il caffè.
- Buongiorno amore - le disse baciandola.
Claudia gli sorrise, lo guardò indicandogli con la testa il gatto adagiato sul frigorifero e gli disse:
- Dobbiamo portare Freeme dal veterinario; ha di nuovo il pelo coperto di chiazze rosse…sembra sangue.
Gli occhi verdi del gatto li fissarono come se capisse perfettamente di cosa stavano parlando.
mercoledì 17 gennaio 2007
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Questioni di metodo: Cerco materiali e storie per scrivere un romanzo! |
Non scrivo un racconto e non condivido una trama. Lo farò presto, spero. Però vorrei condividere con voi la mia modalità di lavoro.
Sto tentando di scrivere un romanzo. Uno di quelli che si ha in mente di scrivere da tanto e però non si sa come fare e da dove cominciare. Ebbene: ho iniziato e dopo la prima pagina, che certamente stravolgerò, mi sono fermata perchè ho capito una cosa fondamentale (e qui viene fuori un altra questione tecnica o pratica della narrazione: il reperimento dati e le informazioni legate al racconto): non ne sapevo abbastanza della materia di cui stavo parlando. Ovvero sapevo quello che riguardava me. Una visione parziale che con molta difficoltà può essere spunto di un romanzo compiuto, in cui parlano più voci, all'interno del quale sopravvivono personaggi di ogni genere, che parlano linguaggi diversi ed esprimono modi diversi di pensare relativamente ad ogni cosa.
Mi serviva perciò sapere qualcosa di più su quello di cui io ho voglia di raccontare. In questo caso cerco materiale, documenti, storie, racconti, testimonianze su qualunque situazione in cui esiste, si intravede, è chiaramente visibile, c'e' traccia di aggressività al femminile e/o di bullismo al famminile.
Qui e qui potete trovare spunti sulla materia per capire di cosa parlo. Ma le domande sono semplici: avete sorelle, madri, amiche, datrici di lavoro, colleghe che qualche volta si comportano un po' male (è un eufemismo) e hanno atteggiamenti di esclusione, ostracismo, bullismo, mobbing, calunnia, cattiveria, astio, ostilità, aggressione indiretta o diretta? A voi stess* è capitato di essere (maschietti e femminucce) parte (da leader o spettatori o complici) di progetti volti a danneggiare fisicamente o psicologicamente qualcun*?
Che ne pensate del metodo? Avete storie da raccontare? Io potrei raccontarne a voi perchè siano spunto per vostre narrazioni. Ditemi...
martedì 16 gennaio 2007
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IV - L'Eterno Riposo Dona Loro |
La chiesa era fredda.
Ma ‘sti cazzo di preti non lo accendono mai il riscaldamento?
Cristiano rabbrividì stringendosi nel giacchetto e guardò verso l’altare dove stava la bara in cui avevano infilato sua nonna un paio d’ore prima.
Poi di sottecchi si voltò ad osservare sua madre seduta di fianco.
Tu non hai freddo, eh? Con quella cazzo di pelliccia e quella volpe morta in testa!Fissò il suo profilo. Sua madre sosteneva di avere un profilo superbo, Cristiano pensava che in realtà i tratti erano molto grossolani e tradissero le sue origini umili.
Dopo aver chiarito la questione alla stazione, si era precipitato a casa di corsa. Cristiano aveva voluto salire di sopra per vedere sua nonna per l’ultima volta e sua madre aveva avuto la malaugurata idea di seguirlo.
E davanti al corpo stecchito di sua nonna si era scatenato il finimondo.
“Cosa succederà ora?”, gli aveva chiesto sua madre dalla soglia della camera.
Cristiano si era voltato notando solo in quel momento la sua presenza.
“Mamma, possiamo parlarne dopo? Vorrei rimanere un po’ solo con la nonna.”
“Santiddio, Cristiano, non hai un minimo di tatto. Sono sconvolta, cosa farò adesso?”
Cristiano aveva respirato profondamente e aveva contato fino a dieci prima di rispondere:
“Mamma, davvero, ne parliamo appena scendo…”
“Ma tuo padre mi caccerà da qui adesso…”, aveva replicato sua madre.
Cristiano aveva fatto ricorso a tutto il suo autocontrollo e l’aveva pregata ancora una volta di scendere e aspettarlo di sotto. Sarebbe arrivato subito.
Ma la madre aveva continuato:
“Io non so che fare, non so dove andare. Se tuo padre mi manda via dalla villa, io… Tu devi aiutarmi!”
Cristiano si era voltato furibondo e per una volta aveva dato voce ai suoi pensieri:
“Cristo, mamma, ma possibile che sai pensare solo a te stessa?!?!”
La madre aveva fatto una faccia in cui si leggeva un misto di fastidio e paura. Poi lo scatto del figlio verso di lei l’aveva spaventata e aveva fatto un passo indietro.
“Cazzo, mia nonna è morta. La donna che mi ha cresciuto al posto tuo se n’è andata e tu stai qui a lamentarti e a buttarmi addosso le tue paranoie del cazzo! Porcaputtana, ma non capisci proprio?”
“Cristiano, non usare quel linguaggio quando sei con me e non dire…”
“Vaffanculo! Non dire cosa?”, Cristiano aveva alzato la voce e sua madre era indietreggiata di un altro passo:
“Che cazzo non vuoi che dica? Il tuo finto perbenismo e la tua morale del cazzo mi hanno represso anche troppo a lungo!”
Era sembrato a Cristiano che sua madre fosse disorientata. Poi aveva fatto due passi e si era avvicinata a lui e al letto dove il corpo di sua nonna ascoltava non potendo più sentire. La voce di sua madre era diventata piagnucolante:
“Tu mi odi, vero?”
Cristiano aveva sospirato pentendosi di aver sbottato.
“Mi dispiace, sono… sono…”
“Lo so che mi odi. Ogni cosa che dici o fai ha lo scopo di ferirmi…”
Cristiano aveva parlato prima di fare in tempo a mordersi la lingua:
“Sarebbe un bene che ti odiassi. Provo solo indifferenza per te.”
Si era reso conto di aver esagerato e di essere stato cattivo, ma la madre pareva non aver colto la crudeltà della sua affermazione.
“Lo so che mi odi”, ripeté lei.
Quella donna era troppo egocentrica per cogliere il senso della sua frase. Cristiano aveva pensato che era meglio così, aveva dato un ultimo sguardo a sua nonna e poi era sceso lasciando sua madre là, in piedi accanto al letto.
La guardò nuovamente e lei stavolta si voltò e tentò di sorridergli. Il prete stava blaterando che la nonna sarebbe stata nella gloria infinita del Signore Onnipotente.
A Cristiano venne voglia di alzarsi e urlare. Respirò profondamente e si guardò intorno. Si chiese se le persone intorno a lui si fossero domandate dove era l’ingegner Bonfanti. Qualcuno l’aveva chiesto a sua madre prima che il funerale iniziasse. Lei aveva fatto uno sguardo contrito e aveva spiegato che l’ingegnere era bloccato in Sud Africa per lavoro e si augurava che sarebbe tornato presto. Cristiano si era chiesto dove fosse davvero suo padre per non presenziare al funerale della madre.
“Il Signore sia con voi”
“E con il tuo spirito”, rispese la chiesa alzandosi in piedi.
Cristiano si alzò e ringraziò che la funzione fosse terminata.
Il prete diede la benedizione e a Cristiano venne da vomitare. Corse fuori dalla chiesa per respirare una boccata di aria fresca.
La luce che lo investì davanti al portone fu abbacinante. Cristiano si parò gli occhi con la mano e ascoltò inebetito le condoglianze di un paio di sconosciuti che uscivano dalla chiesa e si avvicinavano a lui. Sua madre lo raggiunse mentre intorno a lei si creava un capannello di persone per salutarla.
Lei sorrideva debolmente a destra e a sinistra come a dire che, sì, in qualche modo si sarebbe fatta forza e sarebbe andata avanti.
A Cristiano venne un altro conato di vomito. Fece un altro grosso respiro e chiuse gli occhi, ma li riaprì subito distolto dal suono del cellulare di sua madre. Lei si scusò e si allontanò un po’ per rispondere.
Cristiano si voltò e si trovò davanti il prete che aveva celebrato la funzione mentre la bara veniva caricata sul carro funebre.
