venerdì 5 gennaio 2007

Il piccolo ciclista

«Ma chi si crede di essere?»
Seduto accanto a me sul marciapiede, Manuel faceva rimbalzare a terra il Tango, con gesti rapidi, come una pallina da ping pong.
«Ma chi si crede di essere?» mi domandò nuovamente, quando lo rivide sfrecciare sulla strada di fronte a noi.
«Con quel casco aerodinamico, proprio non lo sopporto. Lo fa apposta a fare sempre questo giro, tanto per farsi vedere.»
Manuel si alzò con uno scatto, il pallone tra le mani, e in viso l'espressione più furba e cattiva che gli riuscì:
«Che ne dici se lo sistemiamo come si merita?»
«Cioè cosa vuoi fare?» domandai.
«Il tiro al bersaglio!» esclamò esultante e in una frazione di secondo piazzò la palla sul bordo del marciapiede, assumendo poi una buffa posizione sbilenca, con un pugno su un fianco, il peso del corpo tutto su una gamba: la sua idea di calciatore che si appresta a tirare un rigore.
«Non dirai sul serio?» esclamai sorpreso, ma sforzandomi di sogghignare. Mi alzai e presi a osservarlo, braccia incrociate.

Forse avrebbe pure tirato, ma senza l'intenzione di colpirlo davvero. Restammo in attesa, silenziosi, tesi, ma sempre mantenendo un sorriso: il mio di scherno, il suo di sfrontata spregiudicatezza. I nostri sguardi ora si incrociavano, ora scrutavano la curva in fondo alla strada, da dove ci aspettavamo riapparisse la bicicletta bianca da corsa. Sfrigolando sulla ghiaia finalmente sbucò, il telaio spruzzava fiotti di luce negli occhi. Manuel indossò una solenne maschera di concentrazione, fece qualche passo indietro, quindi prese la rincorsa. Il pallone trapassò la scia di vento che il piccolo ciclista si portava dietro, come un lungo mantello invisibile. Il mio sorriso si spalancò a una risata.

«Lo sapevo, lo sapevo che sei un vigliacco!!»
«Guarda che l'ho mancato per poco, deficiente, mica l'ho fatto apposta.»
«Sì, come no, e io mi chiamo Padre Pio»
«Bè allora provaci tu se pensi che sia così facile, idiota. O hai paura?»
«Per niente» mi schermii, ma non gli sfuggì la poca convinzione.
«Hai paura, hai paura!, sei un codardo, un cacasotto!» rideva, e si sforzava talmente che le vene del collo gli sporsero violacee e grosse come biro, finché tutto il viso prese un colorito rosso livido.

Il pallone era finito nel giardinetto pubblico oltre la strada, da qualche parte tra i giochi arrugginiti e il prato incolto. Mi incamminai per andare a recuperarlo, mentre Manuel continuava a insultarmi dimenandosi come un indemoniato. Si divertiva. Attraversando la strada sputai sulla mia ombra, furioso. Con un salto superai il marciapiede e iniziai a correre, ma rallentai quasi subito, non sapendo bene dove dirigermi. Finalmente lo trovai, tra le radici di un ficodindia mezzo divelto: file ordinate di formiche rosse già circumnavigavano il cuoio bianco e nero, rigandolo come sottili rivoli di sangue.

«Si è bucato?» gridò Manuel.
Schiacciai il pallone tra le mani e il petto.
«No!» risposi.
Tutta la determinazione e la collera mi avevano già abbandonato. Tornai indietro a passi lenti, strizzando gli occhi urtati dal sole. Pensavo a un modo dignitoso per svignarmela e lasciarlo con le sue follie.

