di Enzo Fileno Carabba
Quando ho cominciato a tenere corsi di scrittura non sapevo a cosa andavo incontro. Ho imparato molte cose. Di solito uno, senza rendersene conto, frequenta persone simili a lui. Per esempio persone che hanno in comune il fatto di aver preso il treno, qualche volta, o persone più o meno convinte che i libri siano una splendida cosa, o persone che non vengono picchiate spesso. Invece tenendo corsi in tante scuole diverse, in tanti ambienti diversi, ma molto diversi, ho incontrato ragazzi sapienti, ma anche ragazzi i cui contatti coi libri sono veramente minimi. Ho incontrato ragazzi che vanno in deltaplano ma anche ragazzi - non pochi - che non hanno mai preso il treno, oppure non sono mai stati a Firenze pur vivendo a pochi chilometri da Firenze.
Infatti non è vero che nella nostra era tutto è più vicino e più veloce. Ci sono barriere enormi. E non parlo di ragazzi che, in qualche sperduta catapecchia, vengono travolti da bombe democratiche, ma di ragazzi molto vicini a noi, in termini di chilometri.
Io spesso porto cassette con film che hanno come protagonista Dracula. Il ragionamento è questo: vedere come una storia che tutti conoscono viene affrontata nel libro e nei film. Ma una volta sono andato in una classe in cui nessuno conosceva la storia di Dracula, a parte la versione comica di Aldo Giovanni e Giacomo (peraltro pregevole) e una pubblicità in cui compare un vampiro. In compenso quando ho interrotto la cassetta ed è apparso il Tg2 in diversi si sono messi a urlare: "Tg2 Tg2!" come riconoscendo una divinità tribale. Lo so che sembro cattivo, solo che è andata così.
Ho sfiorato vite belle e terribili. Ho fatto lezione a ragazzi che, appena arrivati da paesi lontani, non so cosa capissero di quello che dicevo.
Non è detto che le scuole dove il livello culturale è più alto siano anche le scuole da cui escono i racconti migliori. Non sempre. Per scrivere bisogna scommettere, osare, lasciarsi andare, produrre scintille. Se giudichi con troppa intelligenza è la fine, quello che scrivi si ferma, smette di respirare, muore. Non è facile. Questo coraggio può essere liberato dall'esterno, ma cova nel cuore dei singoli.
Quando andavo a scuola come alunno, a parte che mi sembrava non sarebbe finita mai, ero colpito dal fatto che molte persone erano sempre stanche e ritenevano di ricevere, dalla vita, molto meno di quanto meritavano. Questo valeva sia per i professori che per gli alunni, dato che come si sa si influenzano a vicenda, a volte in modo miracoloso, altre volte in modo devastante. Sarà la scuola, pensavo. Oggi so che non è così. Dopo, molti continuano a essere stanchi e scontenti: per il lavoro, o per la mancanza di lavoro. O per questo, o per quell'altro. E così via per tutta l'esistenza. È una costante universale, e coloro che nonostante tutto, caparbiamente, si sottraggono a questo modo di percepire la vita sono - ai miei occhi - dei piccoli eroi.
Io per parte mia, nonostante sia passato molto tempo, sono ancora così sollevato che la scuola sia finita che il mondo mi appare in una luce meravigliosa.
L'importante è non essere stanchi.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
martedì 13 marzo 2007
| [+/-] |
Per non saper né leggere né scrivere¹ - Non essere stanchi |
venerdì 9 marzo 2007
| [+/-] |
VIII - Eurostar 9450 - Un anno dopo |
“E’ occupato?”
Deja-vu.
Cazzo sono, lo sportello delle informazioni?
“No, prego”, rispose Cristiano spostando lo zaino sulle sue cosce. L’uomo lo scavalcò impacciato sedendosi di schianto. Era un omone grosso e sudaticcio, che si passava di continuo un fazzolettino di carta tutto sbertucciato sulla fronte bagnata.
Cristiano smise di guardarlo e tornò a leggere il suo libro, ignorando quello che accadeva intorno a lui.
Ma come succedeva al solito quando era in treno, non riuscì a concentrarsi per molto e rialzò lo sguardo dando un’occhiata alla ragazza che gli stava di fronte.
Cazzo, che carina!
Lei sentendosi fissata alzò lo sguardo a sua volta. Cristiano le sorrise. Lei ricambiò vagamente con un sorriso imbarazzato, poi non sapendo bene cosa fare o guardare, iniziò a rovistare nella sua borsa alla ricerca di un oggetto non ben identificato.
Cristiano ridacchiò fra sé e sé. Ormai ci era abituato. All’inizio si era sentito offeso e ci rimaneva male, ma aveva imparato ad andare oltre a quelli sguardi misti di compassione e paura. Compassione e paura per la sedia a rotelle su cui sedeva.
Gli tornò alla mente la dottoressa Franchi e per un attimo si ritrovò nell’ospedale dove era rimasto circa un mese. La voce vellutata della dottoressa gli aveva parlato con freddezza:
“La paralisi è permanente. Potremmo tentare un’altra operazione e sentire anche pareri di altri specialisti, al giorno d’oggi la medicina…”
“Dottoressa, siamo sinceri, mi guardi negli occhi e mi dica se esiste la minima possibilità che io torni a camminare.”
La sua voce era suonata così distaccata e lui stesso si era stupito. Gli occhi azzurri e stanchi della dottoressa Franchi lo avevano fissato per qualche secondo, poi la voce morbida aveva parlato nuovamente:
“Lei non potrà più camminare.”
Gli aveva spiegato cosa era successo alla sua spina dorsale e alle sue vertebre lombari, aveva usato mille termini medici cercando di illustrargli la nuova vita che avrebbe dovuto condurre. Cristiano aveva ascoltato sì e no. Quando la dottoressa aveva terminato, lui le aveva sorriso, l’aveva ringraziata e le aveva chiesto di lasciarlo solo.
“C’è sua madre qui fuori che vorrebbe stare un po’ con lei. E’ rimasta qui tutta la notte, sa?”
“Le dica che vada a riposare. Voglio stare solo adesso, davvero.”
La dottoressa aveva fatto un cenno di assenso con la testa e poi era uscita in silenzio. Quanti giorni aveva passato a urlare dentro di sé e maledire tutto e tutti? Quante settimane, quanti mesi erano passati prima che si stancasse di piangere e bestemmiare? Non lo ricordava, ma a un certo punto, non aveva più voluto stare solo. A un certo punto aveva voluto che sua madre stesse accanto a lui con i suoi Santiddio e le sue pellicce costosissime. E aveva iniziato a vivere la sua nuova vita a due ruote.
Il cellulare squillò.
“Mamma?”
“Tesoro, dove sei?”
A fare la maratona di New York.
“Sono appena ripartito da Firenze. Tra un’ora e mezzo arrivo.”
“Io sono già in stazione, tesoro. E quegli angeli di ragazzi sono tutti qua per aiutarci.”
Angeli? I tipi dell’assistenza handicappati?
“Ok, mamma, ci vediamo tra poco.”
“Santiddio, Cristiano, ma non potresti essere un po’ più espansivo e meno musone?”
Certo, appena scendo dal treno, mi alzo e mi metto a ballare.
E’ bello sapere che certe cose non cambiano mai.
“A fra poco, mamma.”
“Ok, tesoro, a dopo.”
In realtà qualcosa ogni tanto cambia: sua madre non ha mai capito quando era il momento di tagliare corto. Adesso sì. Adesso sa quando deve stare zitta.
“Scusi”, fece la ragazza carina all’omone sudaticcio accanto a lui, "Quando arriviamo a Roma, mi può dare una mano a tirare giù la valigia?”
C’è un bel vantaggio a viaggiare in treno se sei paralitico: non devi preoccuparti di prepararti per scendere né della valigia. Fanno tutto quelli dell’assistenza.
“Certo”, rispose l’omone e i due si sorrisero.
Cristiano si sentì escluso. Di nuovo si ritrovò a pensare come il suo handicap spaventasse le persone. Ma del resto i due parlavano di azioni che lui da solo non era più in grado di compiere.
Fu in quel momento che la ragazza che stava passando nel corridoio gli finì addosso per la brusca frenata del treno.
“Merda!”, esclamò, “mi scusi, io…”
Cristiano la aiutò a tirarsi e su la riconobbe:
“Erika!”
Lei si tirò indietro il ciuffo e lo fissò. Le erano cresciuti i capelli, ma era quella di sempre.