“Come va?”, gli chiese il prete.
Di merda.
“Bene.”
“Mi raccomando”, proseguì il prete, “stai vicino a tua mamma e falle forza.”
Cristiano non seppe se scoppiare a ridere o mettersi a urlare come un indemoniato.
La voce della madre risuonò isterica davanti al sagrato della chiesa:
“Cristiano, Diosantissimo, parlaci tu!”, gli disse tendendogli il cellulare.
“Chi è?”, chiese Cristiano davanti a un prete allibito.
“E’ tuo padre… Dice che sta venendo a Roma, dice che devo andarmene…”
“Andartene dove?”
“Cristosanto, dice che non posso rimanere alla villa un secondo di più. Vuole che sia fuori entro stasera, Cristiano, aiutami… Tu devi aiutarmi!”
Cristiano prese in mano il cellulare e bestemmiò.
venerdì 5 gennaio 2007
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Il piccolo ciclista |
«Ma chi si crede di essere?»
Seduto accanto a me sul marciapiede, Manuel faceva rimbalzare a terra il Tango, con gesti rapidi, come una pallina da ping pong.
«Ma chi si crede di essere?» mi domandò nuovamente, quando lo rivide sfrecciare sulla strada di fronte a noi.
«Con quel casco aerodinamico, proprio non lo sopporto. Lo fa apposta a fare sempre questo giro, tanto per farsi vedere.»
Manuel si alzò con uno scatto, il pallone tra le mani, e in viso l'espressione più furba e cattiva che gli riuscì:
«Che ne dici se lo sistemiamo come si merita?»
«Cioè cosa vuoi fare?» domandai.
«Il tiro al bersaglio!» esclamò esultante e in una frazione di secondo piazzò la palla sul bordo del marciapiede, assumendo poi una buffa posizione sbilenca, con un pugno su un fianco, il peso del corpo tutto su una gamba: la sua idea di calciatore che si appresta a tirare un rigore.
«Non dirai sul serio?» esclamai sorpreso, ma sforzandomi di sogghignare. Mi alzai e presi a osservarlo, braccia incrociate.
Forse avrebbe pure tirato, ma senza l'intenzione di colpirlo davvero. Restammo in attesa, silenziosi, tesi, ma sempre mantenendo un sorriso: il mio di scherno, il suo di sfrontata spregiudicatezza. I nostri sguardi ora si incrociavano, ora scrutavano la curva in fondo alla strada, da dove ci aspettavamo riapparisse la bicicletta bianca da corsa. Sfrigolando sulla ghiaia finalmente sbucò, il telaio spruzzava fiotti di luce negli occhi. Manuel indossò una solenne maschera di concentrazione, fece qualche passo indietro, quindi prese la rincorsa. Il pallone trapassò la scia di vento che il piccolo ciclista si portava dietro, come un lungo mantello invisibile. Il mio sorriso si spalancò a una risata.
«Lo sapevo, lo sapevo che sei un vigliacco!!»
«Guarda che l'ho mancato per poco, deficiente, mica l'ho fatto apposta.»
«Sì, come no, e io mi chiamo Padre Pio»
«Bè allora provaci tu se pensi che sia così facile, idiota. O hai paura?»
«Per niente» mi schermii, ma non gli sfuggì la poca convinzione.
«Hai paura, hai paura!, sei un codardo, un cacasotto!» rideva, e si sforzava talmente che le vene del collo gli sporsero violacee e grosse come biro, finché tutto il viso prese un colorito rosso livido.
Il pallone era finito nel giardinetto pubblico oltre la strada, da qualche parte tra i giochi arrugginiti e il prato incolto. Mi incamminai per andare a recuperarlo, mentre Manuel continuava a insultarmi dimenandosi come un indemoniato. Si divertiva. Attraversando la strada sputai sulla mia ombra, furioso. Con un salto superai il marciapiede e iniziai a correre, ma rallentai quasi subito, non sapendo bene dove dirigermi. Finalmente lo trovai, tra le radici di un ficodindia mezzo divelto: file ordinate di formiche rosse già circumnavigavano il cuoio bianco e nero, rigandolo come sottili rivoli di sangue.
«Si è bucato?» gridò Manuel.
Schiacciai il pallone tra le mani e il petto.
«No!» risposi.
Tutta la determinazione e la collera mi avevano già abbandonato. Tornai indietro a passi lenti, strizzando gli occhi urtati dal sole. Pensavo a un modo dignitoso per svignarmela e lasciarlo con le sue follie.
Manuel non mi arrivava al mento, era esile di costituzione e accanto a me, con le mie ossa voluminose, le mani enormi, poteva forse dare l'idea di un giocattolo, che potessi ripiegare e riporre a mio piacimento nello zaino. Era un parolaio dalla comicità demenziale, che impressionava e divertiva, ma essenzialmente innocuo. Eppure, quando gli prendeva quella frenesia, quella sua smania di avere la meglio, se non con la forza, con l'esagerazione e gli eccessi, mi faceva paura; sapevo che era tutta una posa, che recitava, ma temevo che perdesse il controllo una volta o l'altra, che la pazzia e il male che millantava e prometteva divenissero reali. In quei momenti, il cerchio celeste dei suoi occhi galleggiava in una pozza rossa, parlava mostrando i denti stretti, digrignando, come se tra le labbra avesse una lama luccicante.
Il mantello mi svolazzò sul viso, svegliandomi dai pensieri.
«Che cazzo fai, sta' attento, per poco non ti fai mettere sotto da quel culatone! Ma hai visto che pezzo di merda? Continua a passare di qui, ci sta sfidando!» disse il mio amico. «Ora tocca a te, vediamo se non sei quel buono a nulla che tutti dicono.»
«Vaffanculo.»
«Non è così? Allora dimostralo, codardo.»
Non potevo più tirarmi indietro. Un po' per orgoglio, un po' per timore.
Piazzai la palla su un piccolo dosso del terrapieno, a qualche metro dal marciapiede. Guardavo il pallone e con la coda dell'occhio la curva in fondo alla strada. Tirai altissimo, appena avuta la certezza di non poterlo colpire.
Un applauso mi sferzò alle spalle.
«Ma bravo il mio campione! Van Basten dovrebbe baciarti i piedi! L'hai mancato almeno di dieci metri. E poi perché hai tirato così alto, idiota? Volevi prenderlo con un pallonetto, quando ripassa? Sei una merda.» Con un guizzo si fiondò verso la palla e dopo pochi istanti l'aveva già riposizionata sul bordo del marciapiede.
«Ora ti faccio vedere, femminuccia!»
«Vaffanculo. Vediamo se sai fare di meglio, sei solo bravo a sparare stronzate.»
Non rispose nulla, ritrovò lo stesso sorriso sfrontato e con la mano sul fianco attese immobile il bersaglio. Io fissavo il pallone, turbato. Udii la ghiaia scoppiettare e mi voltai verso lo scintillìo. Senza rincorsa, Manuel tirò di collo pieno, un tiro non forte, misurato, quasi avesse voluto adagiare il pallone a mezz'aria per far sì che fosse il casco bianco a urtarci contro, con tutta la potenza della sua velocità.
Un taglio netto separò la bicicletta dal ragazzino e la sua testa dal casco. Battè violentemente il capo inerme sullo spigolo del marciapiede, rivoltandosi quindi due o tre volte, mentre il Tango gli rimbalzava intorno con un rumore sordo, come un applauso rallentato.
Rimase a terra immobile, immobili noi con le bocche spalancate. Rimase in quella posizione come morto per un tempo interminabile, finché prima una mano, poi una gamba, infine tutto il corpo lentamente si animò. Si alzò tremando, senza dire niente, senza guardarci, solo tenendosi la testa con entrambe le mani, e andò via, lasciando tutto com'era: noi due agghiacciati, il casco bianco sulla strada, la bicicletta in equilibrio addosso a una siepe, come parcheggiata con cura.
Appena sparì dal nostro campo visivo, Manuel fuggì come un forsennato, gridandomi «scappa idiota, scappa!» Io ero troppo atterrito per muovermi e restai immobile ancora qualche minuto, a espellere con lenti respiri le emozioni violente. L’odore acre dell’asfalto bollito dal sole sapeva d’incenso. Raccolsi il casco e lo sistemai delicatamente sopra la bicicletta. Presi a palleggiare. Non volevo andar via: sarebbe stato come ammettere una colpa che non avevo. Non l'avevo tirata io la pallonata. Prima sì, ma senza la volontà di colpirlo, solo per gioco. Non avevo colpa se Manuel è fuori di testa e un delinquente, se qualcuno viene a dirmi qualcosa, che venga pure, non ho niente da nascondere.