Manuel non mi arrivava al mento, era esile di costituzione e accanto a me, con le mie ossa voluminose, le mani enormi, poteva forse dare l'idea di un giocattolo, che potessi ripiegare e riporre a mio piacimento nello zaino. Era un parolaio dalla comicità demenziale, che impressionava e divertiva, ma essenzialmente innocuo. Eppure, quando gli prendeva quella frenesia, quella sua smania di avere la meglio, se non con la forza, con l'esagerazione e gli eccessi, mi faceva paura; sapevo che era tutta una posa, che recitava, ma temevo che perdesse il controllo una volta o l'altra, che la pazzia e il male che millantava e prometteva divenissero reali. In quei momenti, il cerchio celeste dei suoi occhi galleggiava in una pozza rossa, parlava mostrando i denti stretti, digrignando, come se tra le labbra avesse una lama luccicante.
Il mantello mi svolazzò sul viso, svegliandomi dai pensieri.

«Che cazzo fai, sta' attento, per poco non ti fai mettere sotto da quel culatone! Ma hai visto che pezzo di merda? Continua a passare di qui, ci sta sfidando!» disse il mio amico. «Ora tocca a te, vediamo se non sei quel buono a nulla che tutti dicono.»
«Vaffanculo.»
«Non è così? Allora dimostralo, codardo.»
Non potevo più tirarmi indietro. Un po' per orgoglio, un po' per timore.
Piazzai la palla su un piccolo dosso del terrapieno, a qualche metro dal marciapiede. Guardavo il pallone e con la coda dell'occhio la curva in fondo alla strada. Tirai altissimo, appena avuta la certezza di non poterlo colpire.

Un applauso mi sferzò alle spalle.
«Ma bravo il mio campione! Van Basten dovrebbe baciarti i piedi! L'hai mancato almeno di dieci metri. E poi perché hai tirato così alto, idiota? Volevi prenderlo con un pallonetto, quando ripassa? Sei una merda.» Con un guizzo si fiondò verso la palla e dopo pochi istanti l'aveva già riposizionata sul bordo del marciapiede.
«Ora ti faccio vedere, femminuccia!»
«Vaffanculo. Vediamo se sai fare di meglio, sei solo bravo a sparare stronzate.»
Non rispose nulla, ritrovò lo stesso sorriso sfrontato e con la mano sul fianco attese immobile il bersaglio. Io fissavo il pallone, turbato. Udii la ghiaia scoppiettare e mi voltai verso lo scintillìo. Senza rincorsa, Manuel tirò di collo pieno, un tiro non forte, misurato, quasi avesse voluto adagiare il pallone a mezz'aria per far sì che fosse il casco bianco a urtarci contro, con tutta la potenza della sua velocità.

Un taglio netto separò la bicicletta dal ragazzino e la sua testa dal casco. Battè violentemente il capo inerme sullo spigolo del marciapiede, rivoltandosi quindi due o tre volte, mentre il Tango gli rimbalzava intorno con un rumore sordo, come un applauso rallentato.

Rimase a terra immobile, immobili noi con le bocche spalancate. Rimase in quella posizione come morto per un tempo interminabile, finché prima una mano, poi una gamba, infine tutto il corpo lentamente si animò. Si alzò tremando, senza dire niente, senza guardarci, solo tenendosi la testa con entrambe le mani, e andò via, lasciando tutto com'era: noi due agghiacciati, il casco bianco sulla strada, la bicicletta in equilibrio addosso a una siepe, come parcheggiata con cura.

Appena sparì dal nostro campo visivo, Manuel fuggì come un forsennato, gridandomi «scappa idiota, scappa!» Io ero troppo atterrito per muovermi e restai immobile ancora qualche minuto, a espellere con lenti respiri le emozioni violente. L’odore acre dell’asfalto bollito dal sole sapeva d’incenso. Raccolsi il casco e lo sistemai delicatamente sopra la bicicletta. Presi a palleggiare. Non volevo andar via: sarebbe stato come ammettere una colpa che non avevo. Non l'avevo tirata io la pallonata. Prima sì, ma senza la volontà di colpirlo, solo per gioco. Non avevo colpa se Manuel è fuori di testa e un delinquente, se qualcuno viene a dirmi qualcosa, che venga pure, non ho niente da nascondere.