“Cristiano!”, esclamò lei visibilmente contenta di vederlo. Poi lo sguardo le cadde sulla sedia a rotelle e allora il sorriso le morì in faccia.
“Ma…”
Cristiano le fece un cenno come per dire di non parlare.
“Quando hai tempo per un caffé ti racconterò.”
“Ma, come…cioè, è una cosa…”
“E’ permanente”, disse Cristiano guardandola. Per un attimo quegli occhi azzurri gli ricordarono la dottoressa Franchi.
“Oddio, Cristiano, io…”
“Stai sempre a Milano?”
“Sì.”
“Allora, passa da me una sera e facciamo due chiacchiere, magari lunedì prossimo.”
“Sì, cioè non so, lunedì devo andare con Luca…”
Si fermò. Cristiano sorrise.
“Quando hai tempo, non ti preoccupare. Il mio numero ce l’hai. O hai buttato anche quello?”
“No, no…”, disse lei, “ho buttato via tante cose, ma non il numero…”
Si sorrisero. Cristiano sapeva che lei non sarebbe mai passata a trovarlo.
“Allora ci vediamo”, disse lui dopo qualche secondo di silenzio.
“Sì”, rispose lei, “buon viaggio”
Erika se ne andò traballando nel vagone accanto. Poi vide che la ragazza di fronte a lui lo guardava.
“E’ la tua ex?”
“Eh?”
“Dico, stavate insieme?”
“Sì”, rispose Cristiano.
“E’ carina.”
“Sì”
“Com’è successo?”
“Oh, lei si è innamorata di un altro.”
“No, dicevo la sedia a rotelle. Un incidente?”
Cristiano non seppe il motivo, ma gli occhi gli si riempirono di lacrime. Le ricacciò dentro con uno sforzo sovraumano.
“Sì, un incidente.”
“Mi dispiace”, disse lei.
E dopo un attimo:
“Io sono Monica.”
Cristiano le strinse la mano.
Lei gli sorrise di nuovo e per la seconda volta a Cristiano venne da piangere.
L’omone sudato si alzò e scavalcandoli andò in bagno.
"Cristiano", si presentò lui.
“Sì, ho sentito che ti chiamavi Cristiano, non ho potuto fare a meno di ascoltarti mentre parlavi con lei.”
Cristiano la osservò meglio e penso che era davvero bella.
“Pensi che passerà a trovarmi una di queste sere?”
Monica si strinse nelle spalle:
“Penso di sì”
“Onestamente.”
Lei ci pensò un attimo, poi rispose:
“No, non credo.”
Cristiano sorrise e fece di sì con la testa.
“Facciamo così”, disse Monica all’improvviso, “ io sto a Milano, che ne dici se vengo io a trovarti?”
Cristiano la guardò sbigottito.
Monica rise:
“Ti va?”
Cazzo se mi va.
“Mi va.”
Chi l’ha detto che sui treni non si incontra mai nessuno di interessante, e chi l’ha detto che non ti danno mai il posto che chiedi? E soprattutto, chi l’ha detto che tutta la gente prova compassione e paura se sei costretto su una sedia a rotelle?
Cristiano non è religioso, non va mai in chiesa e quando gli capita di andarci per i funerali bestemmia di fronte alla porta di ingresso. Ma ora crede fermamente che gli angeli esistono. E forse ne ha appena incontrato uno.
“MI VA”, ripeté un po’ più forte ridendo insieme a Monica.
venerdì 2 marzo 2007
| [+/-] |
Indirizzi |
All’uscita dell’autostrada dopo l’autogrill, la tangenziale trafficata, una, due, tre alla quarta uscita, dopo il distributore a destra, la seconda casa sempre sulla destra, ci abitavi tu. Un paradiso perduto con il giardino e Fox che all’inizio mi abbaiava contro, tua sorella piccola che parlava sempre, anche da sola, i tuoi genitori che ora non sono più.
La strada che porta al lago, quando arrivi al bivio dove c’è quel ristorante che fa anche da pizzeria, giri a sinistra e continui dritto fino alla piazzetta, quella della chiesa, qui parcheggi dove trovi posto e a piedi ti infili in quella strada chiusa, quel palazzo infondo, all’ultimo piano, il bilocale che era il nostro nido. Solo io, solo tu, mobili avanzati tutti spaiati, il tuo ordine che cozzava con il mio disordine, le risate in piena notte che disturbavano i vicini.
Nella parte nuova della città, di fronte al tribunale, nuovo anch’esso, il palazzo in vetro, al penultimo piano il quadrilocale che ci sembrava enorme fino a che siamo diventati tre sempre rimanendo uno.
La strada in cima alla collina, al terzo tornante la clinica, quinto piano in fondo al corridoio, vicino ai bagni, le lenzuola bianche, la flebo appesa, viavai di infermiere, tu distesa ed io che ti tengo la mano, o viceversa, è un po’ buio, non ricordo.
La strada che porta al cimitero, anzi il cimitero stesso, settore D numero 251, per terra una lastra di marmo grande come il nostro letto, è l’ultimo letto ed ora stiamo sognando entrambi lo stesso sogno.
domenica 25 febbraio 2007
| [+/-] |
Per non saper né leggere né scrivere¹ - Produrre energia |
di Enzo Fileno Carabba
La lettura e la scrittura hanno a che vedere con l'energia. Nel senso che ci vuole una grande energia, per scrivere un racconto, bello o brutto che sia. E ci vuole energia (meno, ma ci vuole) per leggerlo. Anche nel senso che il fatto di scrivere e leggere estrae da qualche territorio sepolto della tua mente risorse che non sapevi di avere. In un certo senso non le avevi proprio, prima di metterti a scrivere o a leggere. Non è che le consumi, le produci. Quando la cosa funziona, si genera una forza nuova, profonda, insospettata.
In generale, non mi sento certo nella condizione di dire "ragazzi, si scrive così e così, punto e basta". Nessuno può farlo. Non esiste una tecnica universale, non esistono le Dodici lezioni per scrivere di bene in meglio. Ce ne vogliono almeno tredici.
Io poi non cerco nemmeno di dire cose intelligenti sui testi. Magari non ci riuscirei neanche se lo volessi. Ma non voglio. Perché non è così che funziona. Funziona quando riesci a creare un clima per cui le persone scrivono, anche a forza di dire scemenze, al limite.
La premessa di ogni discorso su lettura e scrittura coincide con la conclusione: la libertà. Con questa alta parola intendo semplicemente significare che, alla fine, ognuno deve leggere quello che preferisce e scrivere come gli pare. Ma per avere delle preferenze quel tipo deve prima sapere che la lettura e la scrittura esistono, e che non è vero che chi legge o scrive lo fa perché non ha successo con le ragazze o con i ragazzi (incredibilmente, molti lo pensano).
C'è una cosa che come tutte le cose importanti sembra banale. Riguarda la capacità di plasmare quello che si scrive, soprattutto riguarda la disponibilità a farlo. È questo il cammino da tentare: lavorare sui racconti, convincendosi che non si è se stessi solo durante la prima stesura - come misteriosamente pensano i più - ma si è se stessi anche durante la seconda stesura. A volte alla nona stesura si è ancora più se stessi di prima. Ma in un modo diverso, nuovo, soprendente. Io credo che questa disponibilità al lavoro conti più del risultato finale: perché indica l'apertura verso possibilità sepolte.
Scrivendo puoi entrare sempre più dentro te stesso, ma puoi anche immaginare altre vite, puoi balzare nella testa di qualcun altro. E non è detto che le due vie non coincidano.
Sceivere è un lavoro lento, richiede concentrazione, e in un mondo dove tutti vogliono affannosamente far sapere di esistere, velocemente, a qualsiasi costo, è una bella sfida. Credo che sia un esercizio di forza e umiltà, anche se a volte può sfociare nel narcisismo.
Per quanto la partenza di un racconto possa essere dolorosa e terribile - intendo l'esperienza che ci sta dietro - il punto d'arrivo, se la magia riesce, è sempre l'energia e la vita.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
martedì 20 febbraio 2007
| [+/-] |
VII - L'uomo insensibile |
Quando Cristiano aprì gli occhi, la prima cosa che vide fu Erika completamente vestita di bianco.
Oddio, sono morto e mi trovo in paradiso.
Richiuse gli occhi, li riaprì e si rese conto che la persona che gli stava davanti non era Erika. Era una donna di mezza età, con un camice bianco.
“Come si sente?”, la voce della donna era morbida e vellutata.
“Dove…dove sono?”