Poco dopo comparve il ragazzino in lacrime, con accanto una signora. Usava la mano a mo’ di tesa, per ripararsi dal sole.
«Sei stati tu a far cadere mio figlio?» mi domandò dall’altro marciapiede. Nel tono, era già quasi un’accusa. Io palleggiai ancora per pochi lunghissimi secondi, per cercare di mostrare tranquillità e persino indifferenza, ma sentivo il cuore rimbalzare violentemente.
Quando finalmente mi decisi a rispondere, mi fermai: per educazione, ma soprattutto perché all’improvviso mi pervase la sensazione che ogni movimento avrebbe contraddetto le mie parole, dando loro un suono falso.
«No signora, non sono stato io,» negai.
La donna si chinò su suo figlio, il quale, piagnucolando e annuendo, sollevò la mano guantata e puntò il dito nella mia direzione.
«Ma eri qui, no? Allora dimmelo tu che l'hai visto, chi è stato,» mi intimò la madre.
«È stato Manuel Pani, io non c'entro signora, io non c’entro niente.»
«Quel ragazzino che abita là?» chiese, indicando la casa di Manuel.
«Sì, abita là» risposi, guardando altrove.
Se ne andarono, la signora reggendo con una mano la bicicletta, con l'altra fasciando la testa del figlio.
Il quartiere ora sembrava inabitato. I vapori dell’asfalto si mischiavano a tratti con sbuffi d’aria calda provenienti dal mare. Sentii prurito sul dorso di una mano: una formica vi vagava, incerta. Mi sfregai entrambe le mani, poi le braccia dove ne trovai altre: mi sentii improvvisamente pizzicare su tutto il corpo, cercai di liberarmene battendo con forza la maglietta sudata sulle spalle e sulla schiena nuda.
giovedì 28 dicembre 2006
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Aiutami Cap. 2 - Cinque anni fa (segue) |
Appena entrata Lucia capì subito che non sarebbe andata come si aspettava.
Giorgio teneva il cellulare incastrato tra la spalla e l’orecchio sinistro mentre soppesava due giacche per le grucce, con l’aria di chi pensa a cosa mettersi per uscire.
La voce maschile all’altro capo del telefono era così alta e sgraziata che Lucia poteva sentirla dalla porta della camera.
Rimase immobile per almeno un minuto senza che lui, immerso nella dramma della concorrenza asiatica, mostrasse di essersi accorto della sua presenza.
Ma oggi era la loro giornata, e stasera sarebbe stata la loro serata, quindi strinse i denti sforzandosi di rimanere serena ed aspettò.
Finalmente Giorgio, sempre con il cellulare innestato nella clavicola, dette segno di averla vista e gesticolando le chiese un parere sulle giacche.
Lucia storse la bocca, uscì dalla stanza e mentre posava cappotto e borsa nell’ingresso lo sentì chiudere la conversazione e venire verso di lei.
“Ehi ti stavo chiedendo quale è meglio!”
“Francamente mi fanno schifo tutte e due. A meno che tu non stia andando a un aperitivo da Elton John.”
“Ma come, me le ha regalate la Gianna, sono di Pierre Guy-Maranz!”
“Eh in effetti si vede il tocco Maranz. Senti ma si può sapere dove vai?”
“Esco coi ragazzi. Piero ha detto se si va a bere qualcosa visto che questa settimana abbiamo saltato calcetto, allora Gigi ha proposto di cenare da lui perché la Mara è a yoga.”
“Ma come, sei a cena fuori? E me lo dici ora?”
“Scusa cocca volevo chiamarti ma ero davvero nei casini… questi cinesi ci mettono nella merda, è un momentaccio… ma torno presto dai.”
“Ma Giorgio oggi, ecco, oggi era una giornata speciale, io…”
“Oddio amore scusa, me ne scordo sempre… buon anniversario amore mio! Bella la mia ragazza…”
Giorgio abbracciò la moglie e colse l’occasione per sbirciare l’orologio dietro le sue spalle.
Certo era stata proprio una cazzata non ricordarsi dell’anniversario: però era tuttora convinto che fosse il mese successivo. Evidentemente si sbagliava, sennò perché Lucia sarebbe stata così alterata?
Lei su queste cose non sbagliava. Lucia in generale sbagliava molto poco.
Le dette una pacca sul sedere, acchiappò al volo la Guy-Maranz fucsia, fece l’occhiolino e se andò ammiccando un a dopo.
Lucia vide la porta chiudersi lentamente e andò alla finestra di cucina: fuori stava iniziando a piovere.
Volevo dirti che da oggi sono la nuova responsabile della Divisione Retail.
Sì, grazie amore, grazie, lo so che me lo meritavo.
E che a quanto pare sono anche incinta.
Sorpresa!
Al diavolo, pensò, per una sigaretta non morirò mica.
Prese l’accendino e mentre guardava la fiamma pensò che non era certa di avere così tanta voglia di un figlio.
domenica 17 dicembre 2006
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IV - Ahmed |
Aspettai qualche secondo, poi uscii anch'io dal negozio. Sentivo come un gorgo nel petto, un senso di nausea. La testa girava nel gorgo.
L'uomo e la ragazza riemersero in Piazza dell'Unità. Le falde svolazzanti del cappotto dell'uomo erano onde ipnotiche. Appena fui anch'io sulla strada, lo sguardo di Ahmed mi catturò. Era con un gruppo di suoi connazionali, facce come manifesti slavati dalla pioggia. Ricordavo vagamente di averle già viste alla scuola. Spalle incollate al muro, mani addormentate nelle tasche. Erano l'ombra di quelli che aspettavano l'autobus alla fermata di fronte. Ahmed mi raggiunse con un salto.
"Ehi amico! Porcaccia ma dove sei stato in questi giorni? Non sai niente di ieri? Come non sai niente! O alla fine sono venuti davvero, quei bastardi. Mica era solo chiacchiera! Sono venuti davvero ieri mattina, a cacciarci!"
Ahmed non smetteva mai di guardarsi attorno, anche quando parlava. Il suo sguardo era un cono di luce che illumina la scena con flash rapidi, stroboscopici. Un autobus che si ferma, le porte che si aprono. La gente risucchiata dentro, bevuta in un sorso. Un ragazzo di colore su una carrozzella, doppio mento, occhi pensosi, che cerca di attirare l'attenzione dell'autista. La sua mano che sfarfalla in direzione dello specchietto retrovisore. Ahmed si accorgeva di tutto, senza mai perdere il filo del discorso.
"Uno del movimento è volato ad avvertirci mezz'ora prima, per fortuna. Come diavolo fanno a sapere sempre tutto. Siamo scesi in strada in mutande come eravamo. Li dovevi vedere, i cancelli barricati con tutta l'immondizia della settimana! Immaginati. Quelli però sono furbi, che ti credi? Son passati da dietro, dal campo, quelli della municipale con alcuni operai del comune. Hanno sfondato la porta a calci e hanno cominciato a murare porte e finestre e a mettere i sigilli. Se la ridevano, i bastardi!"
Ormai avevo perso di vista Camilla e l'uomo che l'accompagnava. Sentivo la nausea salirmi a ondate. Seguivo lo sguardo di Ahmed sulle porte dell'autobus che si chiudevano, inghiottendo le voci dei passeggeri. Gridavano all'autista di fermarsi. Le porte si riaprirono e dalla base dell'autobus fuoriuscì la pedana, come una lingua metallica. La sua punta sfiorò il bordo del marciapiede. Il ragazzo in carrozzella la guardò ritrarsi come schifata. Dai vani delle porte e dai finestrini luccicava un alveare di occhi attenti. Ahmed continuava il suo racconto.
"Mica siamo rimasti a guardare! Ci siamo piazzati tra i chiodi e i martelli, le donne si sono attorcigliate alle loro gambe e frignavano che era una bellezza. Se ne sono andati, sempre dal retro, con il fango e la merda e tutto. Ben gli sta. Ma non era mica finita!"