Poco dopo comparve il ragazzino in lacrime, con accanto una signora. Usava la mano a mo’ di tesa, per ripararsi dal sole.
«Sei stati tu a far cadere mio figlio?» mi domandò dall’altro marciapiede. Nel tono, era già quasi un’accusa. Io palleggiai ancora per pochi lunghissimi secondi, per cercare di mostrare tranquillità e persino indifferenza, ma sentivo il cuore rimbalzare violentemente.

Quando finalmente mi decisi a rispondere, mi fermai: per educazione, ma soprattutto perché all’improvviso mi pervase la sensazione che ogni movimento avrebbe contraddetto le mie parole, dando loro un suono falso.
«No signora, non sono stato io,» negai.
La donna si chinò su suo figlio, il quale, piagnucolando e annuendo, sollevò la mano guantata e puntò il dito nella mia direzione.
«Ma eri qui, no? Allora dimmelo tu che l'hai visto, chi è stato,» mi intimò la madre.
«È stato Manuel Pani, io non c'entro signora, io non c’entro niente.»
«Quel ragazzino che abita là?» chiese, indicando la casa di Manuel.
«Sì, abita là» risposi, guardando altrove.
Se ne andarono, la signora reggendo con una mano la bicicletta, con l'altra fasciando la testa del figlio.

Il quartiere ora sembrava inabitato. I vapori dell’asfalto si mischiavano a tratti con sbuffi d’aria calda provenienti dal mare. Sentii prurito sul dorso di una mano: una formica vi vagava, incerta. Mi sfregai entrambe le mani, poi le braccia dove ne trovai altre: mi sentii improvvisamente pizzicare su tutto il corpo, cercai di liberarmene battendo con forza la maglietta sudata sulle spalle e sulla schiena nuda.

3 commenti:

massi ha detto...

Quando ho iniziato a leggere il racconto, sono stato subito catturato dai due protagonisti. Mi è piaciuto l'incipit ed ero sicuro che promettesse molto nel suo svolgersi. Così è stato fino al momento in cui Manuel colpisce la bicicletta. A quel punto sono rimasto un po' deluso. Secondo me da quel momento la storia perde tensione. Io avrei fatto morire il piccolo ciclista. In questo modo quello che pareva un gioco più o meno innocuo si sarebbe trasformato in una tragedia e allora sì che la tensione avrebbe raggiunto il suo apice. Forse sono troppo dramamtico, però ho trovato che nel finale il racconto abbia subito un calo. Ma sono anche sicuro che se il piccolo ciclista è ancora vivo, ci sarà una ragione...aspetto il seguito!

filsero ha detto...

Ho scritto questa storia cercando di raccontare con sincerità un ricordo, tentando di dare rilievo al carattere dei personaggi, alla conflittualità del loro rapporto. Da questo punto di vista, se c'è un climax è il tradimento (se così si può chiamare) dell'amicizia. Il piccolo ciclista se la cavò (per fortuna!) con un trauma cranico e qualche settimana d'ospedale...

Massi, sicuramente hai ragione, se nel racconto lui morisse la lettura darebbe un'impressione più forte! Diverrebbe il racconto di un omicidio, tutto il resto passerebbe in secondo piano, credo. A volte prendo i ricordi e li stravolgo in funzione del racconto, che prende la sua strada e detta le sue leggi. Con questo non credo di poterlo fare, ho sentito il bisogno di aderire meglio che potevo alla realtà dell'accaduto...

Felicita ha detto...

Una volta raccontato fedelmente l'accaduto la storia puo' continuare? Io aspetto il seguito, contenta di come siano andate le cose finora. Il bello e' proprio l'evoluzione del rapporto tra due ragazzini che scoprono che la vita talvolta prende strade diverse da quelle immaginate.
La tragedia, che avrebbe potuto verificarsi, avrebbe stravolto tutto e obbligato l'Autore ad una direzione completamente diversa.