“E’ in ospedale, ha avuto un incidente, ricorda? Io sono la dottoressa Franchi.”
Cristiano ripensò alla macchina, a sua madre che parlava, che urlava il suo nome, poi il volo.
“Sì, ricordo…stamani…in tangenziale.”
“Veramente è stato ieri mattina.”
Cristiano la guardò interrogativo.
“Siete finiti fuori strada e avete fatto un volo pazzesco, la macchina si è cappottata un paio di volte e alla fine si è schiantata contro un albero.”
La dottoressa fece una pausa.
“L’ambulanza l’ha portata subito qui. Le sue condizioni erano gravi e abbiamo dovuto operarla di urgenza.”
“Ma…io…”
Cristiano si bloccò e guardò il volto della dottoressa Franchi.
“Mia madre…dov’è mia madre?”
La dottoressa spostò il peso da una gamba all’altra, si avvicinò al letto e prese una mano a Cristiano.
E’ morta, ora mi dirà che mia madre è morta.
“Sua madre…”, la dottoressa si interruppe al suono della porta che si apriva. Si voltò a guardare chi entrava e Cristiano fece lo stesso.
Sua madre era ferma sulla soglia, con un braccio ingessato e una faccia da funerale.
“Cristiano…”
“Mamma, come stai?”
La dottoressa rispose per lei:
“Sua madre sta bene. Si è rotta un braccio e fratturata un paio di costole ma sta bene. Non è vero signora Elmetti?”
Sua madre fece sì con la testa e fissò Cristiano con aria rassegnata.
“Sto bene, sì…io sto bene.”
Allora perché avete quelle facce?
“Allora perchè avete quelle facce?”
“Signor Bonfanti”, riprese la dottoressa Franchi, sempre tenendogli la mano, “il volo che avete fatto le ha causato una frattura molto grave delle vertebre lombari. L’abbiamo operata immediatamente, ma…”
Cristiano si tirò su e fece per muovere le gambe. Non sentì niente.
“Dottoressa…”
“La lesione è molto grave, ha subito un danno midollare che per adesso non possiamo...”
“Non sento le mie gambe, non sento…non sento niente.”
“Stia calmo, ora le spiego cosa…”
“NO, cazzo, non voglio stare calmo!”
“Tesoro”, si intromise sua madre.
“Stai zitta!”
“Signor Bonfanti, non le nascondo che…”
“Uscite!”
“Cristiano…”
“USCITE! Vi ho detto di uscire da questo cazzo di stanza! FUORI!”
“Tesoro, capisco che sei sconvolto, ma non ti rivolgere alla dottoressa in questo..”
La dottoressa Franchi la interruppe:
“Signora, usciamo, lasciamo suo figlio un po’ solo.”
“Ma dottoressa, io…”
“Venga, ci prendiamo un caffé.”
La dottoressa prese la madre di Cristiano sotto un braccio e la trascinò fuori. Prima di uscire si voltò verso il letto e guardò Cristiano con i suoi occhioni azzurri.
Cristiano si sorprese a pensare che quegli occhi erano tanto belli quanto stanchi. Per un attimo pensò di chiederle scusa per come le aveva urlato contro. Ma prima che potesse articolare due parole, la dottoressa era già uscita e lui rimasto solo nella stanza.
Si toccò le cosce. Niente.
Si tirò una botta col pugno. Niente.
Con le mani prese a martoriarsi i polpacci. Niente.
“Maledizione! No, NO, NOOO!”
Cristiano iniziò a martellarsi con tutta la forza che aveva entrambe le gambe. Tirò pugni e pizzicotti e botte di ogni tipo, ma non sentì niente.
“Cazzo, cazzo, cazzo…”, urlò alla stanza vuota.
Poi si fermò esausto. Il respiro era veloce e ansimante. Cristiano provò per l’ultima volta a muovere un piede, ma non ci fu niente da fare.
Sentì le lacrime agli occhi e tentò di ricacciarle, ma non ci fu modo. Iniziò a singhiozzare e pensò che, no, non si trovava in paradiso come aveva creduto svegliandosi e vedendo la dottoressa vestita di bianco.
Quella era l’anticamera dell’inferno.
mercoledì 14 febbraio 2007
| [+/-] |
Per non saper né leggere né scrivere¹ - L'era del tanghero |
di Enzo Fileno Carabba
Anche voi leggete libri sempre più corti, ammettetelo. Più brevi e più semplici. Quando ne leggete uno complesso vi sembra di aver fatto qualcosa di formidabile. Vi guardate in giro con un sorrisetto fiero aspettandovi che qualcuno vi dica bravo (aspetterete un pezzo). Di solito lo leggete d'estate, e a settembre lo raccontate a tutti. A settembre siete pieni di buoni propositi. Tutti a settembre venite da me e mi riassumete fino alla nausea libri meravigliosi. Dovrei espatriare, a settembre.
Però le ulteriori letture meravigliose e originali che avevate progettato sulla spinta dell'eroico periodo estivo si perdono con i primi freddi. Oppure, se la vita vi costringe a fingere di conoscere tutto (che esistenza miserabile, però) adottate tecniche di lettura veloce, una cosa perversa per cui sarete puniti nell'adilà.
Ah no? Mi dite che non è così?
Se non è così, se leggete mostruose quantità di libri complicatissimi come facevate qualche anno fa, allora me ne rallegro, vi faccio i miei complimenti. Vuol dire che siete bravi, ma anche fortunati. Siete dei privilegiati, la mamma vi rimbocca le coperte, avete ereditato i pozzi petroliferi della nonna Abelarda, vendete missili per guerre preventive, o mine antiuomo per diffondere la civiltà definitiva. Sono contento per voi. Mandatemi dei soldi. Fatemeli avere al più presto.
Sul versante della scrittura è la stessa cosa. Se prima scrivevate, ora scrivete di meno. Non dite di no. A meno che non siate diventate degli autori di best seller, o non siate dei nababbi per conto vostro, voi scrivete sempre meno. Se mai avete scritto.
Quando dico voi, intendo in qualche modo gli addetti ai lavori, gente che più o meno ha sempre gravitato attorno ai libri. Gente che è cresciuta leggendo, o scrivendo.
Se voi stete ridotti così, e io sono uno di voi, figuriamoci gli altri.
La verità è di questi tempi la nostra vita non è concepita per leggere e per scrivere. Soprattutto non è concepita per leggere, perché per leggere ci vuole una grande generosità, una grande disponibilità, mentre a volte chi scrive è mosso solo da un feroce narcisismo, perfettamente in linea con i tempi.
È il ritmo della nostra esistenza che è micidiale. Non c'è bisogno che te lo dica io però te lo dico lo stesso. Se entri in un ufficio qualsiasi, tanto per dire, sei accolto da vari strati di suoni meccanici e nevrotici che fanno da sottofondo a attività insensate che ci sembrano della massima importanza. Quei suoni non li avvertiamo neanche più, ci sembrano normali. Invece sono il sintomo di un ottundimento collettivo.
Noi siamo una civiltà in cui il massimo piacere per la maggior parte degli uomini è trovare parcheggio. È quando troviamo un posto nel groviglio cittadino che veramente esultiamo, anche quelli che leggono Seneca (io non ne conosco, comunque).
Noi siamo una civiltà che per la prima volta della storia si vergogna degli oggetti che produce: bottiglie di plastica, lattina, pannolini che resistono millenni, e così via.
Noi siamo una civiltà che ha prodotto persone che hanno paura a entrare in posti dove il telefonino non ha campo. E a volte si tratta di baldi giovani che amano gli sport estremi, cosidetti estremi.
Questo per parlare dei piccoli segni.
Sembra che un'intelligenza maligna orchestri le noste vite per impedirci di coltivare la capacità di concentrazione.
Cosa volete che leggiamo e che scriviamo.
Tengo corsi di scrittura, in poche parole faccio scrivere racconti e poi ci ragioniamo su. Prima insegnavo solo agli adulti. Da qualche anno lo faccio anche nelle scuole superiori. Ho visto che per la maggior parte delle persone, concentrarsi a lungo è impossibile. Nessuno segue più un ragionamento completo. Ma non perché sono scemi, non sempre almeno. È come se il ragionamento non fosse più richiesto, non fosse più utile.
Un ragionamento vuole che da un punto A, passi al punto B, poi al C e infine al D. Questo non è più possibile, o avviene solo in circoli ristretti, sempre più simile a sette. Normalmente tutti si avventano sul punto A, per dimostrare di esistere, seguendo un modello di comportamento televisivo, quando non restano segregati dietro muri di apatìa.