Le porte si richiusero, l'autobus andò avanti di qualche metro, poi si fermò sbuffando e tornò indietro riaccostandosi al marciapiede, poco più vicino al bordo. Le porte centrali si riaprirono, mostrando occhi più sottili, sorrisi fatti inespressivi, come tagli nella carne dissanguata.
"Dall'altra parte la strada era già zeppa di poliziotti con caschi e manganelli " raccontava Ahmed, "e c'era pure un tipo con la fascia tricolore e il megafono, che non la smetteva più di minacciarci: dovevamo sgomberare immediatamente, secondo lui! Come se non ne avessimo mai viste, di commedie del genere."
Come api infastidite, nell'autobus si vedevano teste muoversi scattose dall'orologio sul polso a un altro autobus poco più avanti, pronto a partire. Ronzavano dalla pedana, che di nuovo si protendeva, al ragazzo in carrozzella, e dal suo sguardo basso ai loro stessi sguardi impazienti. Ahmed scuoteva la testa mentre fotografava la scena con le sue occhiate rapide, e modulava la fiamma vivace del suo racconto con un improvviso cambio di tono ogni volta che rivolgeva il viso verso di me.
"Continuiamo a buttare roba dietro ai cancelli e alle altre entrate. Un vero schifo, ma che facevi? Nel giro di un'ora arrivano a centinaia quei ragazzi con megafoni e striscioni e telecamere. Ci portano anche da mangiare, sono fantastici."
Ahmed fece un gran sospiro in direzione del ragazzo in carrozzella.
"Idiota di un autista. Per farla uscire deve tenere le porte chiuse" disse. La pedana fece un altro inutile tentativo di posizionarsi, mentre Ahmed si tuffava dentro l'autobus. Saltò fuori con un gran sorriso. Poco dopo il ragazzo scivolava sulla pedana troppo ripida, sospinto da Ahmed.
"Ti rendi conto?" mi chiese un secondo dopo, "ha chiesto scusa! Il ragazzo! Scusate, ha detto. Che roba. Insomma, ti dicevo. Noi sempre lì a tener duro. I pulotti abbozzano una carica, ma più per far scena. Ridicoli, davvero. Porcaccia ma dove diavolo eri tu? Verso le cinque gli sbirri se ne vanno in blocco, si erano stancati, o che ne so, dovevano tornare dalla mogliettina. Uno dei rappresentanti del movimento ci ha detto che possiamo stare tranquilli, per un po', soltanto dobbiamo fare attenzione con la roba e tutto, che per quei bastardi ogni scusa è buona."
venerdì 15 dicembre 2006
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La Dolce Vita |
Adoro queste serate. Cena tra donne. Gli uomini e i problemi li lasciamo a casa. A volte ci penso, e sono proprio orgogliosa che dopo tanti anni continuiamo ancora a vederci. Almeno una volta alla settimana, tutte insieme.
Stasera in realtà c’è una donna in più del solito, o meglio, una donnina: Rosi. Marzia non se l’è sentita di lasciarla a casa con Lucio, e noi concordiamo. Non che non sia un buon padre… anzi… è solo che non mi stupirei se lo fosse anche per un altro paio di bambini! Marzia le sta facendo vedere la vasca dove tengono i granchi e le aragoste. Ma non mi sembra che se ne renda molto conto… le sue funzioni visive sono ancora primitive come quelle di una talpa…
Il ristorante è molto carino. Vicino a Piazza Santo Spirito. Ci hanno dato un tavolo rotondo… mi piace un sacco. Ci possiamo vedere tutte in faccia. E come al solito molti uomini del ristorante vorrebbero essere al centro, almeno a giudicare dalle loro facce allupate. Poveri sfigati.
In queste occasioni non c’è molto spazio per il genere maschile… l’unica è Cindy, che tre volte su quattro conclude la serata con un ragazzo diverso, che poi non rivedrà… noi altre ormai siamo un po’ invecchiate per cose simili… lei ogni tanto onora ancora la camporella, in ricordo dei tempi in cui viveva con i suoi e usciva con ragazzini che erano nelle medesime condizioni… io invece da quando ho oltrepassato la soglia dei venticinque anni mi sono data una calmata. Figurarsi ora che ne ho ventotto.
Ma insomma una volta alla settimana gli uomini possono anche sparire… anzi, i rispettivi fidanzati è meglio che non sentano, viste le infamate che piovono su di loro come temporali estivi. Stasera il primo della lista è, ovviamente, Lucio. Cerco di limitarmi perché Marzia è un po’ suscettibile sotto questo punto di vista… credo sia un modo per difendersi: sa benissimo che Lucio non ci piace un granché, e quando fa qualche sbaglio noi partiamo subito in quarta con una nuova crociata. Lei può permettersi di arrabbiarsi con lui, ma se siamo noi a criticarlo finisce per difenderlo. Solo ieri sera è stato diverso, perché il nostro giudizio non le dava particolare noia… non aveva grande importanza rispetto a quello, ben più preoccupante, dei genitori. Dai primi discorsi mi sembra che stasera sia di nuovo sulla difensiva. Soprattutto da quando è nata Rosi mi rendo conto che Marzia fa di tutto per tenere unita la famiglia. Anche tapparsi gli occhi con dei prosciutti. E in un certo senso la capisco. Mi dà solo noia che non ci permetta di infamarlo come si deve: in fondo siamo noi le sue amiche fedeli… lui non è né un suo amico, né tanto meno le è fedele…
“Ma quella sedia in più l’hanno messa per Rosi? Gli va detto di toglierla…” suggerisce Miriam.
Un coro di assenso si anima subito. Sì… certo… dà solo fastidio…
“Ehm… ragazze… devo dirvi una cosa…”
Cindy. Che cavolo avrà combinato…
“Ho invitato Patty… le ho detto che stasera festeggiavamo il mio compleanno, mi è sembrato che ci rimanesse male e allora ho fatto finta di averglielo detto per invitarla…”. Silenzio generale.
Ma è il mio compleanno…
Appunto, volevamo stare noi, da sole con te….
Già c’è Rosi di troppo… Dai, Marzietta, si scherza. (com’è permalosa…).
Insomma, il clima è un po’ cambiato. Miriam chiama il cameriere: che porti subito tre bottiglie di Clemente VII, sarà meglio. Le stappa davanti a noi, annusa il tappo. Chi lo assaggia? Ci pensa Cindy ovviamente. E ovviamente è buono. Stasera almeno il vino è, come al solito, una certezza. Ha un gusto deciso, corposo. Lo sento che mi rimane sul palato.
Ed eccola. Patty. Arriva tutta in tiro, lunga come una giraffa, con i capelli legati in un coda, tutti brillantinosi. Che cavalla.
“Ehilà, rrragazze” con quel fottuto accento straniero che ancora le è rimasto dopo anni che vive in Italia. Fottuto. Mi devo togliere dalla testa questa parola. La sentirò tutta la sera. In un’altra lingua, sì, ma la sentirò tutta la sera…
“Ooh… questo è proprrrrio un fucking special ristorrrante…”. Detto fatto…
Il cameriere la sente e la guarda un po’ storto. In realtà voleva essere un complimento: più o meno significa fottutamente speciale. Ci fa sempre vergognare.
Continua ancora, ormai è l’unica che parla, e come sempre calca ogni singola parola. Accento british misto a slang londinese.
“Oh Cindy, sono così così contenta di essere al tuo compleanno… e di rivedere voi, rrragazze… ooooh… ma chi è questa baby?? Oh, little… you are so sweet. Sweeeeety…” e le manda i baci. Se dice “fucking special baby” mi alzo e me ne vado.
Ok, ordiniamo. Anche se il ristorante è rinomato per il pesce, optiamo per un secondo di carne. Siamo tutte più o meno a dieta, e visto che alle calorie del vino non si rinuncia evitiamo i crostini misti. Filetto con i funghi porcini, patate arrosto e insalata. Beh, come dieta in fondo non è male! Ci sarà un po’ da aspettare. Continuo a bere. Sento che ho le labbra nere. Appiccicose. Mi succede sempre col vino. Ora vado a fumarmi una sigaretta e poi andrò in bagno.
“Vieni con me?”
Simona si mette il cappotto e mi segue.
Fuori non fa troppo freddo. Si sta ancora bene. Fumiamo. Abbiamo così tante cose da raccontarci e così poco tempo che non sappiamo da che parte cominciare. Mi chiede di Michele. Bene, perché? Mi vede strana. Non mi vede felice. Infatti non lo sono. Spesso non sono neanche contenta… come potrei parlare di felicità? Sì, forse mancano un po’ di stimoli. Ma te? Tutto bene con Niccolò? Sì. Oh, lei sì che è contenta. Anche felice, a volte. Che invidia. Anche il lavoro le va bene. Dopo tanti anni di studio è arrivata dove voleva. Sono orgogliosissima di lei. Mi chiede di Mauro, si è ricordata… sì mi ha scritto, ci vediamo domattina. Sono emozionata. Le farò sapere com’è andata.
Spengo la sigaretta schiacciandola col tacco dello stivale contro l’asfalto umido. Rientriamo. Al nostro tavolo ormai la situazione è degenerata. Patty sta facendo il suo show. Si sta ubriacando, e parla a voce altissima. Dio, ti prego, fa che non salga sul tavolo per ballare…
Non vado in bagno, mi tengo le labbra nere. Tanto con tutto questo casino di sicuro non se ne accorge nessuno. La guardano tutti. È come un’attrazione da circo. Patty ha qualche anno in più di noi, prima faceva la modella. Da un po’ di tempo hanno smesso di chiamarla… ormai è fuori età… così ha cominciato a fare la personal shopper. E così ha conosciuto Cindy. Ma che bella coincidenza.
Arriva la carne. Buonissima. Morbida che sembra burro. L’odore di brace ci aveva già preparate… che fame… chiediamo altro vino, il cameriere sorride e fa lo splendido… chi guida di voi stasera, ragazze?
Mangiamo avide come bestiole affamate… che buone anche le patate… io le adoro…
Spolveriamo tutto nel giro di dieci minuti. Buono ma un po’ in stile novelle cuisine, questo ristorante.
Finalmente… si spengono le luci. Si materializza una lucina tremolante, che proviene dalla cucina con un andamento incerto. Parte il coro: tanti auguuuri aaaa teeeeee… tanti auguuuuuuurii aaaaa teeeeeee… ecc. ecc.
La cameriera appoggia la torta sul tavolo… Cindy chiude gli occhi, starà esprimendo il suo desiderio, li riapre e soffia… la candelina si spenge e della fiamma non rimane che un filino di fumo che sale su partendo dallo stoppino. Riaccendono le luci e ci servono anche lo spumante, brindiamo. Cindy è contenta. Festeggia i suoi ventisette anni con noi.
Ma dov’è Patty? Le luci si rispengono e lei non è al tavolo. Oddio.
Nel buio, una sagoma che purtroppo riconosco subito compare dalla porta della cucina… noto che si è tolta la giacchina… che bel vestitino “seconda pelle”… ancheggia sinuosa mentre si avvicina lenta al nostro tavolo, e inizia a cantare così, davanti a tutti, con voce suadente: happy birthday to you… happy birthday to you… (oddio, non starà mica facendo l’imitazione a…) happy birthday Mr. President… happy birthday to you…” sì, purtroppo sì… ovviamente… Marylin. Dimmi te se Cindy sembra JFK.
Cindy ride, divertita. Io mi metterei le mani nei capelli, ma fa sorridere anche me. Che personaggio. Gli uomini del ristorante la guardano imbambolati. Sì, ve la consiglierei. Dopo mezz’ora la battereste per terra. Le altre donne sono piuttosto infastidite… noi ormai ci siamo abituate (ma ogni volta riesce a stupirci). Qualcuno malauguratamente urla “Biiiis!”, e altri nel ristorante lo imitano. La gioia le si legge negli occhi… anche se per un attimo sembra quasi preoccupata: da brava entertainer sa che non è il caso di riproporre l’happy birthday. Certo non può deludere il suo pubblico e mandarlo a letto insoddisfatto. Per fortuna Marylin offre molte risorse. Si schiarisce la voce un attimo…“The French are glad to die… for love! A kiss on the hand may be quite continental… But diamonds are a girl's best friend... men grow cold as girls grow old, and we all lose our charms in the end… but diamonds, diamonds, diamonds are a girl's best friend!”. Ammiccante come Marylin e scatenata come Nicole Kidman in Moulin Rouge… passa tra i tavoli, strizza l’occhio un tipo, manda un bacio con la mano a un altro…
È il delirio. Tutto il ristorante applaude. Per tutto intendo gli uomini. Lei fa un mezzo inchino. Ho quasi paura che il proprietario ci butterà fuori: ha fatto proprio un gran casino… Mi sembra anche che abbia già puntato un ragazzo, che infatti non è per niente brutto… beh, per attirare la sua attenzione non avrebbe potuto far di meglio… ecco, forse avrebbe potuto concludere immergendosi fino alla vita nella vasca dei crostacei e rivolgendosi a lui con un inflazionato ma sempre efficace “Ehi Marrcello… come heeere!”.
Se glielo suggerissi penso che lo farebbe. Più che altro mi preoccuperebbe il dopo… lui potrebbe essere così cretino da entrare nella vasca con lei e la scena sarebbe quantomeno raccapricciante.
Guardo Rosi… con tutto quel casino Marzia non è ancora riuscita ad addormentarla… si è sovreccitata… si guarda intorno senza capire… per fortuna ride… se fossi Marzia rimpiangerei di non averla lasciata con Lucio…
“La posso prendere?” le chiedo.
Marzia me la passa, Rosi mi guarda, sembra che non sappia che espressione fare. Mi butta le braccina intorno al collo e si appoggia con la testa sulla mia spalla. È stanca morta. Mi mette una manina nei capelli, è abituata a toccare quelli della mamma che sono simili ai miei. Lunghi e sottili. Me li arriccia un po’. Mi piace sentire il contatto con i neonati. Da ragazzina ho fatto la babysitter a una bimba piccola, si chiamava Marta. Mi piaceva tanto farla addormentare. Si metteva proprio in questa posizione e spesso quando tentavo di metterla nel lettino si svegliava. Così finivo per tenermela addosso... In quella posizione non potevo far niente, mi muovevo appena per non svegliarla. Ma stavo bene. Il calore dei neonati è qualcosa di rassicurante. Tu rassicuri loro e intanto loro rassicurano te.
Di colpo uno svarione mi rimbomba in testa. Sono un po’ alticcia. Anche lo spumante non aiuta. Intanto Miriam tira fuori dalla borsa un pacchettino: è il nostro regalo per Cindy. La confezione di Tiffany non lascia spazio a dubbi. Cindy prende il bigliettino, lo legge e ci ringrazia. Scarta il pacchetto: è il braccialetto di Tiffany, col ciondolo a forma di cuore, piatto, con sopra inciso: Please return to Tiffany & Co. Ormai lo abbiamo comprato quasi tutte, manca solo a Simona. E certo non poteva mancare a Cindy. Ne è felicissima, penso che in un certo senso se lo aspettava.
Decidiamo di andare in qualche pub, o in discoteca. Ci portano il conto, paghiamo e usciamo da lì. Rialzandomi sento proprio gli effetti dell’alcool. Sicuramente inciamperò con questi stivali, ma non si può sempre uscire con le scarpe basse…
Marzia ci saluta… è un po’ tardi per Rosi… la prende e la mette nel passeggino… sta dormicolando… così rimaniamo noi cinque. Patty non ha parlato con il Marcello della situazione. Strano. Ma subito capisco perché: sta raccontando a Cindy che sa dove lavora, lo aveva visto qualche giorno prima alla Banca Toscana. È un banchiere, o qualcosa di simile, quindi lo ribeccherà con calma.
Discutiamo un po’ per la scelta del posto, e alla fine optiamo per il Dolce Vita, è lì vicino… Dolce Vita… rivedo l’immagine della Ekberg nella fontana…
Saltellando sulla strada acciottolata come se camminassimo sulle uova arriviamo al pub. Spesso ci becchiamo qualche calciatore. Cindy ne va pazza. A me non è che ispirino molto, anzi. Mi chiedo di cosa ci potrei parlare. Sono dei bei ragazzi, in genere, ma a me sono sempre piaciuti i brutti…
Prendiamo da bere al bancone. Ordino un vodka lemon. Qualcosa di più forte in questo momento mi farebbe stramazzare. Ci sediamo fuori, all’unico tavolino rimasto libero. Il discorso cade su Marzia. Siamo tutte un po’ dispiaciute per la sua situazione. Non ci sembra contenta. La nostra teoria è che lui l’abbia in qualche modo incastrata. Come succedeva con le ragazze che incastravano gli ufficiali ritrovandosi all’improvviso in dolce attesa, solo che qui i ruoli si sono invertiti. Non abbiamo certezze per dirlo, ma nessuna di noi pensa che Marzia volesse farci un figlio, con Lucio. Comunque lei non è stata furba. Le precauzioni andrebbero usate.