A proposito della televisione, mi rendo conto che non è originalissimo tirarla in ballo. Ma non è più il tempo per essere originali. Un mio amico sostiene una tesi interessante: la televisione andrebbe bene se per guardarla tu dovessi, mettiamo, piegarti su un tubo che esce da terra. Se la televisione comportasse un minimo sforzo, anche solo fisico, invece dello stravaccamento in poltrona che tu ben conosci, allora andrebbe bene.
Dicono: ma se vuoi la spegni.
NON È VERO! Maledette teste a pinolo! Dato che tutti la guardano, anche se tu non la guardi sei comunque circondato da quelli che la guardano. Sono loro che comandano, i tangheri ti dicono come vivere. "È l'era del tanghero" dice il mio amico.
¹Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.
martedì 13 febbraio 2007
| [+/-] |
VI - Milano - Roma Solo Andata |
Il suono dell'acqua che proveniva dalla doccia gli ricordò Erika. Quando al mattino lei si svegliava presto e lui poltriva tra le coperte e lei in bagno si preparava per uscire.
Quanto tempo era passato dall'ultima volta che era successo? Meno di un anno, ma gli pareva un'eternità.
E ora nella doccia c'era di nuovo una donna: sua madre.
Cristiano ripensò alla notte appena trascorsa. Non aveva dormito niente. Lei aveva russato come un trattore, mentre lui si era rigirato nel suo lato del letto, ripensando all'ultima settimana, a sua nonna, alle parole che gli aveva detto l'ultima volta che l'aveva vista.
Sentì sua madre canticchiare sotto la doccia e tutti i buoni propositi di provare a iniziare un rapporto con lei andarono a farsi benedire.
“Mamma!!!”, provò a urlare.
Ma il rumore dell'acqua copriva ogni altro suono.
No, non posso ospitarla un minuto di più; una notte è stato anche troppo. Appena esce da quel cazzo di doccia, se ne deve andare.
D'istinto afferrò il cellulare e cercò nella rubrica un numero che aveva composto di rado ultimamente. Inviò la chiamata e ascoltò il segnale di libero con apprensione, come ogni volta che parlava con lui. Al quinto squillo sentì la voce imperiosa di suo padre rispondere:
“Bonfanti”
Non avrà neppure il mio numero in memoria e gli sarà apparso una sequenza di cifre per lui sconosciute.
“Papà?”
“Chi è?”
Madre Teresa di Calcutta! Chi cazzo ti chiamerà papà se non il tuo unico figlio?
“Papà, sono Cristiano”
Silenzio.
“Papà?”
“Cristiano, sono in cantiere e sono abbastanza occupato, quindi se non è davvero urgente ti prego...”
“E' davvero urgente”, lo interruppe Cristiano.
Di nuovo silenzio.
“Dimmi”, disse alla fine suo padre.
Cristiano inspirò profondamente e parlò veloce mangiandosi le parole:
“La mamma è venuta da me, a Milano.”
Cristiano sentì delle voci confuse in sottofondo e poi suo padre:
“Porcatroia, Roberti, vuole portarmi quei preventivi del cazzo prima che faccia notte?”
A Cristiano sembrò che le voci che risposero fossero deferenti e impaurite. Come la sua.
“Dimmi”, tornò a dire suo padre.
“Ti ho detto, papà, dopo che hai cacciato la mamma, lei si è precipitata qui a Milano da me.”
“E allora?”
“E allora?!?!?”, Cristiano sospirò, “avevamo stabilito che poteva rimanere alla villa finché non trovava una sistemazione migliore...”
“Pare che l'abbia trovata...”, ironizzò suo padre.
“Intendevo a Roma, non a Milano”, rispose Cristiano stizzito.
“Senti, io ho da fare, Cristiano, vedi tu come fare...non posso mica risolvere tutti i tuoi problemi?!?”
“I miei problemi?”, la voce gli tremò.
Cazzo, papà, questi sono i VOSTRI problemi.
“Arrivo subito, ditegli che arrivo.”
Suo padre non lo stava neppure ascoltando.
“Papà?”
Silenzio.
“Papà?”
“Eh?!?”
“Senti, papà, ti prego, fai stare la mamma alla villa ancora per un paio di settimane, giusto il tempo per organizzarsi.”
Fece una pausa:
“Per favore”, aggiunse.
Il silenzio che seguì fu interminabile e Cristiano pensò che la comunicazione fosse caduta. Poi:
“Senti, Cristiano, mi chiamano, devo andare. Dì a tua madre che può tornare alla villa, ma la voglio fuori dai coglioni entro una settimana, ci siamo capiti?”
“Sì, ci siamo capiti.” Poi si sentì in dovere di aggiungere:
“Grazie.”
Ma suo padre aveva già chiuso la comunicazione senza nemmeno salutare.
Cristiano rimase per qualche secondo a fissare il cellulare.
“Santiddio, questo bagno è così angusto, come si fa a lavarsi e vestirsi come Dio comanda!”
Cristiano guardò la madre sulla porta del bagno. Il vestito che indossava sembrava appena uscito da una lavanderia.
“Mamma, fai la valigia. Torni a Roma.”
“Cosa?”
“Ho chiamato papà, ha detto che puoi tornare alla villa...”
“Cristiano non ho intenzione di tornare in quella casa per esserne cacciata di nuovo come fossi una poco di buono...”
Cristiano sospirò:
“Puoi rimanere una settimana, ma nel frattempo devi trovarti una sistemazione. Non ho intenzione di richiamarlo fra 10 giorni per elemosinare al posto tuo.”
“Sei sempre il solito Cristiano. Sei brusco e scontroso. Come se io non avessi mai fatto niente per te in tutti questi anni.”
Cristiano si morse la lingua così forte che temette di staccarsene un pezzo.
“Mamma”, disse infine, “ti accompagno alla stazione, andiamo...”
“Ma...come? Così? Subito?”
“Mamma, niente storie. Ti porto alla stazione e ti metto sul primo treno per Roma.”
Dopo 20 minuti erano in macchina sulla tangenziale. Sua madre non era stata zitta un momento:
“Comunque tuo padre è del tutto inaffidabile. Se almeno potessi contare sul fatto che..:”
“Mamma”, sospirò Cristiano superando una seicento, “riesci a stare cinque minuti in silenzio e ringraziare il cielo che ho convinto papà a...”
“Cristiano, hai solo fatto una chiamata, non fare di un granello una montagna. Avrei anche potuto sistemare tutto da sola. Ti sei impicciato senza nemmeno chiedere; non hai mai pensato che forse non volevo tornare alla villa, che forse ho bisogno di un cambiamento? Sei come tuo padre, sei...”
“Mamma, ti prego, fai silenzio! Non mi provocare ulteriormente.”
“Santiddio, Cristiano, non mi rispondere così. Sono sempre tua madre e...”
Cristiano si voltò di un quarto a guardarla e non seppe se buttarla giù dall'auto in corsa o strangolarla con la cintura di sicurezza.
“Ti ho messo al mondo, Cristosanto, non credi che...CRISTIANOOOOOOOOOOOOOO!!!”
Cristiano tornò a guardare la strada ma era troppo tardi. La curva era ormai a ridosso e la macchina sfondò il guardrail e volò in aria.
L'ultimo pensiero di Cristiano fu che, come con Erika, tutto stava per finire.
martedì 6 febbraio 2007
| [+/-] |
V - Indovina Chi Viene A Letto |
“Ohhhhhhhsììììììììì, dai…fammi godere…non smettere…”
Cristiano guardò le tette della bionda sul video della TV e continuò a spararsi la sega distrattamente. Non gli veniva duro e continuava a menare su e giù un pezzo di carne molliccio.
Aveva pensato che infilare il dvd di “Orgasmi Africani” avrebbe potuto rilassarlo e fargli scacciare i mille pensieri che gli affollavano la testa. Ma le labbra siliconate della tettona sul cazzo del maschione nero non bastavano a distrarlo.
Il campanello della porta suonò lasciandolo interdetto. Guardò l’orologio.
Chi rompe le palle alle undici di sera?
Premette pausa sul telecomando del dvd, si infilò l’uccello negli slip e aggiustandosi i jeans andò alla porta del suo monolocale. Aprì senza nemmeno chiedere chi fosse.
Quando vide la faccia inebetita di sua madre davanti a lui, ebbe la tentazione di sbatterle la porta in faccia.
“Ma…mamma…”, balbettò, “che…che cosa ci fai qui?”