Si avvicinano due ragazzi. Cindy e Patty iniziano subito a chiacchierarci. Hanno al collo la sciarpa della Fiorentina. Che squallore… di sicuro hanno l’abbonamento in curva Fiesole. Anche Miriam si mette a chiacchierare con loro. Io e Simona ci rifiutiamo per principio, e ne approfittiamo per parlare un po’ tra noi. Subito i due tipi ci danno delle asociali. “Perché? Tre non vi bastano?” gli rispondo senza esitare. Mi guardano un po’ male. Beh chi se ne frega. Non è per fare la snob ma ci sono persone che si riescono ad inquadrare subito, e non mi va di perdere tempo parlando di cazzate. Oltre che stupidi non sembrano neppure simpatici.
Mentre Simona mi parla di quanto Marzia sia ansiosa con Rosi, da lontano riconosco il presunto banchiere. Sì, non è brutto per nulla. “Non fa che chiamarmi per chiedermi se può dormire dopo mangiato, o se è meglio aspettare un po’…”. Ma non ho certo voglia di fare la concorrenza a Patty. E in generale non mi va di andare a cercare nessuno, in questo momento. Anche se non mi sentirei in colpa con Michele. “Cerco di rassicurarla ma continua a chiamarmi per ogni sciocchezza… è molto ansiosa, davvero mi preoccupa…”. Prima era diverso. Mi sentivo tremendamente male quando facevo le corna a un mio fidanzato. Poi crescendo ho iniziato a dare meno peso a queste cose, a essere meno sincera, a fare un po’ di doppi giochi. “Mi chiama anche quando sono in ambulatorio e mi fa un pippone d’un’ora… a volte non so come fare…”. Ma in questo periodo sono così apatica che mi sembra di non averne neppure la forza. O forse non ho incontrato nessuno di interessante. Interrompo il flusso di Simona e gli chiedo cosa ne pensa. Mi dice che secondo lei… siamo alle solite… insomma, è convinta che con Michele non durerà. È sempre sincera con me. In fondo lo penso anch’io. Un po’ mi dispiace dirlo così. Ma anche se cerco di non ammetterlo lo so benissimo. Forse dovrei prendermi un periodo per rimanere single. Finora non ci sono mai riuscita, è sempre arrivato qualcuno proprio quando non volevo che arrivasse. Un tempismo che a volte mi manda in bestia. Vittima di me stessa o degli eventi? A volte mi chiedo se potrei vivere da sola… senza un uomo accanto… e non so ancora rispondermi. Forse sì. Ma forse anche no.
Questo vodka lemon è proprio buono. Succhio dalla cannuccia, la giro facendo ruotare il sbattere il ghiaccio contro il vetro. Il bicchiere è gelido, mi si è congelata tutta la mano destra. Lo appoggio sul tavolino e metto la mano in tasca. Una ragazzona, in piedi dietro a me, non fa che urtarmi con la borsa. Se continua le dico qualcosa. In questo posto ci sono troppe persone in così poco spazio. Dà l’impressione di venir schiacciati dalla gente e dalla confusione. Ma a Firenze è così ovunque.
Ora sono proprio andata. Sento che la vista mi si intreccia. Che mal di testa. Quando sono stanca non dovrei esagerare con l’alcool, e invece non so darmi un limite. Anche stasera ho fumato un sacco. Se mi annuso i vestiti sembra di essere all’inceneritore. Spero che non ne avrò mai bisogno, ma se Simona invece della pediatra avesse fatto la pneumologa sarei stata più tranquilla.
Anche Patty ha visto il banchiere. Lo punta come un felino osserva la sua preda. Intanto i due tifosi sono diventati sette. Si è aggiunto il resto della tifoseria. Uno peggio dell’altro. Sembrano usciti dal mercatino della vergogna. Uno dei nuovi arrivati mi chiede se ho una sigaretta. Pure. Gliela do, povero disgraziato… in fondo la natura non è stata blanda con lui, e in questi casi la beneficenza è un obbligo morale.
Simona mi chiede come va con l’organizzazione del meeting. Abbastanza bene, anche se lunedì sarà comunque un gran casino. Arrivano tutti i Francesi. Perlomeno c’è Yves, il commerciale, che è proprio un tipo interessante.
Cindy interrompe le nostre chiacchiere:
“Andiamo a ballare?”
Guardo l’ora. Non so che fare. No, domattina devo incontrare Mauro e non posso arrivare distrutta. Già che lo sarò comunque, ma se dormo un po’ forse è meglio. Sono quasi le tre. Lo dico a Cindy. Ci resta male, ma mi capisce. Anche a Simona non fa piacere… stasera con la presenza di Patty le altre sembrano delle mangiatrici di uomini, e lei non ha proprio voglia di mettersi in qualche casino ora che con Niccolò va tutto molto bene. Per essere una serata tra donne si è rivelata un po’ atipica.
Scusami cara. Non ti preoccupare, cercherò di sopravvivere… vieni a pranzo dai miei domenica? Mi hanno chiesto se vieni anche te… Oh, sì, è tanto che non li vedo.
Ci alziamo da lì, loro per andare in discoteca e io per andare a letto. Do un bacio a tutte.
Bacio anche Patty. Si accorge solo ora che non vado con loro:
“Oh, darling, non vieni? Oh, what a fuck…”
“Scusa Patty, tanto ci rifaremo…”. Speriamo di no.
Vado verso la macchina. Penso a Michele. Forse non sarà ancora tornato a casa. Ripenso ancora alla stessa storia. Di beccarlo con un’altra. Forse è quello che vorrei… Per poterlo lasciare senza sensi di colpa. Per avere un motivo più che valido per farlo. Perché per una volta la colpa di aver rovinato una storia non fosse solo mia.
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A proposito del Natale |
Sicuramente voi avete buonissime ragioni per amare il Natale, non voglio certo mettere in dubbio la vostra sincerità. Però fate il piacere, mettetevi un poco nei miei panni, giusto per curiosità. Anzi, supponete per un attimo che stiate dormendo e che –vostro malgrado– sognate di essere qualcun altro il quale –guardacaso– son proprio io, uno che adesso odia il Natale.
Bene, in questo sogno –o incubo, decidete voi– siete appena tornati a casa, come del resto fate ogni anno nel periodo natalizio. Vostra madre vi ha aperto e voi la baciate senza nemmeno guardarla, mentre curvi sotto lo zaino da trekking vi trascinate fino al soggiorno, desiderosi di buttarvi sul divano –scucito e smollato quanto si vuole ma pur sempre un gran divano– e già sbuffate per la raffica delle solite inutili domande che vi aspetta.
Appena entrate la prima sorpresa: del divano nemmeno l'ombra. Cosa ancora più strana, nell'angolo non spicca l'alberello sintetico che ogni anno vostro padre tira fuori dal sottotetto, spolvera con qualche schiaffo e dopo innumerevoli tentativi piazza in equilibrio precario accanto al televisore. Volete togliervi lo zaino e mentre lottate per liberarvi da quella matassa di lacci, cinghie e cerniere sentite scricchiolare le vostre articolazioni. O perlomeno così vi è parso. Vi inquietate, dato che avete posato lo zaino per terra, vi siete seduti a tavola, immobili e con l'orecchio teso, ma lo scricchiolìo continua. Finalmente vostra madre appare sulla soglia, siete ansiosi di domandarle perché tutti quei cambiamenti e, soprattutto, cosa diavolo è quel rumore.
Avete buttato giù una sufficiente quantità d'aria per formulare d'un fiato entrambe le domande, avete anche aperto la bocca, aggrottato le ciglia, quando ecco che vi bloccate in un'istantanea. Quella che vi sorride dolcemente non è vostra madre –questo è chiaro– anche se tutto –a parte la vostra inequivocabile percezione– dovrebbe farvi supporre che lo sia. Càpita nei sogni no? Niente di strano, se questo fosse un sogno e non quel che è successo a me.
Mia madre –o chiunque sia quella donna– si siede, sorride stupita per il mio sconcerto, stai bene tesoro? mi chiede. Tesoro? Mia madre non mi ha mai chiamato tesoro. Né figliolo né caro né altre smancerie. Il modo in cui mia madre mi ha sempre chiamato odorava d'alcol dozzinale, come i suoi capelli, e ricordo un solo vago sorriso tra gli zigomi illividiti. Il volto di questa donna invece è luminoso e ben curato e sullo smalto dei suoi denti non si è cristallizzato il fumo di decenni.
Dov'è papà? le chiedo. Tuo padre è a lavoro, quest'anno deve lavorare anche oggi che è la vigilia, ma ci sarà sicuramente per cena, non temere, mi rassicura. Ma quale lavoro? le chiedo, con la mandibola penzoloni. Come quale lavoro, piccolomio! Ma lo stesso di sempre, mi dice, scuotendo leggermente la testa per sottolineare l'evidenza della sua affermazione.
Dov'è la tragedia, vi starete chiedendo: adesso ho una madre sana e bella, un padre che lavora eccetera. E tra qualche ora ci sarà una cena con ogni bendiddio e scommettete che riceverò dei bellissimi regali.
Se l'avete pensato, voglio sperare che stiate scherzando. Quella donna non è mia madre. Buon Natale figliolo, mi dice alzandosi e allargando le braccia. Mi abbraccia e mi bacia sulla fronte e sento lo scricchiolìo di prima amplificato, come se, dentro di me, un cane rabbioso si stesse cibando delle mie proprie ossa.
martedì 12 dicembre 2006
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III - Imprevisti |
"No, allora non ci siamo capiti. Io voglio il posto singolo sull’Eurostar. Sa quello che c’è all’inizio del vagone senza nessuno accanto? Di fronte lo schienale del posto davanti, accanto lo spazio per le valigie!"
“Biondo! E’ lei che non mi ha capito… non posso prenotarle un posto specifico sull’Eurostar…il computer mi dà il posto migliore disponibile e io quello le assegno. Non posso annullare l’operazione e ritentare fino a che non mi viene proposto quello che lei desidera.. E credo che nemmeno le persone in fila dietro di lei ne sarebbero contente.”
Cristiano la odiò. Primo: come ti permetti di chiamarmi BIONDO, io che sono moro e rasato. Secondo: sei una bigliettaia delle ferrovie, cazzo, fai il tuo fottuto lavoro e offri un servizio come Dio comanda ai clienti. Terzo: appena arrivo a casa scrivo un email a Trenitalia e ti faccio licenziare…come cazzo ti chiami, fammi leggere la targhetta…M.Iacobellis.
“Allora” - riprese la Iacobellis - “lo vuole o no questo biglietto?”
Cristiano inghiottì tutte gli improperi che gli passavano per la testa e disse, ormai più per impuntarsi che per altro:
“Sì, lo voglio” - si sentì come uno sposo all’altare e aggiunse: “ma con la prenotazione per il posto che le ho richiesto.”
“Ok” - tagliò corto M. Iacobellis “ arrivederci. Il prossimo?”
Il vecchio dietro Cristiano lo spintonò di lato intrufolandosi tra lui e l’amabile bigliettaia.
“Un biglietto per Chianciano Terme”
Eh no eh, ma chi cazzo crede di essere? Ora la sistemo io questa! E 'sto vecchio che crede di fare?
“Scusi, sa” - disse Cristiano. La voce gli uscì incerta e non gli suonò affatto come intendeva farla suonare. Inghiottì e spintonando il vecchio a sinistra disse: “non ho mica finito, sa..”
Il vecchio si tolse gli occhiali che aveva inforcato e bofonchiò: “questi giovani di oggi…tutti maleducati”.
“Oh sì che ha finito” si intromise M. Iacobellis.
“Io dico di no e ora lei mi chiama il direttore e vediamo di sistemare la questione” - questa sì che gli era uscita bene, pensò Cristiano, ora la bigliettaia si sarebbe scusata e l’avrebbe servito come lui voleva.
Lei sorrise perfida e si protese verso di lui sfidandolo:
“Signorino, ARIA!”
Non ci credo…cazzo ma sempre a me succedono??? Dopo un finesettimana passato con mia madre, mi mancava giusto la bigliettaia stronza.
“Avanti” - gridò qualcuno dalla fila - “ abbiamo un treno da prendere”
“Vuol dire che lo perderete, visto che la signora non fa il suo lavoro” - gridò Cristiano di rimando.
La Iacobellis alzò la cornetta che le stava accanto e parlò nel microfono. Cristiano non sentì una parola ma capì dalle espressioni che c’erano dei guai in arrivo. Se ne fosse andato ora avrebbe evitato tante grane. Ma le grane arrivarono prima di quanto Cristiano si aspettasse.
“E’ lui” - disse la Iacobellis indicando Cristiano al tipo della sicurezza.
“Signore, se vuole essere così gentile da seguirmi.”
“Guardi”- tentò di ribattere Cristiano - “mi faccia spiegare…”
“Il giovanotto mi ha spintonato e mi è passato davanti” - lo interruppe il vecchio.
Cristiano aprì bocca per replicare ma prima che potesse parlare l’uomo della sicurezza lo aveva già afferrato per l’avambraccio con le sue manone e lo tirava con sé.
Cristiano si voltò un attimo giusto per vedere M. Iacobellis che sorrideva trionfante. Che poi, si disse, M puntato per cosa starà? Di certo una così non può che chiamarsi Milena…
Non terminò il pensiero che il cellulare prese a squillare. Lo tirò fuori e vide la parola MAMMA che lampeggiava sul display.
Cazzo!
“Risponda pure, se vuole”, gli disse l'agente, “ma venga con me per cortesia...”
Cristiano pensò che sarebbe stato meglio non rispondere, ma il cellullare non smetteva di squillare.
“Mamma...”
“Cristiano...”
“Mamma, ci sentiamo dopo, non è un buon momento...”
“Puoi dirlo forte, Santiddio... tua nonna è morta...”
giovedì 7 dicembre 2006
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Aiutami Cap. 2 - Cinque anni fa |
“Me lo sentivo che oggi sarebbe passata di qui quella befana.”
“E che cavolo: è venuta la settimana scorsa, chi se lo aspettava?”
“Ma io lo so, fa apposta, per prenderci alla sprovvista. Secondo me ci gode pure.”
“Eccoli. Io vado in magazzino a prendere un po’ di shoppers.”
Biondoplatino scoccò un’occhiata furente a Neroblu poi col migliore dei suoi sorrisi accolse i due rompiscatole.
“Dottoressa Pancaldi, buongiorno. Claudio buongiorno.”
“La vetrina è sporca, da quanto è che non la pulisci?”
“Ma come dottoressa, l’ho pulita ieri sera, non mi pare…”
“E questo laniccio dietro il bancone? Bisogna starvi dietro tutti i giorni? Claudio sono le 11, chiamami il dottor Russo. E quell’altra dov’è?”
“E’ in magazzino, doveva…”
“Quante volte ve l’ho detto: dovete essere tutte e due qui pronte al pubblico!”
“Ma dottoressa…”
“In magazzino ci andate negli orari di chiusura. Deve essere tutto pronto. Non vi sapete organizzare. Prenderò i miei provvedimenti.”
“Lucia, in linea il dottor Russo.”
“Pronto? Paolo! Carissssssssimo! Sì tutto bene… tutto a posto… e tu che mi dici? Abbiamo buone notizie….? Davvero….??? Beh non ti nascondo che un po’ ci speravo… lo vedi che il lavoro di squadra paga! Allora ci vediamo in Direzione tra un po’… grazie ancora per la bella notizia. Ti bacio. A presto caro. Ciao. Andiamo Claudio, meglio che esca in fretta da questo negozio che già ho l’urto di vomito. Voi due: torno presto, è la vostra ultima occasione.”
“Arrivederci dottoressa Pancaldi. Arrivederci Claudio.”
“Ti si possa rompere un femore”, disse Biondoplatino.
“Anche due”, aggiunse Neroblu.
“A te e a quel leccaculo che ti porti dietro!” concluse Biondoplatino.
“Andiamo a pulire ‘sta vetrina dai.”