Sua madre non rispose e fece due occhi da cerbiatto per intenerirlo.
Era riuscito a convincere suo padre a farla restare alla villa finché lei non avesse trovato una sistemazione; poi aveva preso il primo treno ed era tornato alla sua vita insulsa.
“Che cosa ci fai a Milano?”, ripeté lui.
“Io…io non sapevo dove andare.”
Fece una pausa, poi lasciò il tono sommesso per riprendere il suo piglio abituale:
“Santiddio, Cristiano, vuoi lasciarmi sulla porta? Fammi almeno entrare così parliamo…”
Cristiano pensò che non aveva poi molte alternative, così si scostò e la fece passare.
Si rese conto troppo tardi che la bionda era ancora nell’immagine sul teleschermo e, a giudicare dal pompino che stava facendo, sarebbe stato difficile farlo passare per un documentario sull’anatomia umana.
Vide lo sguardo di sua madre posarsi sul video, poi lei balbettò qualche sillaba a caso:
“Ma…mi…che…il…”
“Mamma, è un cazzo, non ne hai mai visto uno?”, gli uscì troppo velocemente dalla bocca e subito si pentì.
“Cristiano, togli subito quella…”
Cristiano premette STOP sul telecomando prima che sua madre potesse finire la frase, poi, per la terza volta, le chiese:
“Mamma, cosa sei venuta a fare qui?”
Lei parve dimenticarsi istantaneamente di cazzi e pompini e si tolse la pelliccia come fosse a casa sua buttandola sul divano dove un attimo prima Cristiano si stava masturbando.
“Oddio, tuo padre…quell’uomo è un demonio, non ha un minimo di comprensione…ha aspettato che te ne andassi per cambiare bandiera e cacciarmi.”
Fece una pausa significativa aspettando che Cristiano dicesse qualcosa. Lui rimase zitto, così lei riprese:
“Mi ha detto che se pensavo di starmene ancora alla villa ora che tua nonna non c’è più, mi sbagliavo di grosso.”
La voce le si ruppe. Non fece niente per ricacciare le lacrime dentro gli occhi:
“Mi ha messo un paio di vestiti in valigia e mi ha letteralmente buttato per la strada.”
Cristiano sospirò. Perché doveva entrare nelle beghe di quei due? Che cazzo le aveva detto il cervello a sua madre di prendere il treno e venire a Milano?
“Mamma, ti accompagno in un albergo, domattina ne riparliamo con calma, ok? Ora sono troppo stanco.”
“Cristiano”, disse sua madre tirando su con il naso, “tuo padre mi ha bloccato tutte le carte di credito, non ho più un soldo, sono a mala pena riuscita a comprare il biglietto del treno…”
Cazzo!
“Ti cerco un motel e ti pago io la notte e domani…”
“Un motel?!?”, sua madre si alzò di scatto, “non vorrai per caso mandarmi in una di quelle bettole dove vai tu quando sei in vacanza?”
Ma porcaputtana…
Rimasero a fissarsi per quella che a Cristiano parve un’eternità.
E ora che cazzo faccio?
La voce di sua nonna gli risuono in testa: dai a tua madre una seconda possibilità. Inaspettatamente gli uscì di bocca:
“Mamma, puoi dormire qui per stanotte.”
Gli sembrò che sua madre non avesse capito, quindi glielo ripeté.
“Vuoi che dorma qui stanotte?”
“Dire che voglio mi pare eccessivo, ma non ho abbastanza soldi per pagarti la suite imperiale dell’Excelsior, quindi…”
Sua madre si guardò intorno come a chiedersi dove avrebbero dormito in due in quel buco. Cristiano le lesse il pensiero e indicando il divano disse:
“Diventa un letto matrimoniale.”
Fece una breve pausa e aggiunse a malincuore:
“Dovremo dormire insieme.”
Sua madre tornò la donna di sempre:
“Santiddio, Cristiano, ti ho messo al mondo io, non credo proprio che avremo problemi.”
Cristiano sospirò e pensò che a questo punto avrebbero potuto pure concludere la serata guardandosi “Orgasmi Africani” insieme.
martedì 23 gennaio 2007
| [+/-] |
Una Vita Noiosa |
La mia vita è noiosa. Di certo non mi lamento; con tutto quello che succede al giorno d’oggi e con quanto si sente dire in giro, molti vorrebbero essere nei miei panni. Vivo a Firenze da molti anni ormai, anzi, per quel che posso ricordare, ho sempre vissuto qui. Mia madre mi ha abbandonato subito dopo che sono nato e per diverso tempo ho vissuto in modo randagio vagabondando e passando da un posto all’altro. Poi Tommaso e Claudia, lui dentista, lei giornalista, mi hanno tolto dalla strada, mi hanno preso sotto la loro protezione, mi hanno dato un tetto sotto cui stare e del cibo con cui sfamarmi. Cosa volere di più? Per uno come me abituato a vivere alla giornata per strada è senz’altro più di quanto si possa sperare. Non avrei niente di cui lamentarmi, ma rimane un dato di fatto: la mia vita è noiosa.
Questo è quanto ho continuato a ripetermi per mesi finché ho capito che dovevo fare qualcosa a riguardo, trovare un diversivo e lasciare che Tommaso e Claudia vivessero la loro vita e affrontassero il loro matrimonio senza di me.
Ho iniziato questo processo di distaccamento con gradualità; in realtà distaccarmi da loro non è stato un grosso problema: dicono tutti che sono di compagnia, ma fondamentalmente sono molto indipendente e abituato a starmene solo. Ho cominciato a presentarmi a casa solo per mangiare e dormire e, nei confronti di Claudia, che è sempre stata quella della coppia più attaccata e affezionata a me, ho iniziato a comportarmi in modo più freddo. Lei ha notato subito il cambiamento; ogni tanto mentre stavo mangiando veniva vicino a me, mi guardava con i suoi occhi azzurri e mi carezzava con le sua mani lunghe e affusolate, chiedendomi cosa ci fosse che non andasse. Allontanarsi dalle sicurezze della vita di Claudia e Tommaso è stato un primo passo molto importante per il mio cambiamento, ma chiaramente non era sufficiente: non sono le sicurezze quotidiane che rendono la vita noiosa.
Ho preso allora una decisione estrema; ho deciso di tornare dove avevo vissuto a lungo: la strada. Tornare alle origini mi ha provocato una reazione strana: vedere nuovamente quei posti, sentire quegli odori. Pensavo di trovare quella zona di Firenze trasformata, ma in sei anni non è cambiato poi molto: le strade sono sempre le stesse, il quartiere degradato, la via principale piena di travestiti e prostitute. Mi sono aggirato furtivo tra quella fauna notturna cercando una faccia nota, un viso amico. Le prostitute sembravano non notarmi intente come erano a mostrare il loro corpo a potenziali clienti che si fermavano con la macchina ai lati della strada.
Poi ho visto Miranda. E’ stato quando lei ha rivolto lo sguardo verso di me e mi ha riconosciuto che è scattato qualcosa. Ho capito che quella notte in qualche modo sarebbe stata diversa, avrebbe segnato l’inizio di una nuova vita per me e qualcosa finalmente sarebbe cambiato.
Miranda, che per quanto ricordavo in realtà si chiamava Carlos ed era brasiliano, mi ha fissato a lungo come cercando negli archivi della sua memoria il file relativo a me. Poi nei suoi occhi si è accesa una luce, si è avvicinata a me allontanandosi dagli altri trans e ha esclamato: “Non ci posso credere!!! Tu?!?!” Il tono della sua voce era esattamente come lo ricordavo: basso e roco da fumatore. Ci siamo venuti incontro. L’ho guardata meglio: portava i soliti abiti vistosi con cui l’avevo vista l’ultima volta che ero stato lì, sei anni prima. La parrucca liscia era di un nero luminosissimo che metteva in risalto gli occhi azzurri truccati pesantemente con diverse tonalità di blu. Era sempre magrissima e sempre bellissima. A stento avresti detto che si trattava di un uomo. “Oddio, sono passati degli anni”, ha continuato Miranda, “ma riconoscerei quei due fari che hai al posto degli occhi ovunque! Come potrei scordare due occhi verdi come i tuoi!” Miranda è sempre stata fissata con i miei occhi. Io trovo che siano normalissimi; i suoi azzurri e profondi sono molto più belli, ma ricordo benissimo che anche la prima volta che ci eravamo incontrati Miranda aveva passato i primi 10 minuti a elogiare i miei. E’ rimasta per qualche secondo ferma e zitta, indecisa se abbracciarmi o meno. Poi mi ha stretto fra le braccia e io ho sentito l’odore del suo trucco e dei suoi vestiti misto al sudore della sua pelle.