Lucia mollò Claudio con una scusa al taxi e si diresse verso via Roma.
In giorni come questi sembra che tutto sia perfetto, l’aria è profumata, non è né caldo né freddo e anche la gente è più bella.
Entrò da Gilli e dopo un attimo di indecisione ordinò un cappuccino: al diavolo, per stare a dieta aveva ancora tempo.
Sorrise ammiccante al barman e si stupì di non venire ricambiata, ma lo dimenticò subito.
Mentre sorseggiava la bevanda calda e profumata chiuse gli occhi e pensò alla faccia che avrebbe fatto Giorgio quando gli avrebbe dato le notizie.
“C’è una novità, anzi due.” No troppo banale, capisce subito.
“Ti ricordi ti dissi di quel manager che va in pensione?” No, troppo larga.
“Amore, nei prossimi mesi sarò parecchio impegnata…” Già meglio, così all’inizio si scoccia e poi la sorpresa, anzi LE sorprese.
Appoggiò la tazza e uscì in Piazza della Repubblica.
In giorni come questi sembra che tutto sia perfetto, ecco un taxi lì che pareva aspettare solo lei.
Mentre si avvicinava alla macchina sentì un brivido improvviso, ma com’era venuto sparì e Lucia lo dimenticò.
Si chinò verso il conducente e lui le sorrise.
mercoledì 6 dicembre 2006
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II - Casa dolce casa |
Cristiano suonò il campanello e aspettò.
Era stanco; il viaggio era stato uno strazio e il prete che gli aveva raccontato la parabola della pecorella smarrita era stato la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Nessun suono dall’interno. Poi l’inequivocabile rumore di quei passettini.
La porta si aprì.
“Diosantissimo, che brutta cera che hai!"
Cristiano sospirò.
“Ciao mamma.”
“Entra! Che fai lì sulla porta come un baccalà, sembri preso in prestito.”
Sì, sto bene anche io mamma…
Cristiano fece un passo avanti, ma la mano di lei lo bloccò:
“Fermo! Pulisciti le scarpe, eh! Bèlle ha dato la cera ieri e tu, Santodio, con quegli stivaloni infangati…ma da dove vieni?”
Cristiano ubbidiente strofinò le scarpe un paio di volte sullo zerbino ed entrò.
La casa era come sempre: pulita, ordinata e perfetta.
“Che poi, mi dico tutti giorni”, continuò sua madre chiudendo la porta, “ci sarà da fidarsi di Bèlle a lasciarla sola? In casa a pulire con tutti quei gioielli di valore e le pellicce che ho di sopra?”
La madre di Cristiano si fermò davanti allo specchio e si sistemò l’arzigogolata acconciatura che aveva in testa.
“Sai che la domestica di Teresa rubava??? La Teresa le ha teso una trappola. Ha lasciato 50 euro in giro e l’ha beccata con le mani nello zaino!”
“Nel sacco”, sussurrò Cristiano, “le mani nel sacco”.
“Come dici?”
“Niente”, rispose Cristiano ad alta voce scuotendo la testa.
“Valle a capire ‘ste filippine; le accogli in casa tua, ci dai ogni genere di comfort, compreso l’ultimo modello di aspirapolvere per pulire, e loro ti ricompensano in questo modo.”
Eh, sì…come non apprezzare un comfort come l’aspirapolvere!
“Dov’è la nonna?”, tagliò corto Cristiano.
“Santiddio, Cristiano, sei come tuo padre! Non si può fare un discorso serio con te che ti irrigidisci e cambi argomento”.
Cristiano la ignorò. Era l’unico modo per difendersi dalla ex signora Bonfanti, tornata Elmetti ormai da 15 anni.
“Tua nonna è in camera sua, dove vuoi che sia…Ma fatti vedere”, aggiunse poi prendendolo per le guance, “sei pallido, smunto…non è che ti sei preso qualche malattia sessuale, vero?”
Cristiano desiderò essere sull’Eurostar che lo avrebbe riportato a Milano, lontano da quel finesettimana romano che sua madre avrebbe reso un inferno.
“Che poi pulisse bene, Bélle”, riprese sua madre mollandogli le guance di scatto e passando il dito sul mobile per testarne la polvere con un polpastrello.
“Vado a salutare la nonna”, disse Cristiano.
“Vai, vai, snobbami pure e spendi il poco tempo che potremmo passare insieme con la madre di tuo padre!”
La gentile signora che mi ha cresciuto - fu tentato di dire Cristiano - mentre tu eri impegnata a tradire papà. E che per giunta sfrutti per avere una villa come casa e una filippina come domestica.
Si morse la lingua e salì le scale, mentre sua madre continuava a borbottare.
Finita la rampa, Cristiano sentì le voci del televisore provenire dalla porta chiusa della stanza più lontana del corridoio.
Cazzo, ma quanto sorda è diventata?
Esitò un attimo di fronte alla porta chiusa, poi entrò.
Il volume del televisore era intollerabile. Brooke se ne stava tra le braccia di Ridge in una scena identica a quella in cui li aveva lasciati 10 anni prima.
“Ciao nonna.”
Lei non sentì. Cristiano ne approfittò per guardarla. Se ne stava nella poltrona come un Buddha nel suo tempio. Era invecchiata e a Cristiano parve inerme adesso che era costretta a passare le giornate tra il letto e la poltrona; lei così vitale e energica sempre intenta a fare qualcosa quando lui era piccolo. Si sentì osservata, perché stacco gli occhi umidi dallo schermo e si voltò verso di lui.
“Ooooohhhhhhhhhhh”, urlò a un volume più alto di quello del televisore, “ Cristianooooooooooo….”
A Cristiano venne voglia di piangere. Sentì le lacrime agli occhi, le ricacciò dentro a forza e la abbracciò.
“Ciao nonna, come stai?”
Lei non capì e continuò ad abbracciarlo e baciarlo ovunque.
“Nonna”, disse lui staccandosi, “possiamo spegnere la televisione?”
“Certo che ho il magone…sarà un anno che non ti vedo.”
Le conversazioni con sua nonna prendevano forzatamente la direzione che lei imprimeva da un paio d’anni a questa parte.
“Nonna, ma sono venuto a Roma meno di un mese fa…”
Cristiano spense la TV.
“Bruc è tornata con Ricci.”
“Ridge, nonna, si chiama Ridge”
“Eh?”
“Niente, lascia stare”, disse lui più a sé stesso che a sua nonna.
“Allora, come va il lavoro? Sei ingegnere, vero?”
“Nonna, è papà l’ingegnere…”
“Fai il ferroviere????”
“No”, mentì Cristiano urlando, “certo che faccio l’ingegnere.”
“Io prego tutte le mattine per te, perché il Signore ti dia tanta salute, un buon lavoro, una bella fidanzata…ce l’hai la fidanzata, vero?”
Cristiano sentì la voce di Erika che gli diceva: “E’ finita tra noi. F.I.N.I.T.A., THE END!”
“Certo nonna, è bellissima.”
“Come?”, fece lei sporgendosi dal letto verso la poltrona dove stava seduto Cristiano.
“E’ BELLISSIMA!”
Sua nonna fece di sì con la testa e sorrise:
“Del resto un bel ragazzo come te…ma quale ragazzo, tu sei un uomo…ma tagliati quei capelloni lunghi, ti vanno tutti negli occhi...”
Lui sorrise.
“E tu preghi vero?”, riprese lei.
A Cristiano venne in mente il parrocchiano sul treno.
“Certo che prego…tutte le mattine”, urlò in risposta.
La nonna parve sollevata.
“Cristianooooo!!!!”, la voce di sua madre da sotto.
“La mamma mi chiama”, spiegò a sua nonna sospirando. Fece per alzarsi ma la mano di sua nonna lo trattenne.
“Non la giudicare male. Non sarà la madre più brava del mondo, ma ti vuole un sacco di bene. Purtroppo noi donne non nasciamo mamme. Impariamo. E alcune sono un po' più dure di altre. A me è successo così, con tuo padre è andata male, ma ho avuto una seconda possibilità con te.”
Fece una pausa.
“Dai una seconda possibilità a tua madre.”
Cristiano la abbracciò di slancio.
“Ti voglio bene, nonna.”
“Che gonna!?!?”
Cristiano la baciò di nuovo e scese ad affrontare sua madre.