Alla fine si è staccata da me e mi ha guardato nuovamente: “Oddio, hai un’aria così sbattuta! Ma stai bene? Senti, sto per staccare, stasera non è una gran serata, perché non vieni da me che ti do qualcosa di buono da pappare…” Miranda mi ha sempre parlato con questo tono, il tono con cui le madri si rivolgono ai propri figli. Così Miranda ha staccato, ha salutato le altre prostitute che dividono la strada con lei e mi ha portato a casa sua.
Anche la casa mi era familiare; c’ero già stato almeno due o tre volte. L’ambiente era piccolo, ma Miranda lo aveva reso molto intimo e carino. Aveva gusto per l’arredamento. Mi sono adagiato mollemente sul divano; Miranda è sparita nel bagno per una ventina di minuti e quando ne è uscita era di nuovo Carlos. Si è diretto in cucina continuando a parlare e raccontarmi la sua vita e in quel momento ho capito che c’era qualcosa peggiore di una vita noiosa come la mia: la vita insulsa e solitaria di Miranda. Realizzare questa cosa avrebbe forse dovuto farmi sentire meglio e qualcun altro al mio posto dopo questa inebriante scoperta sarebbe corso di nuovo a casa da Tommaso e Claudia. Ma la mia reazione è stata diversa: non so bene il motivo, ma la rabbia che ho provato inizialmente per la vita inutile di Carlos si è trasformata ben presto in una sensazione diversa. L’adrelina ha cominciato a entrarmi in circolo e ho capito di essere eccitato: la vita senza senso di un derelitto come Carlos mi eccitava e mi esaltava. Ho realizzato che ero stato portato nuovamente lì con un preciso compito; forse potevo fare qualcosa per lui e per me, qualcosa che avrebbe reso la mia vita meno noiosa e la sua meno inutile.
Quando Carlos è uscito dalla cucina con il latte che aveva preparato ha notato che qualcosa era cambiato nel mio sguardo. Si è bloccato sulla porta con il latte in mano, ha smesso di parlare e mi ha fissato dritto negli occhi. Penso che in quel momento abbia capito perfettamente quello che stava per accadere e se non fosse stato per il fatto che non mi avrebbe mai creduto capace di tale azione sarebbe scappato a gambe levate. Ho ricambiato il suo sguardo e i miei occhi verdi si sono piantati nei suoi occhi azzurri percependo la sua preoccupazione. E’ stato come un afrodisiaco e la mia eccitazione è salita ancora di più.
Ricordo di essergli saltato addosso con una tale velocità che Carlos ha lasciato cadere il latte colto più dalla sorpresa che dallo spavento. Ma quando ho iniziato a colpirlo ripetutamente e ferocemente al viso, lo stupore nei suoi occhi si è trasformato in autentico terrore. Carlos era esile; ha tentato più volte di liberarsi dalla mia presa e scaraventarmi via, ma la mia furia e la mia eccitazione erano incontenibili. Mi sono attaccato alla sua gola, mi sono accanito sulla sua giugulare. Non ho avuto bisogno di nessuna arma: uccidere Carlos è stato semplice. E più vedevo il sangue zampillare, più mi eccitavo e volevo vederne ancora. A quel punto ho fatto una cosa che non immaginavo nemmeno lontanamente di essere in grado di fare. Ho dato un morso alla gola di Carlos e la sua carne era così tenera, così morbida che l’ho strappata via con foga. Ho tenuto in bocca quel pezzo di carne calda mentre i suoi occhi azzurri (gli occhi di un bambino, ho pensato in quel momento, Carlos avrà almeno 18 anni?) mi fissavano increduli ed esanimi. Poi ho provato a masticarla e il sapore era così buono che l’ho ingoiata. So che molti di voi lo troveranno sconveniente ma devo dire che quel primo pasto di carne umana è stato una vera rivelazione. Mi sono cibato del corpo di Carlos finché non sono stato sazio. Poi ho notato il latte rovesciato per terra; ormai il bianco era diventato un tenue rosa. Avevo sete, così ho leccato il latte misto al sangue di Carlos direttamente da terra. Poco educato forse, ma molto soddisfacente.
Quando mi sono sentito sazio e dissetato, ho iniziato a calmarmi e stare meglio. Ho guardato il corpo mutilato di Carlos giacere in quella pozza di sangue e latte e ho pensato che era stata un’esperienza così emozionante, inebriante e così poco noiosa. E sono anche convinto che per Carlos era stato…come dire… liberatorio.
Non credo di aver commesso alcun crimine uccidendo Carlos; penso piuttosto di averlo liberato da un’esistenza squallida e triste. Per questo motivo ho iniziato a tornare sul viale prima una volta alla settimana, poi sempre più spesso, per scegliere ogni sera una o uno di loro da liberare. Le prostitute ora hanno paura, ma io sono un tipo insospettabile e uso le dovute precauzioni. A Firenze non si parla d’altro che del fantomatico killer che uccide le prostitute, i travestiti e le marchette. I giornali mi hanno ribattezzato il “Mutilatore”. Non capiscono che nonostante ci sia una motivazione di base egoistica per quello che faccio, io sono più che altro un “Liberatore”.
Spesso tornando a casa da Tommaso e Claudia (dove dormo solamente, il cibo me lo procuro io stesso ormai) li sento parlare in salotto. Credono che non li senta e a volte mi sembra che si comportino come se non ci fossi o non capissi. Claudia continua a dire a Tommaso che sono diventato strano, lui la rassicura. L’altra sera tornando a casa ho sentito che Tommaso parlava di questi omicidi efferati che stanno sconvolgendo Firenze. Diceva che l’opinione pubblica è sconvolta e non si spiega come l’assassino riesca a entrare indisturbato nelle case delle prostitute.
Talvolta gli uomini sono così ciechi: se solo Claudia e Tommaso mi guardassero con più attenzione capirebbero immediatamente che ho a che fare con tutte quelle morti. Claudia dice che prima o poi lo prenderanno questo maniaco e allora pagherà per tutto quello che ha fatto. Tommaso dice che fosse per lui lo ucciderebbe nello stesso modo orribile in cui uccide le sue vittime.
Io non so… sono certo che presto le autorità capiranno che sono io. Se mi prenderanno, mi uccideranno? Io non sono così preoccupato: del resto si dice che i gatti abbiano nove vite.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Tommaso si svegliò con un raggio di sole che gli batteva sul viso e cercò con la mano Claudia nel letto. Non c’era. Si alzò e scese in cucina dove la trovò intenta a preparare il caffè.
- Buongiorno amore - le disse baciandola.
Claudia gli sorrise, lo guardò indicandogli con la testa il gatto adagiato sul frigorifero e gli disse:
- Dobbiamo portare Freeme dal veterinario; ha di nuovo il pelo coperto di chiazze rosse…sembra sangue.
Gli occhi verdi del gatto li fissarono come se capisse perfettamente di cosa stavano parlando.
mercoledì 17 gennaio 2007
| [+/-] |
Questioni di metodo: Cerco materiali e storie per scrivere un romanzo! |
Non scrivo un racconto e non condivido una trama. Lo farò presto, spero. Però vorrei condividere con voi la mia modalità di lavoro.
Sto tentando di scrivere un romanzo. Uno di quelli che si ha in mente di scrivere da tanto e però non si sa come fare e da dove cominciare. Ebbene: ho iniziato e dopo la prima pagina, che certamente stravolgerò, mi sono fermata perchè ho capito una cosa fondamentale (e qui viene fuori un altra questione tecnica o pratica della narrazione: il reperimento dati e le informazioni legate al racconto): non ne sapevo abbastanza della materia di cui stavo parlando. Ovvero sapevo quello che riguardava me. Una visione parziale che con molta difficoltà può essere spunto di un romanzo compiuto, in cui parlano più voci, all'interno del quale sopravvivono personaggi di ogni genere, che parlano linguaggi diversi ed esprimono modi diversi di pensare relativamente ad ogni cosa.
Mi serviva perciò sapere qualcosa di più su quello di cui io ho voglia di raccontare. In questo caso cerco materiale, documenti, storie, racconti, testimonianze su qualunque situazione in cui esiste, si intravede, è chiaramente visibile, c'e' traccia di aggressività al femminile e/o di bullismo al famminile.
Qui e qui potete trovare spunti sulla materia per capire di cosa parlo. Ma le domande sono semplici: avete sorelle, madri, amiche, datrici di lavoro, colleghe che qualche volta si comportano un po' male (è un eufemismo) e hanno atteggiamenti di esclusione, ostracismo, bullismo, mobbing, calunnia, cattiveria, astio, ostilità, aggressione indiretta o diretta? A voi stess* è capitato di essere (maschietti e femminucce) parte (da leader o spettatori o complici) di progetti volti a danneggiare fisicamente o psicologicamente qualcun*?
Che ne pensate del metodo? Avete storie da raccontare? Io potrei raccontarne a voi perchè siano spunto per vostre narrazioni. Ditemi...
martedì 16 gennaio 2007
| [+/-] |
IV - L'Eterno Riposo Dona Loro |
La chiesa era fredda.
Ma ‘sti cazzo di preti non lo accendono mai il riscaldamento?
Cristiano rabbrividì stringendosi nel giacchetto e guardò verso l’altare dove stava la bara in cui avevano infilato sua nonna un paio d’ore prima.
Poi di sottecchi si voltò ad osservare sua madre seduta di fianco.
Tu non hai freddo, eh? Con quella cazzo di pelliccia e quella volpe morta in testa!Fissò il suo profilo. Sua madre sosteneva di avere un profilo superbo, Cristiano pensava che in realtà i tratti erano molto grossolani e tradissero le sue origini umili.
Dopo aver chiarito la questione alla stazione, si era precipitato a casa di corsa. Cristiano aveva voluto salire di sopra per vedere sua nonna per l’ultima volta e sua madre aveva avuto la malaugurata idea di seguirlo.
E davanti al corpo stecchito di sua nonna si era scatenato il finimondo.
“Cosa succederà ora?”, gli aveva chiesto sua madre dalla soglia della camera.
Cristiano si era voltato notando solo in quel momento la sua presenza.
“Mamma, possiamo parlarne dopo? Vorrei rimanere un po’ solo con la nonna.”
“Santiddio, Cristiano, non hai un minimo di tatto. Sono sconvolta, cosa farò adesso?”
Cristiano aveva respirato profondamente e aveva contato fino a dieci prima di rispondere:
“Mamma, davvero, ne parliamo appena scendo…”
“Ma tuo padre mi caccerà da qui adesso…”, aveva replicato sua madre.
Cristiano aveva fatto ricorso a tutto il suo autocontrollo e l’aveva pregata ancora una volta di scendere e aspettarlo di sotto. Sarebbe arrivato subito.
Ma la madre aveva continuato:
“Io non so che fare, non so dove andare. Se tuo padre mi manda via dalla villa, io… Tu devi aiutarmi!”
Cristiano si era voltato furibondo e per una volta aveva dato voce ai suoi pensieri:
“Cristo, mamma, ma possibile che sai pensare solo a te stessa?!?!”
La madre aveva fatto una faccia in cui si leggeva un misto di fastidio e paura. Poi lo scatto del figlio verso di lei l’aveva spaventata e aveva fatto un passo indietro.
“Cazzo, mia nonna è morta. La donna che mi ha cresciuto al posto tuo se n’è andata e tu stai qui a lamentarti e a buttarmi addosso le tue paranoie del cazzo! Porcaputtana, ma non capisci proprio?”
“Cristiano, non usare quel linguaggio quando sei con me e non dire…”
“Vaffanculo! Non dire cosa?”, Cristiano aveva alzato la voce e sua madre era indietreggiata di un altro passo:
“Che cazzo non vuoi che dica? Il tuo finto perbenismo e la tua morale del cazzo mi hanno represso anche troppo a lungo!”
Era sembrato a Cristiano che sua madre fosse disorientata. Poi aveva fatto due passi e si era avvicinata a lui e al letto dove il corpo di sua nonna ascoltava non potendo più sentire. La voce di sua madre era diventata piagnucolante:
“Tu mi odi, vero?”
Cristiano aveva sospirato pentendosi di aver sbottato.
“Mi dispiace, sono… sono…”
“Lo so che mi odi. Ogni cosa che dici o fai ha lo scopo di ferirmi…”
Cristiano aveva parlato prima di fare in tempo a mordersi la lingua:
“Sarebbe un bene che ti odiassi. Provo solo indifferenza per te.”
Si era reso conto di aver esagerato e di essere stato cattivo, ma la madre pareva non aver colto la crudeltà della sua affermazione.
“Lo so che mi odi”, ripeté lei.
Quella donna era troppo egocentrica per cogliere il senso della sua frase. Cristiano aveva pensato che era meglio così, aveva dato un ultimo sguardo a sua nonna e poi era sceso lasciando sua madre là, in piedi accanto al letto.
La guardò nuovamente e lei stavolta si voltò e tentò di sorridergli. Il prete stava blaterando che la nonna sarebbe stata nella gloria infinita del Signore Onnipotente.
A Cristiano venne voglia di alzarsi e urlare. Respirò profondamente e si guardò intorno. Si chiese se le persone intorno a lui si fossero domandate dove era l’ingegner Bonfanti. Qualcuno l’aveva chiesto a sua madre prima che il funerale iniziasse. Lei aveva fatto uno sguardo contrito e aveva spiegato che l’ingegnere era bloccato in Sud Africa per lavoro e si augurava che sarebbe tornato presto. Cristiano si era chiesto dove fosse davvero suo padre per non presenziare al funerale della madre.
“Il Signore sia con voi”
“E con il tuo spirito”, rispese la chiesa alzandosi in piedi.
Cristiano si alzò e ringraziò che la funzione fosse terminata.
Il prete diede la benedizione e a Cristiano venne da vomitare. Corse fuori dalla chiesa per respirare una boccata di aria fresca.
La luce che lo investì davanti al portone fu abbacinante. Cristiano si parò gli occhi con la mano e ascoltò inebetito le condoglianze di un paio di sconosciuti che uscivano dalla chiesa e si avvicinavano a lui. Sua madre lo raggiunse mentre intorno a lei si creava un capannello di persone per salutarla.
Lei sorrideva debolmente a destra e a sinistra come a dire che, sì, in qualche modo si sarebbe fatta forza e sarebbe andata avanti.
A Cristiano venne un altro conato di vomito. Fece un altro grosso respiro e chiuse gli occhi, ma li riaprì subito distolto dal suono del cellulare di sua madre. Lei si scusò e si allontanò un po’ per rispondere.
Cristiano si voltò e si trovò davanti il prete che aveva celebrato la funzione mentre la bara veniva caricata sul carro funebre.
“Come va?”, gli chiese il prete.
Di merda.
“Bene.”
“Mi raccomando”, proseguì il prete, “stai vicino a tua mamma e falle forza.”
Cristiano non seppe se scoppiare a ridere o mettersi a urlare come un indemoniato.
La voce della madre risuonò isterica davanti al sagrato della chiesa:
“Cristiano, Diosantissimo, parlaci tu!”, gli disse tendendogli il cellulare.
“Chi è?”, chiese Cristiano davanti a un prete allibito.
“E’ tuo padre… Dice che sta venendo a Roma, dice che devo andarmene…”
“Andartene dove?”
“Cristosanto, dice che non posso rimanere alla villa un secondo di più. Vuole che sia fuori entro stasera, Cristiano, aiutami… Tu devi aiutarmi!”
Cristiano prese in mano il cellulare e bestemmiò.
venerdì 5 gennaio 2007
| [+/-] |
Il piccolo ciclista |
«Ma chi si crede di essere?»
Seduto accanto a me sul marciapiede, Manuel faceva rimbalzare a terra il Tango, con gesti rapidi, come una pallina da ping pong.
«Ma chi si crede di essere?» mi domandò nuovamente, quando lo rivide sfrecciare sulla strada di fronte a noi.
«Con quel casco aerodinamico, proprio non lo sopporto. Lo fa apposta a fare sempre questo giro, tanto per farsi vedere.»
Manuel si alzò con uno scatto, il pallone tra le mani, e in viso l'espressione più furba e cattiva che gli riuscì:
«Che ne dici se lo sistemiamo come si merita?»
«Cioè cosa vuoi fare?» domandai.
«Il tiro al bersaglio!» esclamò esultante e in una frazione di secondo piazzò la palla sul bordo del marciapiede, assumendo poi una buffa posizione sbilenca, con un pugno su un fianco, il peso del corpo tutto su una gamba: la sua idea di calciatore che si appresta a tirare un rigore.
«Non dirai sul serio?» esclamai sorpreso, ma sforzandomi di sogghignare. Mi alzai e presi a osservarlo, braccia incrociate.
Forse avrebbe pure tirato, ma senza l'intenzione di colpirlo davvero. Restammo in attesa, silenziosi, tesi, ma sempre mantenendo un sorriso: il mio di scherno, il suo di sfrontata spregiudicatezza. I nostri sguardi ora si incrociavano, ora scrutavano la curva in fondo alla strada, da dove ci aspettavamo riapparisse la bicicletta bianca da corsa. Sfrigolando sulla ghiaia finalmente sbucò, il telaio spruzzava fiotti di luce negli occhi. Manuel indossò una solenne maschera di concentrazione, fece qualche passo indietro, quindi prese la rincorsa. Il pallone trapassò la scia di vento che il piccolo ciclista si portava dietro, come un lungo mantello invisibile. Il mio sorriso si spalancò a una risata.
«Lo sapevo, lo sapevo che sei un vigliacco!!»
«Guarda che l'ho mancato per poco, deficiente, mica l'ho fatto apposta.»
«Sì, come no, e io mi chiamo Padre Pio»
«Bè allora provaci tu se pensi che sia così facile, idiota. O hai paura?»
«Per niente» mi schermii, ma non gli sfuggì la poca convinzione.
«Hai paura, hai paura!, sei un codardo, un cacasotto!» rideva, e si sforzava talmente che le vene del collo gli sporsero violacee e grosse come biro, finché tutto il viso prese un colorito rosso livido.
Il pallone era finito nel giardinetto pubblico oltre la strada, da qualche parte tra i giochi arrugginiti e il prato incolto. Mi incamminai per andare a recuperarlo, mentre Manuel continuava a insultarmi dimenandosi come un indemoniato. Si divertiva. Attraversando la strada sputai sulla mia ombra, furioso. Con un salto superai il marciapiede e iniziai a correre, ma rallentai quasi subito, non sapendo bene dove dirigermi. Finalmente lo trovai, tra le radici di un ficodindia mezzo divelto: file ordinate di formiche rosse già circumnavigavano il cuoio bianco e nero, rigandolo come sottili rivoli di sangue.
«Si è bucato?» gridò Manuel.
Schiacciai il pallone tra le mani e il petto.
«No!» risposi.
Tutta la determinazione e la collera mi avevano già abbandonato. Tornai indietro a passi lenti, strizzando gli occhi urtati dal sole. Pensavo a un modo dignitoso per svignarmela e lasciarlo con le sue follie.
Manuel non mi arrivava al mento, era esile di costituzione e accanto a me, con le mie ossa voluminose, le mani enormi, poteva forse dare l'idea di un giocattolo, che potessi ripiegare e riporre a mio piacimento nello zaino. Era un parolaio dalla comicità demenziale, che impressionava e divertiva, ma essenzialmente innocuo. Eppure, quando gli prendeva quella frenesia, quella sua smania di avere la meglio, se non con la forza, con l'esagerazione e gli eccessi, mi faceva paura; sapevo che era tutta una posa, che recitava, ma temevo che perdesse il controllo una volta o l'altra, che la pazzia e il male che millantava e prometteva divenissero reali. In quei momenti, il cerchio celeste dei suoi occhi galleggiava in una pozza rossa, parlava mostrando i denti stretti, digrignando, come se tra le labbra avesse una lama luccicante.
Il mantello mi svolazzò sul viso, svegliandomi dai pensieri.
«Che cazzo fai, sta' attento, per poco non ti fai mettere sotto da quel culatone! Ma hai visto che pezzo di merda? Continua a passare di qui, ci sta sfidando!» disse il mio amico. «Ora tocca a te, vediamo se non sei quel buono a nulla che tutti dicono.»
«Vaffanculo.»
«Non è così? Allora dimostralo, codardo.»
Non potevo più tirarmi indietro. Un po' per orgoglio, un po' per timore.
Piazzai la palla su un piccolo dosso del terrapieno, a qualche metro dal marciapiede. Guardavo il pallone e con la coda dell'occhio la curva in fondo alla strada. Tirai altissimo, appena avuta la certezza di non poterlo colpire.
Un applauso mi sferzò alle spalle.
«Ma bravo il mio campione! Van Basten dovrebbe baciarti i piedi! L'hai mancato almeno di dieci metri. E poi perché hai tirato così alto, idiota? Volevi prenderlo con un pallonetto, quando ripassa? Sei una merda.» Con un guizzo si fiondò verso la palla e dopo pochi istanti l'aveva già riposizionata sul bordo del marciapiede.
«Ora ti faccio vedere, femminuccia!»
«Vaffanculo. Vediamo se sai fare di meglio, sei solo bravo a sparare stronzate.»
Non rispose nulla, ritrovò lo stesso sorriso sfrontato e con la mano sul fianco attese immobile il bersaglio. Io fissavo il pallone, turbato. Udii la ghiaia scoppiettare e mi voltai verso lo scintillìo. Senza rincorsa, Manuel tirò di collo pieno, un tiro non forte, misurato, quasi avesse voluto adagiare il pallone a mezz'aria per far sì che fosse il casco bianco a urtarci contro, con tutta la potenza della sua velocità.
Un taglio netto separò la bicicletta dal ragazzino e la sua testa dal casco. Battè violentemente il capo inerme sullo spigolo del marciapiede, rivoltandosi quindi due o tre volte, mentre il Tango gli rimbalzava intorno con un rumore sordo, come un applauso rallentato.
Rimase a terra immobile, immobili noi con le bocche spalancate. Rimase in quella posizione come morto per un tempo interminabile, finché prima una mano, poi una gamba, infine tutto il corpo lentamente si animò. Si alzò tremando, senza dire niente, senza guardarci, solo tenendosi la testa con entrambe le mani, e andò via, lasciando tutto com'era: noi due agghiacciati, il casco bianco sulla strada, la bicicletta in equilibrio addosso a una siepe, come parcheggiata con cura.
Appena sparì dal nostro campo visivo, Manuel fuggì come un forsennato, gridandomi «scappa idiota, scappa!» Io ero troppo atterrito per muovermi e restai immobile ancora qualche minuto, a espellere con lenti respiri le emozioni violente. L’odore acre dell’asfalto bollito dal sole sapeva d’incenso. Raccolsi il casco e lo sistemai delicatamente sopra la bicicletta. Presi a palleggiare. Non volevo andar via: sarebbe stato come ammettere una colpa che non avevo. Non l'avevo tirata io la pallonata. Prima sì, ma senza la volontà di colpirlo, solo per gioco. Non avevo colpa se Manuel è fuori di testa e un delinquente, se qualcuno viene a dirmi qualcosa, che venga pure, non ho niente da nascondere.
Poco dopo comparve il ragazzino in lacrime, con accanto una signora. Usava la mano a mo’ di tesa, per ripararsi dal sole.
«Sei stati tu a far cadere mio figlio?» mi domandò dall’altro marciapiede. Nel tono, era già quasi un’accusa. Io palleggiai ancora per pochi lunghissimi secondi, per cercare di mostrare tranquillità e persino indifferenza, ma sentivo il cuore rimbalzare violentemente.
Quando finalmente mi decisi a rispondere, mi fermai: per educazione, ma soprattutto perché all’improvviso mi pervase la sensazione che ogni movimento avrebbe contraddetto le mie parole, dando loro un suono falso.
«No signora, non sono stato io,» negai.
La donna si chinò su suo figlio, il quale, piagnucolando e annuendo, sollevò la mano guantata e puntò il dito nella mia direzione.
«Ma eri qui, no? Allora dimmelo tu che l'hai visto, chi è stato,» mi intimò la madre.
«È stato Manuel Pani, io non c'entro signora, io non c’entro niente.»
«Quel ragazzino che abita là?» chiese, indicando la casa di Manuel.
«Sì, abita là» risposi, guardando altrove.
Se ne andarono, la signora reggendo con una mano la bicicletta, con l'altra fasciando la testa del figlio.
Il quartiere ora sembrava inabitato. I vapori dell’asfalto si mischiavano a tratti con sbuffi d’aria calda provenienti dal mare. Sentii prurito sul dorso di una mano: una formica vi vagava, incerta. Mi sfregai entrambe le mani, poi le braccia dove ne trovai altre: mi sentii improvvisamente pizzicare su tutto il corpo, cercai di liberarmene battendo con forza la maglietta sudata sulle spalle e sulla schiena nuda.